Calcio e follie: quando il pallone dà alla testa…


Il calcio nel nostro paese riesce sempre a tirare fuori il peggio in ognuno di noi, senza distinzioni di ceto sociale o di livello culturale. E l’inadeguatezza dei media e l’irresponsabilità di troppi rappresentanti istituzionali contribuiscono ad alimentare questa isteria collettiva

Se e quando ci sarà mai un nuovo governo (prima o poi dovrà pur esserci…), uno dei primi provvedimenti d’urgenza che dovrebbe adottare è quello che abolisce e rende illegale il gioco del calcio nel nostro paese. A qualsiasi livello, anche negli oratori o nei campetti di periferia dove giocano i ragazzini.

Perché è innegabile che il calcio in Italia è una delle fonti primarie di imbarbarimento della nostra società già così isterica, intollerante, non più in grado di accettare le sconfitte ma, al tempo stesso, neppure di godere con serenità dei successi, incapace di affrontare una qualsiasi discussione o dibattito senza dover fare ricorso alla violenza verbale, all’insulto diffuso, sempre a caccia di presunti intrighi, complotti e trame nascoste che possano giustificare fallimenti e insuccessi. E’ inutile negare che il calcio nel nostro paese riesce sempre a tirar fuori il peggio in ognuno di noi, senza distinzione di ceto sociale o culturale.

Anzi, troppo spesso sono proprio le persone sulla carta più “illuminate” o quelle che rivestono particolari ruoli, che a maggior ragione richiederebbero una maggiore cautela, ad esprimere il peggio e sprofondare a livelli di imbarazzante e degrado morale e culturale. La cosa peggiore è che questo perverso modo di ragionare e comportarsi da ultras acciecati ormai sta prendendo piede in ogni ambito della nostra società, a partire da quello politico.

Ma quando c’è di mezzo il calcio, il tifo calcistico per questa o quella squadra, tutto si amplifica e si deteriora, non esiste più alcuna forma di continenza, non esiste neppure una parvenza di cultura sportiva. Una malattia incurabile che colpisce non solo gli addetti ai lavori (tecnici, dirigenti e giocatori) ma anche la maggioranza dei tifosi e che purtroppo trova in buona parte dell’informazione italiana una pericolosa cassa di risonanza.

Forse sarebbe troppo pretendere che l’informazione svolga il suo dovere e compito primario (cioè informare correttamente, approfondire e verificare fatti e notizie prima di pubblicarle), evitando di comportarsi essa stessa come il più bieco e acciecato dei tifosi (che è cosa differente dal simpatizzare per una squadra o per una parte). Non lo fa neppure in altri campi, non si comporta in questa maniera neppure nella politica, figuriamoci se si può pensare che lo possa fare in quel “paradossale e isterico dramma collettivo” che è diventato il nostro calcio. Però troppo spesso, per compiacenza o per convenienza (i fatti così come realmente sono accaduti troppo spesso hanno meno appeal e fanno vendere molto meno di astrusi e improbabili complotti o “tresche” di palazzo), preferisce addirittura gettare benzina sul fuoco, alimentare ad arte le polemiche e rimestare nel torbido.

Cultura sportiva, questa sconosciuta…

I fatti di questi ultimi giorni sono l’emblema di questa insopportabile deriva. Si possono introdurre tutte le novità tecnologiche che si vogliono, si può studiare di tutto e di più per migliorare e aiutare gli arbitri a ridurre gli errori. Ma non c’è rimedio contro l’assoluta e totale mancanza di cultura sportiva che, unita alla cecità tipica dei tifosi e all’incapacità dell’informazione di svolgere il proprio ruolo, genera un mix esplosivo.

In tal senso il calcio diventa la fotografia più veritiera e imbarazzante dell’Italia di questi tempi. Non si ragione più per nulla, non esiste tolleranza e rispetto per gli altri, si vive in bande e si combatte la banda avversaria sempre e comunque, senza mai considerare ciò che è giusto, che è corretto, che è reale. Non si perde mai perché l’avversario è stato in quell’occasione più forte e più bravo, il riconoscimento della bravura e della superiorità (anche solo in quella specifica circostanza) dell’avversario non è contemplato nel particolare mondo di bande contrapposte in cui si è trasformato il nostro sistema calcio.

C’è sempre e solamente la casualità, la sfortuna le assenze (quando va bene) o, più facilmente, l’arbitro dietro ad una sconfitta. E l’eventuale errore arbitrale è tale (cioè è solamente un errore…) solo quando è a nostro vantaggio. Quando invece è a sfavore c’è sempre dietro qualche complotto, qualche trama particolare, qualche intreccio di tipo “mafioso” ad averlo determinato.

La cosa che mi ha maggiormente colpito – confessava domenica sera a Sky Paolo Di Canioè che nelle dichiarazioni post partita di allenatori e giocatori in Italia non sento mai pronunciare parole di riconoscimento del valore degli avversari. Non c’è mai nessuno che dice “bravi loro, hanno vinto perché oggi sono stati più forti”.

Così non Var

In quest’ottica assolutamente perversa bisogna riconoscere che alla fine risulta del tutto inutile e, per certi versi, addirittura controproducente aver introdotto il Var. Che di certo avrà contribuito a ridurre gli errori ma, come era stato sin troppo facile prevedere, non è servito (e non poteva essere altrimenti) in alcun modo ad eliminare o anche solo attenuare polemiche, proteste e tutto il peggiore corollario che ne consegue. Perché si possono migliorare quanto si vogliano i protocolli di utilizzo del Var, si possono ampliare le possibilità di intervento e perfezionare in ogni particolare il sistema.

Ma ciò che nessuno potrà mai eliminare è da un lato la valutazione umana e, dall’altro, il “morbo del complottismo” che poi scatena tutto il peggio a cui abbiamo assistito in questi giorni. Perché quale che possa essere il protocollo, alla fine qualsiasi tipo di decisione sarà sempre legata alla valutazione umana, cioè sarà sempre e comunque l’arbitro a decidere se e quando ricorrere al Var  e come giudicare le immagini visionate.

Quindi automaticamente ci potrà sempre essere chi reputerà la decisione sbagliata (se addirittura c’è ancora qualcuno che ritiene non passibile di rosso l’intervento “killer” di Vecino su Mandzukic…) e, di conseguenza, a maggior ragione (visto che in questo caso non ci sarebbe più l’alibi di non aver visto bene) crederà di avere un motivo in più per gridare al “complotto”, allo “scandalo”. In tal senso ciò che è accaduto dopo Inter-Juventus è a dir poco sconfortante. Si possono ovviamente discutere le decisioni di Tagliavento (che di errori, Var o non Var, ne ha commessi tanti, da ambo le parti), è comprensibile che durante la partita si possa recriminare per questa o quella decisione.

Ma il teatrino messo in scena nei giorni successivi, incredibilmente sostenuto e alimentato da una larga parte dei media, è da paese malato, in maniera irreversibile. Che per giorni si sia discusso e pontificato, non solo sui social, ma anche sui principali quotidiani (non solamente quelli sportivi), su due video palesemente “taroccati”, che già poche ore dopo che erano stati messi in circolazione da qualche sito di tifosi frustrati, era stato ampiamente svelato come non fossero veritieri, è fuori dal mondo.

Che lo possano fare i tifosi è già molto triste, che addirittura per giorni alcuni dei più importanti organi di informazione ne parlino, vaneggiando addirittura su possibili aperture di inchieste (su cosa?). Possiamo anche capire che fare il proprio dovere, verificare e stroncare sul nascere simili bufale, non è conveniente.

Sappiamo bene che sicuramente si vendono più copie e si ottengono più clic alimentando sospetti su improbabili complotti, ma c’è un limite (che poi dovrebbe essere innanzitutto quello deontologico) a tutto.

benzina sul fuoco: l’alleanza anti roma, i proclami di de magistris

Già, ma quale sia il livello dell’informazione italiana sportiva lo avevamo già verificato nei giorni precedenti, con l’incredibile caso montato su dopo alcuni articoli pubblicati da un quotidiano romano in cui si vaneggiava su una possibile alleanza anti Roma tra la Lazio e il Liverpool e, cosa ancora peggiore, tra gli hooligans inglesi e gli ultras laziali per mettere in atto una sorta di vendetta contro i tifosi giallorossi dopo i fatti accaduti a Liverpool.

Una folle invenzione, nata semplicemente dal fatto che la società laziale (come si fa in queste circostanze) aveva messo a disposizione della squadra inglese la struttura di Formello per ritiro e allenamenti prima della gara di ritorno di Champions. Una “follia” gravissima, visto quello che era accaduto in Inghilterra, solo parzialmente sanata dalle (tardive) scuse pubblicate qualche giorno dopo dal quotidiano stesso.

Nessuna tardiva scusa, ma addirittura il rilancio con toni se possibili ancora più accesi e farneticanti, da parte del sindaco di Napoli De Magistris, autore di un post farneticante e dai toni a dir poco inquietanti nei giorni successivi (quindi ancora più grave perché certe inaccettabili affermazioni sono state fatte non a caldo ma dopo aver riflettuto, ammesso che il primo cittadino napoletano sia capace di farlo…) alla partita di San Siro. De Magistris non può non sapere quale sia il clima e non può ignorare che certe parole di fuoco possono essere interpretate male da qualcuno, quasi come una “chiamata alle armi”.

La nostra Città e il popolo napoletano sono stanchi delle ingiustizie. Ci riprenderemo tutto quello che ci avete levato, conquisteremo quello che ci spetta” ha scritto il sindaco napoletano. Che poi, non pago, nelle righe successive ha sostenuto: “la differenza tra noi e quelli che usurpano i nostri diritti è che noi comunque viviamo perché amiamo ed abbiamo un cuore grande e profonda umanità, loro invece si sentono fori e potenti rubando, con furti di Stato o di Calcio”.

Raggelante, quel “noi e loro” era un riferimento tipico e costante nei discorsi per infiammare il popolo tedesco di Adolf Hitler, che non con minore frequenza faceva riferimento al “nostro cuore” contro i soprusi dei potenti d’Europa. Siamo certi che De Magistris ignora la storia (ci rifiutiamo anche solo di pensare che possa conoscere queste vicende…), ma il mix tra ignoranza (intesa come mancanza di conoscenza) e fanatismo da ultras può risultare esplosivo.

Ancor più se a pronunciare certe farneticazioni è un rappresentante istituzionale, per giunta per vicende legate al calcio. In qualsiasi paese civile l’inevitabile e immediata conseguenza di un simile comportamento sarebbero le dimissioni. In un paese profondamento “malato” come il nostro nessuno neanche si sogna di chiedere a De Magistris di farsi da parte.

Dimostrazione ulteriore ed inequivocabile che non ci sono speranze, che l’unica possibile soluzione è quella di fermare tutto per depurare l’ambiente…

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