L’umiliazione dopo la violenza


Fa riflettere quanto accaduto nei giorni scorsi a Firenze, nel caso delle due studentesse americane che hanno denunciato due carabinieri. E in parte spiega perchè solo il 7,4% delle donne che hanno subito uno stupro decide poi di denunciare

I dati sono importanti, perché fotografano e rendono l’idea dell’entità del fenomeno. Dicono molto, danno delle indicazioni inequivocabili che, però, poi devono essere approfondite.

Per questo, in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ci sembra giusto partire proprio da qui, dai dati forniti dall’Istat alla Commissione parlamentare d’inchiesta, per poi sviluppare un ragionamento più compiuto sugli aspetti più rilevanti e più profondi del fenomeno. Ed i dati sono particolarmente significativi perché innanzitutto evidenziano dei fatti inequivocabili. Il primo, il più preoccupante, è che il fenomeno delle violenze sulle donne ha assunto proporzioni spaventose nel nostro paese, visto che praticamente un terzo delle donne italiane ha ammesso di aver subito una qualche forma di violenza. A ciò poi si aggiungono delle nuove forme di molestie, come lo stalking in costante crescita, senza dimenticare i ricatti sessuali in ambito lavorativo.

Il secondo dato di fatto, non meno preoccupante, è che solamente un numero esiguo, quasi irrilevante, di donne denuncia la violenza subita. E non solo quando questa avviene in ambito domestico (con le implicazioni che ciò comporta che inevitabilmente rende tutto più complicato) ma anche quando avviene al di fuori di quell’ambito, ad opera di uno sconosciuto. Infine, ma questo era ampiamente risaputo, che la maggior parte delle violenze avvengono in ambito familiare, in particolare ad opera del partner o dell’ex partner. Ci sarebbe, poi, un quarto elemento che, visto l’ondata irrazionale degli ultimi tempi nel nostro paese, andrebbe evidenziato, cioè il fatto che la stragrande maggioranza delle violenze (ancora più quando si tratta di violenze sessuali) sono opera degli italiani, mentre quelle commesse dagli stranieri non superano il 18%.

Ma per quanto ci riguarda è un aspetto assolutamente secondario, quasi irrilevante, convinti come siamo che una violenza è una violenza, poco conta e poco importa la nazionalità o il colore della pelle di chi la commette. Queste sterili ed inutili differenziazioni le lasciamo volentieri agli ottusi a cui non interessa il fenomeno in se ma solo eventualmente il suo sfruttamento a fini propagandistici.

Ma vediamoli nel dettaglio i dati. Partendo da quelli relativi al cosiddetto femminicidio, con ben 150 vittime nel 2016 (nei primi 10 mesi del 2017 sono 114), praticamente con una media di una donna uccisa ogni 2 giorni e mezzo. Ben 4046 (praticamente una ogni 2 ore) sono le violenze denunciate nel corso del 2016, mentre complessivamente secondo quanto rilevato dall’Istat poco meno di 7 milioni di donne (il 31,3%) tra i 16 e i 70 anni hanno riferito di aver subito nel corso della propria vita una violenza fisica o sessuale.

Per quanto riguarda gli autori, per gli omicidi nel 51% dei casi l’autore è il partner o l’ex partner, nel 22,1% dei casi un altro parente, nel 26,8% dei casi altro. Per quanto riguarda le violenze, invece, nel 41% dei casi l’autore è il partner o l’ex partner. Nei casi in cui la violenza avviene al di fuori della coppia (ex compreso) nell’82% dei casi l’autore è italiano e nel 18% dei casi è straniero. Percentuale pressochè identica per quanto riguarda gli stupri (81,6% italiani) e i tentati stupri (85,5% italiani). Terrificante, invece, il dato relative alle denunce.

Solo il 7,4% delle donne italiane che ha subito uno stupro e il 3,7% vittima di un tentato stupro ha denunciato, percentuale che precipita all’1,5% quando a subire lo stupro è una donna straniera (mentre per il tentato stupro la percentuale di donne straniere che denuncia è leggermente più alta, il 5,9%). In particolare lo stupro non viene praticamente quasi mai denunciato (4,4%) se l’autore è italiano, mentre nel caso è uno straniero la percentuale di denunce arriva al 24,7%. Stessa differenza, con percentuali ancora più basse, nel caso di tentato stupro con il 2,2% di denunce in caso di autore italiano e il 17,4% in caso di autore straniero.

Per quanto “mostruosi” possano essere questi dati, purtroppo non è certo una novità, da sempre c’è questa difficoltà da parte delle donne nel denunciare lo stupro. Difficoltà che derivano da diversi fattori, principalmente da quello che poi chi denuncia uno stupro deve affrontare e subire. Due episodi di questi giorni, l’incidente probatorio con le due studentesse che hanno denunciato lo stupro a Firenze e il diluvio di commenti letti sotto l’articolo di un quotidiano nazionale che riportava i dati sulle violenze, sono la migliore spiegazione di quel dato.

Perché evidenziano con estrema chiarezza da un lato l’autentico calvario che chi denuncia deve affrontare, l’ulteriore violenza psicologica a cui deve sottoporsi e dall’altro l’inaccettabile tentativo di aggrapparsi e di cercare particolari e sfumature che possano in qualche modo consentire di fare dei distinguo, come se ci possa essere una scala che possa rendere la violenza più giustificabile o, addirittura, che possa portare al paradosso di considerare la vittima in qualche modo complice.

Vecchi retaggi di una cultura e di una società maschilista difficile da sradicare, che ancora oggi, di fronte alle violenze nei confronti delle donne (soprattutto quelle sessuali) va comunque alla ricerca di una sorta di complicità da parte della vittima stessa. Di esempi, anche recenti, purtroppo, ne abbiamo tantissimi, considerazioni indegne e inaccettabili del tipo “se l’è cercata per come è vestita”, “che ci faceva a quell’ora in giro da sola” o altre “menate” simili le ascoltiamo quasi ogni volta che avviene una violenza. Ma quanto è accaduto l’altro giorno a Firenze, nell’incidente probatorio con le due studentesse americane, è qualcosa che va oltre, di più profondo.

Le due ragazze sono state ascoltate e interrogate dagli avvocati dei due carabinieri per 12 ore, sono state sottoposte a circa 250 domande di ogni tipo, dalle più sciocche alle più personali, comprese quelle sulla sfera sessuale. Gli avvocati dei due indagati non hanno risparmiato nulla alle due ragazze, domande sulle loro abitudini sessuali, sul loro modo di vestire, addirittura hanno chiesto se avevano l’abitudine di indossare le mutandine quando uscivano di sera. Sono uscite stravolte, in lacrime, distrutte, come se avessero subito nuovamente una violenza, con l’avvocato di una delle due che ha raccontato come la sua assistita si sia addirittura sentita male durante l’incidente probatorio.

Per carità, i due accusati hanno il diritto di difendersi, i loro avvocati hanno tutto il diritto di approfondire tutti i particolari di quella sera, di quella vicenda. Ma tutto il resto cosa c’entra? In discussione c’è e deve esserci solo se le due ragazze hanno o meno subito violenza, il resto sono particolari privati e del tutto irrilevanti.  Se anche le due studentesse americane nei mesi precedenti avessero avuto decine e decine di relazioni, se anche avessero l’abitudine di vestire in un determinato modo, anche senza indossare le mutandine,  che cosa cambia? “Se tornassi indietro, se solo avessi immaginato di dover affrontare tutto ciò non avrei di certo denunciato” ha confessato sconfortata una delle due ragazze dopo quelle 12 ore di confronto.

Come darle torto, come non comprendere, di fronte ad un simile trattamento, tutte quelle donne che preferiscono tenersi tutto dentro piuttosto che affrontare qualcosa di così devastante (come se non fosse giù sufficiente la violenza stessa). Come non capire che in questo tipo di atteggiamento c’è non solo e non tanto il sacrosanto diritto alla difesa quanto la volontà, che emerge quasi sempre in occasione di uno stupro, di scaricare e attribuire una parte di responsabilità alla vittima che, in qualche modo, con i suoi comportamenti avrebbe “provocato” lo stupro.

Perché in una società come la nostra che, nonostante gli evidenti passi avanti, è ancora profondamente maschilista, certi retaggi culturali sono difficili da sconfiggere. Basta leggere i commenti a quell’articolo per rendersene conto, i dati così eclatanti sulle violenze sono quasi irrilevanti, la maggior parte delle considerazioni e dei commenti si concentra sui comportamenti che contribuirebbero a rendere meno grave, quasi inevitabile la violenza.

Sorvolando su chi ancora sostiene che, in fondo, uno stupro subito da parte del proprio partner in fondo non può essere considerato tale (come se esistesse una sorta di abominevole diritto ad avere rapporti sessuali ogni qual volta il partner ne ha voglia…), è incredibile come ancora oggi in tanti considerino lo stile di vita e l’abbigliamento della vittima un fattore determinante, fino a spingersi a considerazioni surreali e indegne.

Il guaio è che, come abbiamo visto in passato, poi certe vergognose considerazioni spesso si possono trovare anche nelle sentenze dei giudici. In altre parole troppo spesso nel momento in cui si denuncia lo stupro è come se si mettesse in moto un procedimento binario: da un lato c’è l’indagine per accertare i fatti, dall’altro viene scandagliato e analizzato nei minimi particolari lo stile di vita della vittima, come se il numero di partner che ha o ha avuto, gli orari e i luoghi che frequenta, il modo in cui si veste possano costituire un parametro per attribuire minore e maggiore gravità alla violenza. Inaccettabile per una società che si vuole ritenere civile, che dovrebbe avere ben chiari certi principi. A partire dal fatto  che la violenza è sempre violenza, non c’è appiglio, non c’è giustificazione che tenga, non ha una gradazione differente in base allo stile di vita di chi la subisce.

Il sacrosanto e inviolabile diritto di dire no è identico per chi ha decine e decine di partner occasionali, per chi cambia partner ogni giorno e per chi invece ha o ha avuto nella sua vita un unico partner. Così come non può essere considerata una sorta di “provocazione” l’abbigliamento o i luoghi frequentati o situazioni simili.

E’ fondamentale un cambiamento di cultura e di mentalità” ha sottolineato la presidente della Camera Laura Boldrini nel corso dell’evento organizzato nei giorni scorsi. Difficile ma inevitabile se davvero si vuole provare a fare un passo avanti.

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