Benvenuti nella terza repubblica…


Vacanze interminabili e mega stipendi dopo appena 12 ore di lavoro per i nostri parlamentari, trattamento differenziato davanti alla legge per i cittadini di serie A e di serie B, informazione accondiscendente: la neonata terza repubblica ricorda terribilmente la seconda e la prima…

Chissà quanti cittadini italiani mercoledì 2 maggio tornando al lavoro (almeno i “fortunati” che ce l’hanno…) dopo la festa del 1 maggio avranno pensato con un pizzico di invidia ai nostri parlamentari. Che, dopo poco più di un mese di durissimo lavoro (complessivamente ben 12 ore di lavoro in 40 giorni…), sono in vacanza, dal18 aprile scorso, fino al prossimo 7 maggio.

Con, per giunta, l’ulteriore soddisfazione di aver subito prima intascato il primo lauto stipendio da parlamentare. Che, al di là di tutto, nel nostro paese resta uno dei mestieri più invidiato e invidiabile. E pensare che non più tardi di due mesi fa ci eravamo illusi che qualcosa potesse cambiare. Era la notte tra il 4 e il 5 marzo quando, dopo risultati elettorali per certi versi clamorosi, il leader del Movimento 5 Stelle annunciava con entusiasmo: “oggi nasce la terza repubblica, quella dei cittadini”. Finalmente, abbiamo pensato quasi unanimemente, perché quell’annuncio stava a significare che iniziava una fase nuova della nuova della nostra repubblica, quella in cui i diritti e le esigenze concrete di tutti i cittadini, se non al primissimo posto, sono comunque tra le priorità

E, soprattutto, nella quale non esisteranno più “caste” di pochi privilegiati a cui è concesso ogni benefit e un trattamento di favore in qualsiasi campo, a volte addirittura al di sopra e al di là delle leggi. Un bel sogno che, però, ben presto si è trasformato nel solito incubo. Al punto che, dopo appena 2 mesi, verrebbe quasi da dire che ne abbiamo già abbastanza di questa presunta “terza repubblica”. Perchè, per dirla tutta, la terza assomiglia terribilmente alla seconda ma anche alla “prima repubblica”, anzi per certi versi è addirittura peggiore.

Nulla di particolarmente sorprendente, almeno per chi è sempre stato convinto che certi slogan servissero esclusivamente per “acchiappare” qualche voto in più e che, nella realtà, nessuno davvero vuole un simile radicale cambio della situazione. A scanso di equivoci, non è un problema che riguarda il M5S, da sempre è così e purtroppo nulla lascia pensare  che ci sia chi realmente la volontà quanto meno di provare a lottare per cambiare le cose. Va per altro sottolineato che quando si parla di “caste” ci si sofferma e ci si concentra quasi sempre su quella dei politici, tralasciando invece altri ambiti nei quali la differenza di trattamento, la suddivisione tra cittadini di “serie A” e di “serie B” per certi versi è addirittura più marcata.

La legge non è uguale per tutti

In ambito giudiziario, ad esempio, in perfetta antitesi con quanto troviamo scritto in tutti i tribunali, la legge non è affatto uguale per tutti. Ci sono i cittadini normali a cui, nella migliore delle ipotesi, viene applicata con severità la legge, a volte in maniera anche fin troppo persecutoria, non degna di uno stato democratico. Poi ci sono i cosiddetti cittadini di “serie A”, appartenenti a qualcuno delle “caste” privilegiate, nei confronti dei quali la legge (quella che dovrebbe essere uguale per tutti…) è sempre così tollerante e magnanime…

Magari sarà così anche nelle nazioni più civili. Di certo sappiamo che è sempre stato così nel nostro paese e, se possibile, nelle ultime settimane la tendenza si è addirittura accentuata. Quasi a voler dimostrare e ribadire che, “terza repubblica” o meno, la reale uguaglianza dei cittadini in determinati ambiti resterà sempre e comunque una mera utopia. E che ai fortunati appartenenti a determinate “caste” di privilegiati verrà sempre e comunque riservato un trattamento differente.

L’esempio più lampante viene dalle vicende giudiziarie che nelle settimane scorse hanno coinvolto un neo parlamentare (per giunta anche rappresentante delle forze dell’ordine) e un giornalista che si occupa di dare la caccia alle “bufale” sul web. Il primo è Gianni Tonelli, ex segretario del Sap (Sindacato autonomo d polizia) e ora (grazie alla Lega che lo ha candidato addirittura come capolista nel proporzionale) parlamentare, noto per le sue dichiarazioni a dir poco discutibili sulle vicende Cucchi e Aldrovandi.

Nei giorni scorsi il tribunale di Bologna lo ha giudicato colpevole del reato di diffamazione nei confronti della famiglia Cucchi, condannandolo ad una multa di 500 euro. Basterebbe leggere le sue dichiarazioni sarcastiche e canzonatorie, pronunciate dopo la sentenza, per comprendere cosa significhi per il neo parlamentare quella condanna (anche se chiamarla tale è quasi ridicolo).

Negli stessi giorni ben diverso trattamento veniva riservato al proprietario del sito “Butac – Bufale un tanto al chilo” che, di fronte ad una semplice querela per diffamazione (e non per una sentenza di colpevolezza), si è visto porre sotto sequestro per una settimana il sito stesso, con un danno economico di migliaia di euro. Da una parte un parlamentare (e rappresentante delle forze dell’ordine) condannato dopo regolare processo, dall’altra un giornalista che ha semplicemente subito una denuncia da chi si è sentito diffamato.

Al primo una sanzione di 500 euro, al secondo il sequestro preventivo per giorni del sito. Com’è la favoletta della “legge uguale per tutti”? Non c’è un nesso logico stretto, ma ad alimentare la sensazione di questa sostanziale impunità (o quasi) per chi, per dirla in maniera semplice, può comunque vantare un determinato potere, a fronte invece di una volontà quasi persecutoria nei confronti di chi in qualche modo prova anche solamente a schierarsi dalla parte dei più deboli, negli stessi giorni hanno contribuito due ulteriori sentenze.

Quella per le morti per amianto alla Olivetti, con il clamoroso ribaltamento in appello della sentenza di condanna di primo grado (tutti assolti i 13 imputati tra cui i fratelli De Benedetti e l’ex ministro Passera) e quella di condanna, a 4 mesi di reclusione, del giornalista Davide Falcioni, “colpevole” di aver raccontato e verificato in prima persona i fatti (invece di farseli raccontare dai rappresentanti delle forze dell’ordine).

Parlamentari, una “pacchia” senza fine…

Cose che accadevano nella seconda e nella prima e che continuano ad accadere nella terza repubblica, quella nella quale non dovrebbero esistere cittadini di serie A e di serie B e dovrebbero essere eliminati gli insopportabili privilegi di pochi. Già, ma qualcuno conosce una categoria di cittadini che può permettersi un ponte lavorativo dal 18 aprile al 7 maggio? E che può guadagnare tra i 10 e i 13 mila euro per appena 12 ore di lavoro? Perché questo è quanto hanno lavorato i nostri parlamentari dal 5 marzo al 18 aprile, lo ha certificato l’Ufficio studi del Senato. Non c’è che dire, praticamente quasi mille euro ad ora, come quasi tutti le altre categorie di lavoratori. E’ proprio finita la “pacchia” per i parlamentari…

La realtà, cruda e molto triste, ma evidente per chi ha il coraggio e la voglia di vederla, è che al di là dei proclami nessuno ha realmente l’intenzione di combattere ed eliminare gli infiniti privilegi di cui godono i nostri politici, neppure nella (molto presunta) “terza repubblica”. Per far credere il contrario ci si concentra su obiettivi e cose secondarie, guardandosi bene dal provare ad andare ad incidere sulle vere e più inaccettabili anomalie.

L’esempio è la famosa battaglia contro i vitalizi degli ex parlamentari, una lotta contro i mulini a vento (la Corte Costituzionale si è già espressa chiaramente in proposito) che inciderebbe poco o nulla, farebbe risparmiare ancora meno ma che viene usata come specchietto per le allodole. Ben altri interventi servirebbero per ridurre sprechi ed eliminare inaccettabili privilegi: La vergogna dei 13 mila euro per appena 12 ore di lavoro, ad esempio, si potrebbe evitare se solo si riprendesse una proposta della passata legislatura (presentata da parlamentari di diversi schieramenti ma subito finita nel dimenticatoio) di legare gli stipendi dei parlamentari alle presenze e al reale lavoro svolto in Parlamento. Cioè di iniziare a trattare i parlamentari un po’ più come tutti i normali cittadini.

Così come nessuno ha realmente intenzione e neppure pensa di intervenire su quello che è il vero scandalo, la vera vergogna di cui possono godere i parlamentari, i mega rimborsi “gonfiati” ad arte senza praticamente alcun serio controllo. Basterebbe poco, porre dei vincoli e dei paletti ferrei, stabilire limiti invalicabili per alcuni tipi di rimborsi, eliminare i “doppioni” che fanno aumentare a dismisura i rimborsi e stabilire che si ha diritto di tutti quei benefit esclusivamente nello svolgimento del proprio ruolo istituzionale.

Terza repubblica: se il buongiorno si vede dal mattino…

Sarebbe molto semplice, permetterebbe di evitare certi scandali e, soprattutto, consentirebbe di risparmiare davvero milioni e milioni di euro. Guarda il caso, però, nella “terza repubblica”, così come nella seconda e nella prima, di incidere su questo scandalo non viene in mente a nessuno… D’altra parte, però, chi la notte tra il 4 e 5 marzo si è illuso e ha davvero creduto nella nascita di questa “utopica” terza repubblica, già dopo pochi giorni si è potuto ricredere.

Esattamente nel momento in cui è stata scelta e votata come seconda carica dello Stato (il presidente del Senato) uno dei principali emblemi di ciò che a parole si voleva combattere: Maria Elisabetta Alberti Casellati. E’ bastato questo per capire che, tanto per cambiare, la repubblica dei cittadini poteva ancora aspettare. Per i pochi che ancora non lo sapessero, la Casellati come sottosegretario di Stato del ministero della giustizia dal 2008 al 2011 (ministro Alfano) è stata tra le principali ideatrici delle cosiddette “leggi ad personam”, cioè le leggi pensate (e in alcuni casi approvate) per aiutare l’allora premier Berlusconi a superare indenne le grane giudiziarie.

In altre parole, esattamente l’emblema opposto di quel concetto di uguaglianza dei cittadini che si sosteneva fosse alla base di questa nuova fase. Ma che la presunta “terza repubblica” non sia per nulla differente dalla seconda e dalla prima ce lo dimostra anche e soprattutto il comportamento dell’informazione.

A parte qualche rara eccezione, si continua tranquillamente ad evitare il più possibile di dare rilievo e visibilità a notizie e fatti che in qualche modo potrebbero essere scomode per il “potere” (non solo politico). Le clamorose e scomode verità emerse nel corso del processo Cucchi (due carabinieri hanno confessato che furono falsificati i verbali), ad esempio, sono state quasi completamente ignorate o, nella migliore delle ipotesi, relegate tra le notizie di secondo piano nei vari tg.

Cambiano i cosiddetti “potenti” ma non cambia il modo di approcciarsi, quasi supino, a loro da parte di una larga fetta della nostra informazione. E, così come accadeva fino a qualche mese con le forze politiche predominanti, ora si cerca di non dare troppo spazio o addirittura di oscurare le notizie a loro sgradite. Così come dimostrano i casi Iacoboni (il giornalista del Corriere a cui è stato rifiutato l’ingresso ad un evento del M5S perché sgradito), la vicenda del programma del M5S cambiato dopo il voto degli iscritti e quella ancora più imbarazzante del neo eletto della Lega Tonelli.

Come se nulla fosse, buona parte dell’informazione italiana continua ad inchinarsi di fronte a chi si presume che ora detenga il potere o comunque ha un ruolo fondamentale nelle stanze (o meglio nei luoghi istituzionali) del potere stesso.

E allora, se davvero quello che abbiamo visto in questi mesi è l’inizio della terza repubblica, non resta che aspettare l’avvento della quarta. Senza, però, illuderci troppo che sia poi così differente dalla prima, dalla seconda e dalla terza…

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