Regeni e G8 di Genova tra coraggio e iprocrisia


Bufera per le frasi del sostituto procuratore Enrico Zucca. Le cui affermazioni, però, non solo hanno evidenti e inconfutabili riscontri ma sono perfettamente in linea con le motivazioni di diverse sentenze di condanne contro l’Italia pronunciate dalla Corte di Strasburgo

Non è certo una novità che il nostro è un paese allergico alle verità, soprattutto quelle scomode e poco edificanti. La conferma, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, è arrivata in questi giorni con la bufera che si è scatenata nei confronti del sostituto procuratore della Corte di appello, Enrico Zucca, il pm dei processi sul G8 di Genova.

Che, intervenendo ad un dibattito, presso l’ordine degli avvocati di Genova, sulla vicenda di Giulio Regeni, ha affermato: “l’11 settembre 2001 e il G8 hanno segnato una rottura nella tutela dei diritti internazionali. Lo sforzo che chiediamo a un paese dittatoriale è uno sforzo che abbiamo dimostrato di non saper fare per vicende meno drammatiche. I nostri torturatori sono ai vertici della polizia, come possiamo chiedere all’Egitto di consegnarci i loro torturatori?“. E per non lasciare dubbi e per evitare interpretazioni errate ha poi aggiunto: “con quale credibilità un paese che non ha saputo punire i responsabili delle torture del G8, anzi li ha coperti, ora chiede all’Egitto di punire altre torture?”.

Apriti cielo, la “vergogna” del G8 di Genova è un tasto ancora dolente su cui non si è mai voluto riflettere con serietà e, quindi, parole cose dure e così dirette (ma, purtroppo, così dannatamente veritiere) non potevano che provocare immediatamente scompiglio. Il ministro dell’Interno di allora, Angelino Alfano, dopo poche ore  era già pronto a chiedere al ministro della giustizia Orlando un’azione disciplinare nei confronti di Zucca, lamentando la lesione dell’onorabilità della polizia. Poi è stata la volta dell’attuale capo della polizia, Franco Gabrielli, che ha definito le parole del pm arditi parallelismi e infamanti accuse”.

Una “sgradevole” verità

Noi facciamo i conti con la nostra storia ogni giorno, noi sappiamo riconoscere i nostri errori – ha aggiunto – ma al contrario di altri ogni giorno i nostri uomini e le nostre donne, su tutto il territorio nazionale, garantiscono la serenità, la sicurezza e la tranquillità. Ed in nome di chi ha dato il sangue, di chi ha dato la vita chiediamo rispetto”. E mentre il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Legnini, ha definito quella di Zucca “una dichiarazione impegnativa con qualche parola inappropriata” e ha espresso “stima e fiducia ai vertici delle forze di polizia”, il procuratore generale della Cassazione Fuzio ha subito avviato accertamenti preliminari.

Tutto ampiamente previsto e prevedibile, in questo paese si può dire tutto… meno che la verità. Si perché le parole di Zucca sono particolarmente sgradevoli proprio perché purtroppo descrivono quella che è una triste realtà. I vertici delle forze dell’ordine all’epoca dei gravissimi fatti del G8 di Genova (la “macelleria messicana” alla Diaz, le violenze e gli abusi alla caserma di Bolzaneto, ecc.) hanno tutti, chi più, chi meno, fatto carriera, persino coloro che sono stati regolarmente condannati per quei fatti. Il capo della polizia di allora De Gennaro (lo stesso Gabrielli qualche mese fa sostenne che al suo posto, dopo i fatti di Genova, si sarebbe immediatamente dimesso) da anni è ai vertici di una delle più importanti aziende dello Stato, Leonardo (ex Finmeccanica).

Da condannato ai vertici dell’Antimafia: l’ascesa di Caldarozzi

Ancora più sconcertante la vicenda di Gilberto Caldarozzi, da qualche anno nominato numero due dell’Antimafia. All’epoca del G8 di Genova era il capo del Servizio centrale operativo della polizia (Sco). E’ stato uno dei principali protagonisti di quella che ormai è passata alla storia come la “macelleria messicana”, la vergognosa mattanza alla scuola Diaz. Per quei fatti è stato condannato a 3 anni e 8 mesi (non ha scontato neppure un giorno di galera…) per falso, con la contestuale sospensione per 5 anni dai pubblici uffici. Caldarozzi era tra coloro che hanno collaborato per fabbricare le false prove finalizzate proprio ad accusare chi poi venne brutalmente pestato dagli agenti di polizia alla Diaz.

Ha gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero” si legge nelle motivazioni della sentenza di condanna. Eppure già nel periodo di sospensione è stato tranquillamente chiamato come consulente alla sicurezza, guarda il caso, proprio a Finmeccanica. E, scaduti i 5 anni, non solo è stato reintegrato ma il ministro Minniti l’ha immediatamente nominato vice direttore tecnico operativo della Direzione Investiva Antimafia. “Si è prestato a comportamenti illegali di copertura poliziesca propri dei peggiori regimi antidemocratici” scrivono di lui i giudici nella sentenza. Se non sono le stesse parole pronunciate da Zucca poco ci manca.

Le “pietre dello scandalo”

Ma non c’è solo Caldarozzi. Ricordate il vicequestore che il 20 luglio del 2001 si trovava a piazza Alimonda e, con il cadavere senza vita di Carlo Giuliani a terra, urlava a un manifestante “lo hai ammazzato tu, sei stato tu con le pietre, pezzo di merda”? Si tratta di Adriano Lauro che, durante il processo a Genova ai black block ha ammesso con naturalezza e con tranquillità non solo la messa in scena di quel giorno ma ha anche svelato che “si divertiva” a lanciare pietre all’indirizzo dei manifestanti. Qualche problema, in realtà, Lauro lo ha avuto anche nel 2015 a San Nicola nel corso di una manifestazione di Casapound.

Ebbene, nonostante tutte le sue peripezie, Adriano Lauro è stato promosso e nominato questore di Pesaro.Il governo deve spiegare perché tiene ai vertici operativi dei condannati – ha aggiunto Enrico Zucca replicando alle accuse di Gabrielli – noi violiamo le convenzioni, poi è difficile pretendere che le rispettino i paesi non democratici”.

Corte di Strasburgo e Procura di Roma, identiche accuse

E’ davvero imbarazzante l’ipocrisia imperante in questo paese, ci si indigna per le parole del sostituto procuratore genovese invece di vergognarsi per le sentenze della Corte europea dei diritti umani che ha ripetutamente condannato l’Italia per i fatti di Genova, usando le stesse parole che oggi ha pronunciato Zucca e, soprattutto, descrivendo un comportamento, da parte del nostro paese, che è terribilmente simile a quello tenuto dall’Egitto per il caso Regeni.

La Corte si rammarica – si legge nella sentenza “Cestaro contro Italia” dell’aprile 2015 della Corte di Strasburgo (Arnoldo Cestaro aveva 61 anni all’epoca dei fatti e si era fermato a dormire alla scuola Diaz dove fu barbaramente picchiato dai poliziotti che gli provocarono fratture multiple alla testa, alle braccia e alle gambe) – che la polizia italiana si sia potuta rifiutare impunemente di fornire alle autorità competenti la collaborazione necessaria all’identificazione degli agenti che potevano essere coinvolti negli atti di tortura”.

Questo ufficio – scriveva nel marzo 2017 la Procura di Roma a proposito del caso Regeni – ritiene che Regeni sia stato oggetto di accertamenti per lungo tempo ad opera di ufficiali degli apparati di sicurezza egiziani. Che poi, nel corso delle attuali indagini, hanno mentito, depistato, non hanno mai mostrato volontà di collaborare per la ricerca della verità e delle responsabilità, tra silenzi e reticenze”.

Allora invece di prendersela con il sostituto procuratore genovese, che ha avuto il coraggio di dire una scomoda verità, bisognerebbe prendere spunto proprio dalle sue parole per dare una vera sterzata, partendo innanzitutto dal fare qualcosa che per 17 anni è stata evocata ma mai concretamente fatta: chiedere scusa per quella vergogna. Ricordando, poi, a Gabrielli che non manca di rispetto a “chi ha dato il sangue” chi evidenzia fatti che purtroppo si sono realmente verificati quanto, piuttosto, chi macchia l’immagine delle forze dell’ordine dei tanti funzionari impeccabili e scrupolosi con i propri indegni comportamenti.

E, soprattutto, chi, pur di fronte all’evidenza, continua in qualche modo a coprire certi comportamenti, aggiungendo l’ipocrisia alla vergogna.

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