Anniversario amaro, la giustizia italiana pronta ad arrendersi sull’omicidio di Ilaria Alpi


Il 20 marzo 1994 a Mogadiscio la giornalista Rai Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin venivano uccisi in un agguato premeditato. 24 anni dopo la giustizia italiana è pronta ad arrendersi e, a metà aprile, il tribunale di Roma è pronto ad accogliere la richiesta di archiviazione

Ci sono due frasi, due citazioni che mi tornano ossessivamente nella testa  ogni volta che si parla dell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. La prima è di Albert Enstein che sosteneva che “è difficile sapere che cosa sia  la verità. Ma a volte è molto facile riconoscere la falsità”.

La seconda è di Luciana Alpi, la mamma di Ilaria: “E’ come se Ilaria e Miran fossero morti per il caldo che c’era a Mogadiscio”. Oggi, martedì 20 marzo, è il 24° anniversario dell’omicidio della giornalista italiana e dell’operatore Rai che l’accompagnava. Probabilmente sarà l’ultimo anniversario con il caso ancora ufficialmente aperto. Tra qualche settimana, a metà aprile, il tribunale di Roma si pronuncerà sulla richiesta della Procura di archiviare definitivamente l’inchiesta. E con tutta probabilità metterà definitivamente la parola, senza colpevoli e senza spiegazioni, alla vicenda.

La più amara e la più triste ma, probabilmente, la più inevitabile delle conclusioni per una vicenda che per 24 anni è stata caratterizzata da bugie, manipolazioni, falsità, depistaggi appositamente costruiti per non far scoprire la verità. Un muro invalicabile, costruito ad arte mattone dopo mattone, anno dopo anno, di fronte al quale alla fine si è arresa anche il pm Elisabetta Ceniccola. “Impossibile trovare moventi e colpevoli” ha spiegando chiedendo l’archiviazione.

Così alla fine se, come è praticamente certo, verrà accolta la richiesta di archiviazione, in realtà davvero sarà un po’ come sostenere e dare forza al paradosso proposto dalla mamma della giornalista Rai. Molto più semplicemente il delitto di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin, freddati il 20 marzo 1994 a Mogadiscio, è destinato a diventare l’ennesima imbarazzante dimostrazione del disastroso stato della derelitta giustizia italiana, incapace in 24 anni di ricostruire quanto accaduto e che, per giunta, ha impiegato ben 14 anni (e solo grazie all’intervento di una giornalista di “Chi l’ha visto”) per riconoscere una delle tante clamorose falsità (l’incriminazione del somalo Hashi Omar Hassan) di questo caso.

Soprattutto, però, quel duplice omicidio è destinato ad andare ad ingrossare l’elenco dei tanti misteri italiani irrisolti (come la strage di piazza Fontana, la tragedia di Ustica), tra le consuete omissioni, bugie e depistaggi (compreso, in questo caso, la costruzione di un colpevole da dare in pasto all’opinione pubblica). La giustizia italiana è pronta ad arrendersi, alza bandiera bianca e ammette la propria imbarazzante incapacità. E dopo 24 anni, pur di mettere definitivamente la parola fine (come, d’altra parte, aveva ampiamente previsto Luciani Alpi diversi anni fa quando sosteneva che “la verità non la sapremo mai perché nessuno ha voglia di scoprirla”), decide di chiudere gli occhi per fingere di non vedere quello che da anni è evidente, l’incredibile serie di manomissioni e depistaggi che hanno caratterizzato questa vicenda.

Che, pure, sono state riconosciute ed evidenziate da alcune sentenze, da alcuni atti giudiziari che sono rimasti lettera morta, sui quali, non si sa bene perché, è sceso un’inaccettabile silenzio. Nomi e prove di chi ha operato alcuni di questi depistaggi, ad esempio, sono citati chiaramente, con tanto di ricostruzione dei fatti, nella sentenza che quasi un anno fa ha scagionato Hashi Omar Hassan, il cittadino somalo anche lui vittima di questa triste vicenda, il colpevole costruito ad arte da dare in pasto all’opinione pubblica (ma i genitori di Ilaria Alpi si sono sempre battuti per dimostrare la sua innocenza).

Hassan è stato per 14 anni, da innocente, in carcere e avrebbe terminato di scontare la sua pena (16 anni) senza l’intervento di una giornalista, Chiara Cazzaniga che ha ricostruito tutta la vicenda e ha rintracciato un altro somalo, Ahmed Ali Rage (meglio conosciuto come Jelle) che lo aveva accusato. Già all’epoca della condanna Jelle, fuggito dall’Italia, ad un giornalista di Rai International aveva raccontato di aver mentito “in cambio di un visto per l’Italia e di soldi”, facendo nomi e cognomi di chi gli aveva proposto di inventare tutto. Affermazioni che ripeterà 14 anni dopo alla giornalista di “Chi l’ha visto” e che porteranno alla riapertura del processo e alla scarcerazione di Hassan. In quella sentenza si ricostruisce quanto accaduto, come e chi ha costruito a tavolino l’incriminazione nei confronti di Hassan, con tanto di testimonianze e prove del pagamento avvenuto nei confronti di Jelle. A meno che non si voglia considerare quella sentenza del tribunale di Perugia carta straccia, quell’atto è la prova inconfutabile di alcuni depistaggi.

Non gli unici perché a depistare si è iniziato già nei minuti e nelle ore successive all’omicidio. E anche in questo caso c’è una sentenza, un atto giudiziario che mette nero su bianco su quanto accaduto, che inchioda almeno alcuni dei protagonisti dei depistaggi stessi. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin vengono uccisi il 20 marzo a Mogadiscio dove si trovano per seguire per il tg3 la guerra civile somala. In realtà la Alpi stava anche indagando su un traffico di armi e di rifiuti tossici  nel quale, secondo quanto sostengono da sempre i genitori e qualche giornalista molto vicino alla Alpi, sarebbero coinvolti pezzi dell’esercito e delle istituzioni italiani. A conferma di questa tesi ci sarebbe l’omicidio, per certi versi incomprensibile, pochi mesi prima del sottoufficiale del Sismi Vincenzo Li Causi che poi si scoprirà essere informatore della stessa Alpi sul traffico illecito di scorie tossiche.

La Alpi quel 20 marzo tornava a Mogadiscio da Bosaso dove aveva intervistato il sultano, raccogliendo informazioni  appuntate su un taccuino che poi scomparirà durante il rimpatrio della salma (su una nave della marina italiana). Le immagini girate da una troupe americana immediatamente arrivata sul posto dell’omicidio mostrano la presenza di un discusso imprenditore italiano, Giancarlo Marocchino, che pochi giorni prima durante una cena aveva informato giornalisti, militari e diplomatici italiani di un attentato in preparazione nei confronti di giornalisti italiani, invitando tutti a lasciare Mogadiscio.

L’intelligence italiana conferma l’attendibilità di quell’allarme ma quando la Alpi, che era a Bosaso quando si svolge quella cena, comunica il suo ritorno a Mogadiscio per il 20 marzo nessuno delle autorità militari presenti in Somalia (e alla cena con Marocchino) la mette al corrente del pericolo. Quan­do Ila­ria e Mi­ran ven­go­no uc­ci­si a Mo­ga­di­scio ci sono an­co­ra mi­glia­ia di sol­da­ti Onu. C’è un con­tin­gen­te ita­lia­no co­man­da­to dal ge­ne­ra­le Fio­re, c’è il Si­smi (re­spon­sa­bi­le il co­lon­nel­lo Pe­sca­ri­ni), c’è il co­lon­nel­lo Vez­za­li­ni a capo del­l’U­no­som (il con­tin­gen­te Onu pre­sen­te in So­ma­lia), c’è an­che un nu­cleo di ca­ra­bi­nie­ri del Tu­sca­nia. Nes­su­no di loro si reca sul luo­go del du­pli­ce de­lit­to, come do­cu­men­ta­no ine­qui­vo­ca­bil­men­te i fil­ma­ti gi­ra­ti dal­l’ABC e dal­la te­le­vi­sio­ne sviz­ze­ra su­bi­to dopo l’ag­gua­to.

Le autorità militari italiane presenti a Mogadiscio, tuttavia, si affrettano a far passare quell’omicidio come un incidente, un tentativo di rapina o sequestro finito solo fortuitamente male. In realtà già allora si sapeva bene (i due sono stati “freddati” con un colpo unico “esploso a contatto con il capo”) che si era trattato di una vera e propria esecuzione. Però la tesi della rapina finita male viene ribadita nel rapporto Unosom, in cui si attesta palesemente il falso sulle modalità con le quali sono stati uccisi. Quel rapporto è firmato, ci sono i nomi di chi l’ha redatto e di chi l’ha firmato. Cos’altro è se non un evidente tentativo di depistaggio (con tanto di nome e cognome di chi l’ha redatto)? L’avrà mai letto il pm di Roma che ora sostiene che non c’è alcuna prova di depistaggio?

Ancora, durante il rimpatrio delle due salme in Italia sulla nave Garibaldi scompaiono il cer­ti­fi­ca­to di mor­te, il “body ana­to­my re­port” re­dat­to da una com­pa­gnia ame­ri­ca­na, il tac­cui­no di Ila­ria e al­cu­ne vi­deo­cas­set­te re­gi­stra­te. Stiamo parlando di una nave della Marina Militare, non di una nave passeggeri. Non è anche questo un chiaro ed evidente depistaggio? C’è però dell’altro. Due mesi dopo l’omicidio il generale Fiore scrive una lettera ai genitori della Alpi nella quale racconta gli attimi successivi all’omicidio.

Gli stes­si ca­ra­bi­nie­ri – scri­ve Fio­re – han­no re­cu­pe­ra­to i cor­pi, li han­no por­ta­ti al por­to Vec­chio e da qui in eli­cot­te­ro sul­la nave Ga­ri­bal­di. Nel con­tem­po in­sie­me ad al­cu­ni gior­na­li­sti ita­lia­ni si sono re­ca­ti al­l’ho­tel Sa­ha­fi per rac­co­glie­re tut­to il ma­te­ria­le de­gli in­te­res­sa­ti”. Bu­gie cla­mo­ro­se, smen­ti­te dal­le im­ma­gi­ni te­le­vi­si­ve che di­mo­stra­no ine­qui­vo­ca­bil­men­te che nes­sun au­to­ri­tà ita­lia­na si reca sul luo­go del­l’ag­gua­to e che a fare i ba­ga­gli sono solo i due gior­na­li­sti ci­ta­ti (che con­fer­me­ran­no l’as­sen­za di ca­ra­bi­nie­ri o au­to­ri­tà ita­lia­ne) fil­ma­ti dal­l’o­pe­ra­to­re del­la te­le­vi­sio­ne sviz­ze­ra. La ma­dre di Ila­ria ac­cu­sa Fio­re di es­se­re “bu­giar­do e inaf­fi­da­bi­le” ed il ge­ne­ra­le la que­re­la. Lu­cia­na Alpi do­vrà su­bi­re an­che due pro­ces­si, ov­via­men­te con­clu­si en­tram­bi con l’as­so­lu­zio­ne.

Nelle motivazioni della sentenza definitiva la Corte di appello di Brescia scrive che “le af­fer­ma­zio­ni del ge­ne­ra­le Fio­re con­te­nu­te nel­la let­te­ra in­via­ta ai ge­ni­to­ri del­la Alpi sono ri­sul­ta­te non cor­ri­spon­den­ti alla ve­ri­tà… nes­su­na di tale af­fer­ma­zio­ni cor­ri­spon­de alla ve­ri­tà…” , sottolineando come in quella lettera e in tutto quanto accaduto nei momenti successivi all’omicidio ci sia stata la volontà di costruire una versione completamente differente dell’accaduto. Cos’altro è se non un evidente e clamoroso depistaggio? Il pm romano che ha chiesto l’archiviazione ha mai letto la sentenza bresciana? La storia ci racconta che il generale Fiore, nonostante quel durissimo atto di accusa, non ha dovuto subire neppure un richiamo, anzi, è stato più volte insignito ed ha ottenuto altri prestigiosi incarichi.

Al pm Ceniccola e ai giudici del tribunale di Roma bisognerebbe anche consigliare di leggere il libro scritto da Luciana Alpi, “Esecuzione con depistaggi di Stato”, nel quale la mamma di Ilaria descrive, con dovizia di particolari e citando atti di procedimenti o istituzionali, tutti i depistaggi messi in atto (e chi li ha portati avanti) in questi anni. Se quel libro racconta il falso, perché nessuno ha denunciato l’autrice? Stesso discorso va fatto per quanto concerne le tesi di un giornalista molto amico della Alpi, Gianni Lannes.  Che sostiene che Ilaria la sera  del 20 marzo avrebbe dato in diretta al tg3 una notizia bomba: il coinvolgimento dello Stato italiano nel traffico di armi e rifiuti pericolosi, con l’incredibile sperpero di denaro pubblico (quasi 1,5 miliardi di lire).

Lannes queste accuse le ha più volte ribadite, anche pubblicando un’approfondita inchiesta, nel 2001 su l’Espresso e nel 2006 su Il Manifesto. Non solo, sulla ricostruzione della vicenda e sulle accuse lanciate da Lannes nel settembre 2011 la deputata eletta con il Pd (ma del Partito radicale) Elisabetta Zamparutti presentò un’interrogazione parlamentare alla quale, però, non è mai stata data risposta, nonostante i ripetuti solleciti. Anche in questo caso nulla è accaduto, nessuno ha dato seguito o ha indagato su quanto riferito da Lannes (con il supporto di alcuni atti) che, di contro, non è mai stato denunciato per diffamazione, per calunnia o per reati simili, come logica vorrebbe se le sue affermazioni fossero completamente false e inventate.

I genitori della Alpi sono sempre stati convinti che quella era la strada da seguire. La giustizia italiana non ha mai voluto farlo e ora, dopo 24 anni, si appresta e mettere la parola fine su questa vicenda. Che, purtroppo come tante altre vicende della nostra storia recente, è inevitabilmente destinata a finire nel dimenticatoio. Per evitare che ciò accada oggi, come ad ogni anniversario futuro, ricorderemo la sua storia e quella di Miran Hrovatin. Un tributo, il minimo che si possa fare, nei confronti di chi ha pagato con la vita la passione, autentica e più profonda, per questa professione.

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