La rinascita mancata: un anniversario triste per L’Aquila e gli aquilani


A 9 anni dal terribile terremoto del 6 aprile 2009 nella città abruzzese i problemi sembrano crescere di anno in anno, mentre la ricostruzione pubblica procede ancora troppo lentamente. Soprattutto nel centro storico cittadino, un tempo cuore pulsante della città

«Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di 

esistere». Non sono state scelte a caso le parole dello scrittore portoghese Jose Saramago per accompagnare la serie di iniziative per il nono anniversario del terremoto che alle 3.32 del 6 aprile 2009 colpì L’Aquila.

Una tragedia per certi versi annunciata che provocò 309 morti, circa 70 mila sfollati e che ha irrimediabilmente stravolto la cittadina abruzzese. Che dopo 9 anni ha la piena consapevolezza che la città che esisteva fino alla maledetta notte del 6 aprile 2009 non tornerà più, neppure quando (tra ancora molto tempo) sarà terminata l’opera di ricostruzione. Proprio la memoria è uno dei più grandi “talloni d’Achille” del nostro paese dove ci si scorda sempre troppo in fretta ciò che è accaduto in passato, ancor più quando gli eventi contemporanei in qualche modo invitano a dimenticare o a distorcere la realtà passata. E, tra le tante conseguenze nefaste del post terremoto del 2016 e dei troppi disastri commessi nei mesi successivi, c’è proprio il fatto che qualcuno ha approfittato di quella sorta di rimozione collettiva della memoria di quanto accaduto a L’Aquila per provare in qualche modo a riabilitare prima e, addirittura, a “santificare” poi chi invece anche allora nella migliore delle ipotesi ha affrontato in maniera sconcertante quella grave emergenza, con scelte fatte senza alcun rispetto per quelle migliaia di persone che quella notte del 6 aprile avevano perso tutto.

E, per giunta, di cui ora se ne pagano pesantemente le conseguenze. In altre parole quello che è andato in scena in questi mesi è stata una grossa operazione di “sciacallaggio politico”, per enfatizzare maggiormente (come se non bastasse già la realtà…) lo scempio compiuto dalle istituzioni in questi mesi nei territori colpiti dal terremoto, si è costruita una fantasiosa e surreale ricostruzione dei fatti accaduti allora a L’Aquila, in totale spregio e con una gravissima mancanza di rispetto nei confronti di chi (gli aquilani) in quei giorni e nei mesi successivi hanno vissuto umiliazioni di ogni tipo. Si è arrivati al punto di vaneggiare un ipotetico e irrealistico forte apprezzamento da parte degli aquilani nei confronti di Bertolaso, si sono raccontati improbabili miracoli in tema di rimozione delle macerie (secondo qualcuno scomparse dopo un paio di mesi), si sono tessuti lodi e raccontate storielle surreali sulle “terrificanti” new town.

“Bertolaso ma non ti vergogni?”: la lettera degli aquilani all’ex capo della Protezione Civile

Una vergogna, non tanto e non solo per lo stravolgimento di una realtà che chi l’ha vissuta e la vive ogni giorno da 9 anni conosce bene, quanto per l’inaccettabile mancanza di rispetto che ciò significa e ha significato nei confronti degli aquilani, gli unici legittimamente e consapevolmente autorizzati ad esprimersi in proposito. E, se il nostro paese conservasse almeno un briciolo di memoria, non ci sarebbe neppure bisogno di sottolinearlo: gli aquilani il loro giudizio, definitivo, irreversibile ed inequivocabile, l’hanno dato già qualche tempo fa, nella primavera 2016.

Quando, nel momento in cui sembrava certo che il centrodestra avrebbe candidato proprio Bertolaso nella corsa alla poltrona di sindaco di Roma, la totalità delle associazioni cittadine aquilane (la maggior parte delle quali sorte proprio dopo il terremoto) si sentì in dovere di avvisare i romani, con una lettera che sin dalle prime righe non lasciava dubbi (“Cari romani, con questa lettera vorremmo cercare di raccontarvi tutti i danni, le speculazioni e le ingiustizie che ha causato Guido Bertolaso sul nostro territorio”) e che, dopo aver elencato nel dettaglio tutte le accuse che venivano mosse all’allora responsabile della Protezione Civile, concludeva in maniera ancora più eloquente: “potremmo continuare per ore, purtroppo questa gente non conosce dignità, come dimostra il fatto che oggi Bertolaso sia candidato a sindaco di Roma. Oggi ha la faccia apparentemente innocua del burocrate e dell’operatore di soccorso: in una parola del tecnocrate, ma la sostanza non cambia. Bertolaso, ma non ti vergogni neanche un po’?”.

Non solo l’ex capo della Protezione Civile ma anche e soprattutto chi in questi mesi ha raccontato una storia diversa dovrebbe vergognarsi almeno un po’. E non si può che partire da qui, da questa necessaria ed indispensabile sottolineatura per commemorare in maniera adeguata questo nono triste anniversario. Nove anni dopo la situazione nella cittadina abruzzese resta abbastanza complicata, con una ricostruzione privata che procede discretamente, mentre quella pubblica continua a segnare il passo.

Ricostruzione, obiettivo 2025

L’Aquila continua ad essere un grande cantiere, i problemi di anno in anno sembrano crescere, così come la consapevolezza che la città non tornerà mai più ad essere quella che era stata fino a quella dannata notte del 6 aprile 2009. I dati riferiti al 31 marzo scorso dicono che per quanto riguarda la ricostruzione privata siamo intorno al 70%  di realizzazione, con oltre 24 mila pratiche istruite (per una spesa di quasi 6 miliardi di euro) e poco meno di 2 mila ancora da istruire (per poco più di 2 miliardi di euro). Più indietro la ricostruzione pubblica, ferma a poco più del 60%. L’auspicio e l’obiettivo che ora ci si pone è quello di completare la ricostruzione privata entro il 2022, quella pubblica entro il 2025.

Da sottolineare anche come, a 9 anni dal terremoto, ancora non è terminata l’opera di rimozione delle macerie (e pensare che qualcuno nei mesi scorsi aveva parlato di macerie portate via da L’Aquila in un paio di mesi…). Complessivamente sono state rimosse oltre 3 milioni di tonnellate, quasi 200 mila tonnellate solo dall’inizio del 2018. Altro dato significativo è quello che evidenzia come ancora quasi 5 mila famiglie (poco più di 10 mila persone) sono alloggiate in sistemazioni provvisorie, di cui oltre 3 mila nei Progetti Case e poco più di mille nei Map, cioè quelli che dopo 9 anni si fa fatica a chiamare Moduli abitativi provvisori. I freddi numeri dicono abbastanza ma, ovviamente, non tutto. Non raccontano, ad esempio, di una serie di problemi e di emergenze di non semplice soluzione.

La presenza ingombrante delle “New Town”

A partire dalle contestatissime “New town” (i 19 insediamenti del progetto C.A.S.E. per un totale di 4.500 alloggi) costruite in pochi mesi di certo per ospitare una quota della popolazione sfollata ma anche e soprattutto per una questione di immagine. Senza tornare nel merito delle critiche e delle polemiche per tante, troppe disavventure legate alla pessima qualità di quegli alloggi e alle conseguenti inagibilità, il punto è che ora le costosissime “New town” rappresentano un problema di impossibile soluzione. Costruite per essere temporanee, dopo 9 anni sono ormai arrivate a conclusione. Impensabile anche solo ipotizzare  di convertirle in strutture permanenti, innanzitutto perché praticamente nessuno le vorrebbe, ma anche perché l’operazione avrebbe costi assolutamente insostenibili. Assai problematica anche l’eventuale loro demolizione, sia per la loro particolare conformazione (sono simili ad edifici classici, molto pesanti e ubicate su massicce piastre in calcestruzzo) sia per il costo elevatissimo che una simile operazione comporterebbe. Non meno preoccupante è, poi, la questione che riguarda il centro storico della città, la cui ricostruzione è decisamente indietro (secondo alcune stime a fine 2017 eravamo intorno al 30%). In tal senso il grave errore commesso è stato quello di non comprendere che, indipendentemente dalla sua funzione abitativa (prima del terremoto vi abitavano circa 10 mila dei 70 mila residenti aquilani), il centro storico rappresenta un punto centrale per la rinascita civile e sociale della città. E, di conseguenza, la sua rinascita e la sua rivitalizzazione dovevano essere considerate una fondamentale priorità. Le conseguenze di questa mancata attenzione sono state drammatiche per il tessuto commerciale cittadino. “Attualmente sui circa mille negozi attivi al 5 aprile 2009 in città solo 60 sono nuovamente attivi – afferma il direttore regionale della Confcommercio Cioni – si tratta nella maggior parte dei casi di esercizi di ristorazioni, visto che nelle mura cittadine non sono ancora tornati uffici e servizi”. Non meno pesanti le problematiche demografiche e urbanistiche. Secondo alcune stime a 9 anni dal terremoto i residenti sono calati di circa il 10%, per non parlare della popolazione universitaria che ha subito un vero e proprio crollo.

Ironia della sorte, ad un così evidente calo demografico fa da contraltare un sempre più consistente e, per certi versi, inutile patrimonio immobiliare. In una città che già aveva un numero elevato di seconde case e appartamenti per gli studenti (che ora sono drasticamente diminuiti di numero) si aggiungono ora i 4500 alloggi del progetto CASE e almeno un migliaio di abitazioni temporanee, autorizzate dal Comune (per un periodo limite di 36 mesi) con una delibera del 2009. Quasi superfluo sottolineare che nessuna di quelle abitazioni, pur essendo ampiamente trascorso il limite previsto, è stata demolita.

L’inevitabile conseguenza è una gravissima crisi immobiliare legata all’abbondanza dell’offerta, con un drastico calo dei prezzi che è già nei fatti. Infine, per una città già prima del 2009 con un territorio comunale estesissimo (473 chilometri quadrati, quasi il triplo della superficie di Milano ma con un ventesimo della popolazione), la scelta affrettata delle “New town” e il conseguente processo di ricostruzione non hanno fatto altro che accentuare e aumentare questa dispersione che, invece, con scelte più oculate poteva in qualche modo essere attenuata.

Nove anni dopo la notte non è ancora terminata e il chiarore dell’alba ancora non si scorge. Le vicende dell’ultimo anno  e mezzo, il devastante sciame sismico che ha colpito le nostre zone inevitabilmente ci ha fatto dimenticare L’Aquila.

Oggi è giusto ricordare cosa hanno vissuto e cosa stanno vivendo gli aquilani, con la speranza che almeno non vengano più offesi e nuovamente umiliati con la distorsione della cruda e triste realtà che hanno dovuto vivere sulla propria pelle…

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