Professoressa presidente di commissione e candidata, a scuola il concorso delle beffe


E’ accaduto all’Isia di Faenza dove la professoressa presidente di commissione ha firmato il verbale di gara nel quale proclamava sé stessa vincitrice del concorso. Dopo il “polverone” sollevato dai media il tardivo intervento della scuola e del Miur

Il pianeta scuola in questo avvio di anno scolastico ci racconta storie davvero poco edificanti, emblema del diffuso malcostume italico che ormai si è insinuato in ogni ambito.

Le settimane scorse, ad esempio, ad Ascoli ha fatto scalpore la notizia della discutibile decisione del Tar Marche che ha riammesso all’esame di maturità il ragazzo scoperto, durante la prova di matematica, a copiare dal cellulare, per giunta figlio di una professoressa della stessa scuola. Ma da Faenza proprio in questi giorni ci arriva una storia che, al di là dell’esito finale, è ancor più sconcertante. Sembra una barzelletta, un “pesce di aprile” o, meglio ancora, uno degli spot del “gratta e vinci” (quelli divenuti famosi con lo slogan “ti piace vincere facile”).

Invece è accaduto davvero che all’Isia (Istituto Superiore Industrie Artistiche) di Faenza in un concorso pubblico per la selezione per un anno di insegnamento per la disciplina di Antropologia culturale la presidente della commissione esaminatrice (che poi è    la direttrice dell’Isia stesso) era al contempo anche una delle candidate. E, domanda da un milione di dollari, indovinate un po’ alla fine chi si è aggiudicato il concorso? Si, proprio lei che, oltre ogni immaginabile paradosso, ha anche tranquillamente firmato il verbale di gara nel quale proclamava sé stessa vincitrice e prima nella graduatoria.

E’ incredibile ma, al di là della diretta interessata, nessuno in quella scuola o negli ambienti scolastici di Faenza hanno trovato la cosa quanto meno singolare, tutto normale, come se fosse cosa di tutti i giorni che chi esamina e decide sia anche un’esaminata. Tutto sarebbe filato liscio, come se nulla fosse, se la seconda classificata nel concorso non avesse deciso di segnalare la situazione.

Quando sono andata a vedere sul sito internet dell’Istituto il verbale del concorso pubblico – ha raccontato intervistata da un quotidiano nazionale – non ci volevo credere, la presidente della commissione aveva firmato il verbale nel quale proclamava sé stessa candidata prima nella graduatoria. Sono rimasta sconcertata, perplessa, venivo da un’influenza e ho addirittura pensato che ancora non ero lucida, che avevo letto e capito male”.

Il passo successivo è stato quello di telefonare all’Isia, chiedendo alla direttrice amministrativa come poteva essere accaduto che un presidente di commissione fosse al tempo stesso un candidato (per giunta poi risultato primo in graduatoria. La risposta ricevuta è di quelle da far cadere le braccia. “Mi ha risposto – racconta la seconda classificata – che magari nel momento in cui veniva nominata vincitrice la presidente di commissione era uscita, lasciando il compito agli altri commissari”. Senza parole, c’è di che rimanere basiti e abbandonare tutto. La seconda classificata al concorso, però, non si dà per vinta e allora scrive al ministero della Pubblica Istruzione che, udite udite, risponde sostenendo che “si tratta di una situazione di certo particolare”.

Un parere preziosissimo, senza questa illuminazione del ministero della Pubblica Istruzione chi mai avrebbe pensato di essere di fronte ad una situazione particolare? Ironia, molto amara, a parte al di là di questa lapalissiana affermazione il ministero prende tempo, decide di non intervenire subito. Nonostante tutto la seconda classificata non si scoraggia e decide di provare a sollevare il cosiddetto “polverone” intorno alla vicenda, raccontandola ad alcuni giornali (in particolare è “La Stampa” a dare molta evidenza a questa incredibile storia). E, guarda il caso, come l’imbarazzante storia rischia di diventare un caso nazionale ecco che chi fino a quel momento aveva risposto quasi con tono sprezzante improvvisamente si sveglia dal torpore.

A metà della settimana scorsa la vicenda finisce su alcuni giornali nazionali e, d’incanto, nel fine settimana arriva il decreto direttoriale n. 172 dell’Isia di Faenza con il quale il direttore, prof.ssa Paderni, annulla il concorso nella parte riguardante la graduatoria per Antropologia Culturale. Esattamente un mese dopo (il verbale della commissione giudicatrice è del 14 settembre 2017) il direttore dell’Isia si è accorta che c’è qualcosa che non va, chissà magari qualcuno le avrà svelato che la diretta interessata forse non è uscita al momento in cui veniva nominata vincitrice. Nel decreto l’annullamento viene motivato dalla necessità “di assicurare la piena trasparenza delle procedure di selezione per l’individuazione dei docenti dell’ISIA di Faenza”.

Peccato che solo ora ci si sia resi conto dell’importanza della “piena trasparenza” e solo dopo che si è sollevato il polverone mediatico. Perché il 5 settembre scorso, quando decreto direttoriale n. 163 è stata nominata la Commissione giudicatrice e, conseguentemente, è stata nominata presidente della Commissione stessa una delle candidate al concorso evidentemente della “piena trasparenza” non interessava a nessuno.

Naturalmente una simile sconcertante vicenda non poteva non regalarci anche un ultimo aspetto grottesco, quasi comico, con l’intervento finale lunedì 16 ottobre del Miur che, dopo che già l’Isia di Faenza aveva provveduto ad annullare il concorso, addirittura attraverso l’autorevole voce del ministro Fedeli fa sapere che “il bando annuale per l’insegnamento di Antropologia culturale presso l’Isia (Istituto superiore per le industrie artistiche) di Faenza è stato annullato”. Siamo oltre le comiche, per un mese il Miur ha tergiversato, ora compie un prodigio, riesce ad annullare un bando già annullato.

Non basta, il ministro Fedeli aggiunge anche la “chicca” finale affermando che “sul caso specifico siamo intervenuti tempestivamente”. “A seguito di ulteriori approfondimenti – si legge nella nota della ministra – sarà poi possibile un intervento di natura disciplinare”. Alla fine di tutto, quindi, “tutto è bene quel che finisce bene”. Forse…

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