Per grazia ricevuta


Decisione shock del presidente della Repubblica Mattarella che cede alle pressioni di  parte dell’opinione pubblica e concede la grazia, per la pena accessoria, al dirigente scolastico del Convitto di L’Aquila dove, la notte del 6 aprile 2009, in seguito al terremoto morirono tre minorenni

Tre differenti giudici lo hanno ritenuto colpevole. Le motivazioni di tutte e tre le sentenze hanno evidenziato, dopo un’accuratissima verifica dei fatti, la sua grave insensibilità, negligenza ed imprudenza”.

Eppure secondo il presidente della Repubblica Sergio Mattarella Livio Bearzi, dirigente scolastico del Convitto di L’Aquila ai tempi del drammatico terremoto del 6 aprile 2009, merita la grazia, almeno per quanto riguarda la pena accessoria. La notizia della grazia è arrivata nella giornata di venerdì 3 novembre e, purtroppo, non si può certo dire che abbia colto di sorpresa. Da tempo, praticamente da quando la Cassazione aveva confermato la condanna a 4 anni di carcere con la pena accessoria di 5 anni di interdizione, da più parti si erano levate invocazioni in favore di Bearzi. Il mondo della politica ma anche magistrati e giudici invocavano la grazia per il dirigente del Convitto che già dal dicembre 2015 aveva ottenuto dal tribunale di sorveglianza di Trieste l’affidamento in prova ai servizi sociali (che tuttora sta svolgendo come volontario in un consorzio che si occupa di accoglienza ai profughi).

Allora quel provvedimento fu accolto con soddisfazione, come una sorta di atto dovuto nei confronti di quello che, da più parti si sottolineava con fastidio, “è l’unico tra i condannati per i fatti accaduti quel drammatico 6 aprile a L’Aquila ad essere ancora in carcere”. Non sia mai, doveva essere scarcerato anche lui. Perché nel nostro paese funziona così, quando accadono certe tragedie i responsabili, coloro che comportandosi correttamente (secondo quanto impone la legge e la deontologia professionale) potevano evitare il verificarsi della tragedia stessa, semmai pagano lo fanno in minima parte, evitando sempre e comunque il carcere e tutte le più pesanti conseguenze che dovrebbero automaticamente discendere dalla condanna.

Non è la prima volta, non sarà purtroppo l’ultima. L’avevamo accennato qualche tempo fa, è stato così per la vicenda della scuola di San Giuliano di Puglia nella quale morirono 27 bambini e un’insegnante. E’ così anche per quella che sicuramente è stata la pagina più drammatica di quel devastante terremoto, il crollo della Casa dello Studente di L’Aquila nel quale morirono 7 ragazzi e uno dei custodi (anche lui ventenne).

Nonostante la condanna a 4 anni di reclusione non hanno praticamente fatto neppure un giorno di carcere i tre ingegneri, che avevano siglato i lavori di ristrutturazione dell’immobile effettuati nel 2000 che, di fatto, avevano peggiorato una situazione già critica. E non ha fatto un giorno di carcere neppure il presidente della Commissione collaudo dell’Azienda per il diritto agli studi universitari, condannato a 2 anni e 6 mesi. Inevitabilmente doveva accadere lo stesso per la tragedia del Convitto dove morirono 3 minorenni.

Niente carcere per il dirigente della Provincia dell’Aquila condannato a 2 anni e mezzo di reclusione, sembrava brutto che diverso trattamento venisse riservato al dirigente scolastico. Invece Bearzi era finito in carcere il 10 novembre 2015 in seguito all’ordine di carcerazione della Procura generale della Corte di Appello dell’Aquila dopo che la Cassazione aveva confermato la condanna emessa nei suoi confronti in primo grado e in appello per concorso in omicidio colposo plurimo e lesioni colpose. Un mese è rimasto in carcere, poi il citato provvedimento del tribunale di sorveglianza di Trieste con l’affidamento in prova e l’uscita di prigione. Rimaneva pendente sul suo capo, però, la pena accessoria dell’interdizione per 5 anni.

Ora è arrivata la richiestissima (da più parti) grazia del presidente della Repubblica Mattarella che consentirà a Bearzi di tornare a scuola come se nulla fosse accaduto. Già, ma in fondo che cosa mai accaduto? Il crollo del Convitto nazionale la notte di quel dannato 6 aprile 2009 aveva provocato la morte di tre minorenni ed il ferimento di un quarto. In un paese in cui perfino per tutti i condannati per la tragedia di San Giuliano di Puglia (dove i morti furono 28) non è stata prevista l’interdizione, perché mai bisognava prevederla in questo caso?

Naturalmente il presidente della Repubblica Mattarella ha deciso autonomamente e la responsabilità di questa decisione, che pur sforzandoci non riusciamo a comprendere e a giustificare, è tutta sua. Ma arriva dopo che per mesi c’è stata un’incredibile campagna a favore del dirigente scolastico. Non solo da parte di alcuni organi d’informazione (su tutti “Il Giornale”) ma anche politici e, addirittura, uomini di legge. Tra le tante “bestialità” sentite in proposito ci ha lasciato senza parole, attoniti e sconfortati, l’incredibile presa di posizione del procuratore de L’Aquila Fausto Cardella.

Nel corso di un convegno in Friuli Cardella ha espresso solidarietà al preside “per il dramma di una persona che, oltre al fardello per gli eventi di quella maledetta notte, deve sopportare il peso della detenzione. Un uomo di scuola che perde i propri studenti è come il capitano che vede affondare i marinai. Comprendo il dramma. Mi sembra di aver capito che a Bearzi sia attribuita una colpa generica per aver vietato alle persone (comunque minorenni) di uscire dal convitto. Una decisione presa sicuramente in buona fede, anche perché si sa che in caso di terremoto può essere meglio non uscire. La fatalità, purtroppo, ha fatto accadere ciò che nessuno avrebbe mai pensato”.

Davvero difficile trattenere la rabbia, l’indignazione di fronte a tali dichiarazioni. Al di là del fatto che magari la solidarietà andrebbe espressa alle famiglie che hanno perso i propri figli in quella tragedia, è davvero molto grave che certe parole arrivino da un procuratore che, per giunta, avrebbe quanto meno il dovere di informarsi meglio sulla vicenda prima di fare affermazioni che non corrispondono per nulla alla realtà dei fatti. Emersa in maniera inequivocabile dai tre procedimenti, dalle sentenze e dalle motivazioni stesse della sentenza.

Il piano di sicurezza – si legge nelle motivazioni della Cassazione – prevedeva espressamente il potere di disporre l’evacuazione in caso di necessità. D’altra parte in quella notte fatale si era in presenza di indicazioni drammatiche ed incalzanti che imponevano di corrispondere con immediatezza alle pressanti richieste dei giovani allievi e particolarmente di quelli minori”.

Di conseguenza i giudici della Cassazione, a proposito del dirigente scolastico, scrivono che “manifestò una conclamata insensibilità, una grave negligenza ed imprudenza, imponendo ai ragazzi di sopportare un rischio intollerabilmente elevato che si concretizzò nel breve volgere di poche ore”. A differenza di tante situazioni simili, di tanti edifici scolastici di cui colpevolmente si ignora la condizione, per quanto riguarda il Convitto nazionale si sapeva ampiamente quale fosse la situazione.

C’era la relazione di “Abruzzo Engineering”, c’era il “Rapporto Barbieri” sulla vulnerabilità sismica che non lasciava dubbi sulla situazione allarmante della struttura. Bearzi ne era ampiamente a conoscenza ma non ha provveduto a metterla in sicurezza, non ha neppure predisposto un piano di emergenza (obbligatorio per legge) e, per concludere, non ha disposto lo sgombero dell’edificio nei giorni in cui tutte le scuole cittadine erano state chiuse a causa della sequenza sismica in atto.

Si è trattato di un crollo annunciato – ha sottolineato il pm Picuti durante la sua requisitoria – la relazione redatta nel 2005 da Abruzzo Engineering parlava di fessurazioni nell’edificio, lesioni nei solai, infiltrazioni continue d’acqua che avevano indebolito l’edificio. Quella notte sono crollate le parti dell’edificio indicate nella relazione. Il Convitto era un tugurio, il crollo era annunciato da anni e nessuno ha fatto nulla per evitarlo. Sarebbe bastato un po’ di buon senso, provvedere alla chiusura dell’edificio, come aveva fatto il sindaco dell’Aquila per le scuole il 5 aprile, dopo la scossa di magnitudo 4.

Bastava prendere coscienza che l’edificio non era idoneo all’attività che all’epoca si esercitava, segnalare agli organi competenti. La fatiscenza era acclarata e questo imponeva una segnalazione, invece non è stato fatto nulla. Livio Bearzi che per legge aveva il compito di neutralizzare ogni pericolo sul luogo di lavoro non ha assolto agli obblighi”.

C’è poco da aggiungere, come si può accettare che chi si è reso responsabile di simili gravi comportamenti possa essere meritevole di una grazia, sia pure parziale? Nessuna volontà persecutoria, nessuno vuole considerare quel dirigente una specie di “mostro”. Però aveva delle responsabilità che gli erano imposte dal suo ruolo, c’erano degli obblighi di legge che non ha rispettato. Grave, ancora di più perché, come sottolineato in maniera inequivocabile da tutti i giudici, il suo comportamento ha determinato la morte di tre ragazzini. Ha scontato appena un mese di carcere, che ora possa anche tranquillamente tornare a scuola come se nulla fosse accaduto è davvero troppo.

Vista la potenza di fuoco che si è mobilitata in suo favore appare molto probabile che la grazia venga concessa” commentavano amaramente alcune settimane fa i comitati cittadini aquilani sorti dopo il terremoto. “Se dovesse arrivare la grazia a Bearzi – concludevano – sarà difficile mantenere una comunicazione cordiale con il presidente ed anche l’ultima speranza di aiuto verrà calpestata”.

Impossibile non essere d’accordo con loro, impossibile non provare profonda amarezza di fronte alla decisione di un presidente della Repubblica che mai come in questo momento sentiamo così lontano…

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