Il triste Natale dei terremotati tra rabbia e rassegnazione


A quasi un anno e mezzo dal terremoto nelle quattro regioni colpite dal terremoto su 3600 casette ordinate ne sono state consegnate meno della metà, appena 1650. E i “fortunati” che l’hanno già ottenute devono fare i conti tutti i giorni con disservizi di ogni tipo

I numeri a volte dicono molto, quasi tutto. Quelli relativi alle casette, le famose Sae, sono uno di questi casi. Dall’inizio dell’emergenza sismica nel centro Italia è passato ormai quasi un anno e mezzo e nelle quattro regioni colpite dal terremoto su 3600 casette ordinate ne sono state consegnate 1650, meno della metà (il 45% per l’esattezza). Si può discutere quanto si vuole sulle ragioni di un simile ritardo, ci sono tantissime giustificazioni e spiegazioni valide e comprensibili, da mesi se ne parla e ce le sentiamo ripetere.

Ma dopo 16 mesi non ci sono ragioni che tengano, vergogna e fallimento sono i termini più appropriati per definire questa incredibile situazione. Che assume contorni ancora più imbarazzanti se si considera che, come se non bastasse, anche nelle casette che sono state consegnate il quadro non è certo particolarmente edificante. Ovunque, da Amatrice ad Accumoli, da Arquata a Visso, si evidenziano disagi e evidenti disservizi. Nei giorni scorsi, ad esempio, abbiamo ascoltato la testimonianza di una donna di Amatrice rimasta bloccata, perché la porta non si apriva più, nel bagno di servizio della casetta per ore, quella di una sconsolata anziana di Accumoli che raccontava come, nel giro di una settimana, la casetta si era allagata per ben tre volte.

La cronaca dei giorni scorsi ci ha raccontato, poi, come ad Arquata le prime temperature un po’ più rigide abbiano fatto scoppiare gli scaldabagni. Un problema derivato dal fatto che chi ha progettato le casette non ha tenuto conto che andavano installate in zone montane (complimenti per la programmazione…), con la conseguenza che l’installazione dei boiler (scaldabagni) nei tetti rischia di provocare queste conseguenze. Sembra davvero incredibile, le casette sono arrivate con estremo ritardo (almeno dove sono arrivate) ma, nonostante tutto il tempo trascorso, presentano diversi difetti, alcuni inaccettabili, che denotano un’imbarazzante e inaccettabile superficialità (per giunta neppure giustificabile con la premura di fare in fretta…).

Come, appunto, quello dei boiler ma anche quello relativo ai comignoli. Già appena terminati i lavori di costruzione ci si era resi conto che l’altezza minima adottata per i comignoli era troppo bassa per abitazioni collocate in località di montagna soggette a nevicate durante il periodo invernale. Così si è proceduto subito dopo a rialzare i comignoli stessi ma, nell’eseguire tali lavori, sono state lasciate delle fessurazioni che, al primo acquazzone, hanno determinato infiltrazioni d’acqua nelle casette stesse. Stiamo parlando di errori inammissibili e inaccettabili, non è in alcun modo giustificabile che, nonostante si sia impiegato più di un anno per consegnare le casette, non si sia tenuto conto in sede di progettazione che andavano situate in una località di montagna, con tutte le conseguenze che ciò avrebbe determinato. “La situazione è quasi insostenibile” commentava nei giorni scorsi uno sconsolato sindaco Petrucci.

A tal proposito martedì 12 dicembre l’amministrazione comunale ha incontrato a Roma i vertici della Protezione civile. “Abbiamo chiesto un collaudo generale di tutte le casette – ha spiegato il vice sindaco Franchi – per risolvere i problemi che si possono generare durante l’inverno e porre rimedio ad alcuni disagi come accaduto con il Boiler. Abbiamo anche chiesto la presenza di un incaricato sul posto, pronto ad intervenire per qualsiasi evenienza”. E’ bene sottolineare che stiamo parlando solo di ritardi (oltre il 50% di casette ancora non sono state consegnate) e disservizi gravi.

Perché se poi si andassero ad analizzare le condizioni in cui si trovano a vivere i “fortunati” che hanno ricevuto le Sae (a proposito, definirle ancora in tal modo, cioè “Soluzioni abitative d’emergenza”, dopo 16 mesi sembra quasi una presa in giro…) la situazione è se possibile peggiore. “Nelle Sae e nelle frazioni abitate mancano servizi quali luoghi di ritrovo, bar, alimentari e questo è un problema da colmare in tempo molto rapidi per arrivare ad un livello minimo di vivibilità” denunciava nei giorni scorsi un cittadino arquatano. Strettamente legato a questo discorso è quello relativo al ripristino delle attività commerciali.

I ritardi nelle delocalizzazioni delle attività commerciali sono evidenti e gravi e gli impegni presi da alcuni soggetti disattesi” aggiunge quel cittadino arquatano. “Chiediamo a Cna e Croce Rossa di accelerare i lavori per avviare il centro commerciale a Pescara del Tronto e alla Regione una mano per far partire le attività produttive a Pretare, Spelonga e Piedilama. E’ importante fare ciò durante le feste natalizie altrimenti si rischia il dormitorio” aggiunge il vicesindaco Franchi. Naturalmente in un simile contesto parlare di ricostruzione, di rinascita, di progettare il futuro di questi luoghi appare una vera e propria utopia.

C’è un grande desiderio di tornare ai propri luoghi da parte della popolazione rimasta fuori da Arquata – spiega un cittadino arquatano – e da parte di tutti c’è la necessità di tornare a condizioni di vita normali. Purtroppo la volontà della popolazione non è sufficiente perché questo si realizzi. La nostra speranza ed il nostro obiettivo è che si cambi realmente passo rispetto a quanto visto finora, semplificando e velocizzando quanto possibile le fasi che portano all’inizio reale della ricostruzione”.

Naturalmente nessuno (almeno non noi) dimentica l’effettiva difficoltà nel gestire una situazione e un’emergenza che non ha precedenti, sia per la vastità ma anche per la particolare conformazione del territorio interessato. Per comprendere la complessità di questa interminabile emergenza terremoto basterebbe pensare che ancora nei giorni scorsi (le ultime pubblicate sull’albo pretorio sono di mercoledì 13 dicembre) il Comune di Ascoli ha emesso nuove ordinanze per l’evacuazione di immobili risultati (a 16 mesi di distanza…) lesionati e quindi inagibili.

E ci sono poi i dati e i numeri che fotografano ancora in maniera più evidente la situazione. Solo nelle Marche ancora oggi (gli ultimi dati disponibili sono di novembre) ci sono oltre 10 mila famiglia (10.272 per l’esattezza), per complessive 21.939 persone, che continuano ad usufruire del Contributo autonoma sistemazione (Cas), il contributo riservato a chi ha avuto la prima casa dichiarata inagibile. Senza contare, poi, che ancora migliaia di cittadini sono ospitai negli hotel della costa. Ricollegandoci a quanto detto inizialmente, anche in questo caso i numeri sono emblematici e dicono molto, testimoniano in maniera inequivocabile la portata unica dell’emergenza che si è dovuta e che si sta tuttora affrontando.

Per onestà non bisogna mai dimenticarlo, così come, però, non si può ignorare che un anno dopo il Natale nelle zone colpite dal terremoto assomiglia sinistramente a quello dell’anno precedente, con l’aggravante che rispetto ad allora è venuta meno anche la speranza che pian piano sta lasciando il posto alla più cupa rassegnazione.

Al di là dei numeri e dei dati oggettivi, proprio quest’ultimo aspetto, l’aver gradualmente tolto o quanto meno ridotto all’osso le speranze e la fiducia di queste persone rappresenta il più grande e inaccettabile fallimento di questo lungo post terremoto.

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