Abusi edilizi: l’incredibile storia delle villette di via delle Begonie


La concessione edilizia n. 62/96  prevedeva 4 schiere per complessive 28 villette ma ne sono state realizzate 37. E la denuncia di una coppia che nel 2003 ha acquistato una delle villette ha fatto emergere l’assenza di agibilità/abitabilità e una serie incredibile di abusi

Via delle Begonie (Monticelli) può essere considerata in qualche modo una via simbolo. Attraversandola ci si imbatte prima nella zona dove nel gennaio scorso, nel corso dell’emergenza neve, è crollato un muretto, fortunatamente senza provocare danni alle persone.

L’immagine di un paese che va a pezzi, incapace di far fronte o, peggio ancora, di prevenire qualsiasi calamità naturale, mentre lo stato di abbandono del cantiere ci ricorda come sia sempre incredibilmente lenta la fase di ricostruzione (e come l’amministrazione comunale impieghi sempre tempi biblici per qualsiasi intervento, sono trascorsi già 9 mesi e siamo ancora in alto mare…).

Proseguendo più avanti, oltre i giochi e nel tratto della via in salita, ci si imbatte in quattro schiere di villette al centro da oltre 20 anni di uno dei più sconcertanti casi di abusi edilizi. Una vicenda surreale, che ha inizio nel 1996 quando il Comune rilascia la concessione edilizia n. 62/96 per la realizzazione di quattro schiere di villette per 28 alloggi. Che, per magia, al termine dei lavori diventeranno 37, 9 in più di quanto previsto dalla concessione edilizia.

Un chiaro ed evidente abuso che, però, non sarebbe mai venuto a galla (nell’ottobre 2003 il direttore dei lavori attestava la conformità dell’opera ai progetti approvati…)  se nel novembre 2003, una coppia di sposi, Claudio e Alfredina, non avesse acquistato una delle villette della schiera “C”. Che, secondo la concessione edilizia, doveva comprendere 11 villette ma che, nella realtà dei fatti, ne  ha ben 16 (le altre 4 in più rispetto al progetto originario sono nella schiera “D”). All’atto dell’acquisto (firmato nello studio del notaio Nazzareno Cappelli) la parte venditrice (la Tamarix srl) dichiara che è stata presentata al Comune dichiarazione del direttore dei lavori per il rilascio dell’abitabilità e garantisce che non sono state eseguite nell’immobile opere o varianti soggette ad autorizzazioni o concessioni in sanatoria. Tutto in regola, quindi, almeno in apparenza.

In realtà la situazione è decisamente differente. Il 30 maggio 2003 era stata presentata presso il Comune di Ascoli istanza di variante a sanatoria relativamente alle schiere “C” e“D” con la rappresentazione di uno stato difforme sia alla concessione originaria che allo stato attuale. Il 29 gennaio dell’anno successivo (2004) il Comune di Ascoli, comunicava il “non avvio del procedimento amministrativo” poiché “non è stato completato l’iter burocratico-edilizio relativo a detta concessione” (in particolare non era stata esaminata la richiesta di concessione in sanatoria).

Qualche mese più tardi, nell’ottobre del 2004 la Tamarix presentava richiesta di sospensione della domanda stessa, mentre il successivo 17 dicembre chiedeva il condono edilizio sulla base della Legge regionale Marche n. 23/2004 (che, però, fissava al 10 dicembre 2004 il termine ultime per presentare l’istanza di condono). Intanto passano gli anni e Claudio e Alfredina restano sempre in attesa del certificato di agibilitià/abitabilità che non arriva e pian piano iniziano a preoccuparsi.

Allora – ci racconta Claudio – insieme ad un mio vicino di casa abbiamo iniziato a fare qualche ricerca presso gli uffici comunali e in particolare presso lo Sportello Unico per l’Edilizia e abbiamo scoperto qualcosa di clamoroso. E’, infatti, emerso che non era mai stata presentata alcuna richiesta di agibilità/abitabilità, né la dichiarazione di conformità degli impianti elettrico e del gas. Inoltre non erano stati depositati presso il Genio civile i calcoli strutturali, il collaudo statico della struttura e la conformità alla normativa in materia sismica. Infine è emerso il fatto delle 9 unità immobiliari in più”.

Il 7 gennaio 2010 la coppia chiede allo Sportello Unico per l’Edilizia un sopralluogo per verificare le irregolarità della propria casa. Che puntualmente vengono confermate e verbalizzate il 5 maggio 2010 dal geometra Cerreti. Dopo aver cercato inutilmente un accordo con la Tamarix, non restano che le vie legali, con denuncia civile e penale. Il 4 maggio 2015 arriva la sentenza della causa civile, firmata dal giudice Mariangela Fuina, che non lascia spazio a dubbi ed interpretazioni.

Il giudice condanna la Tamarix alla restituzione del prezzo pagato dalla coppia per l’acquisto della casa, pari a 248.076,81 euro, al risarcimento dei danni per 67.625,19 euro e al pagamento delle spese processuali. Nella sentenza il giudice parla dell’esistenza “di gravi abusi edilizi per i quali dopo circa 12 anni ancora non è stata regolarmente richiesta ed ottenuta una sanatoria”. Inoltre sottolinea come il Ctu (Consulenza tecnica d’ufficio) ha evidenziato l’esistenza di irregolarità urbanistiche (“alcune di queste irregolarità interessano tutte le unità immobiliari del complesso edilizio ovvero della schiera “C” e della schiera “D” di cui alla concessione edilizia 62/96”), irregolarità progettuali e irregolarità strutturali.

In attesa del secondo grado di giudizio, prende il via anche la causa penale, con i due soci della Tamarix e il direttore dei lavori che vengono rinviati a giudizio con l’accusa di gravi abusi edilizi. Il processo penale si apre nell’ottobre 2015, senza però che il Comune (che comunque dovrebbe essere parte lesa) si costituisca parte civile. Gli imputati chiedono e ottengono immediatamente il rinvio di sei mesi perché, a loro detta, starebbero sanando. Dopo le prime schermaglie arriva il terremoto del 24 agosto e la conseguente sospensione, nelle zone del cratere, dei procedimenti in corso.

Il 12 settembre scorso il procedimento è ripreso con l’audizione del dirigente comunale, ing Weldon, che però da anni non segue più la vicenda. Così bisognerà attendere il prossimo 30 gennaio quando in aula comparirà un altro dirigente del Comune, l’arch. Galanti che si sta attualmente occupando della richiesta di condono edilizio. Perché, non ci crederete, la pratica aperta il 17 dicembre 2004 ancora non è stata definita. Sono passati quasi 13 anni e non è stata presa alcuna decisione, nonostante la situazione sia abbastanza chiara. Dopo anni di incomprensibile silenzio nel novembre del 2011 l’allora dirigente dello Sportello unico per l’edilizia (ing. Weldon) in realtà aveva comunicato il diniego dell’istanza di condono nel caso in cui la pratica non fosse stata integrata entro 10 giorni.

Come al solito quel termine sarà tutt’altro che perentorio perché dopo 8 mesi (luglio 2012) invece dell’inevitabile diniego inspiegabilmente lo stesso dirigente comunica ai proprietari delle villette e alla Procura che l’istanza era sospesa “in quanto si attendono ancora le integrazioni richieste”. Trascorrono quasi altri 3 anni senza che nulla accada, poi lo Sportello unico per l’edilizia il 2 aprile 2015 convoca una riunione con i proprietari delle villette abusive per discutere la procedura di condono edilizio. Nel verbale della riunione, tra i punti da rispettare affinché la sanatoria vada a buon fine, il Comune indica anche il fatto che i proprietari dovranno subentrare alla ditta nella procedura di condono, dovranno pagare gli oneri e le oblazioni. Inoltre dovranno essere comprese tutte le villette che dovranno essere sanate nell’effettivo stato e destinazione d’uso in cui si trovano e nel rispetto dei limiti di superficie e volume previsti dalla legge.

Ovviamente Claudio e Alfredina, forti della sentenza del procedimento civile, dichiarano di non prestare il proprio consenso al subentro del procedimento di condono. Ma dal Comune, con un ennesimo colpo di scena, arriva la risposta nella quale si sostiene che la Tamarix ha titolo a sostituirsi alla coppia nella richiesta di sanatoria delle opere abusive da lei stessa realizzate. Ancora una volta la procedura resta sospesa, senza che si compia nessun passo avanti. Così, dopo 2 anni di attesa, il 30 giugno scorso Claudio e Alfredina presentano un nuovo atto in cui diffidano il Comune “a pronunciarsi sulla suddetta domanda entro 30 giorni  dal ricevimento del presente atto”. “Nonostante siano trascorsi oltre 2 anni dalla conferenza dei servizi indetta dal Comune – si legge nella diffida – a tutt’oggi l’amministrazione non si è ancora pronunciata”.

A dir poco surreale, quasi comica se non fosse una vicenda terribilmente seria, la risposta del Comune, firmata dal dirigente dello Sportello unico per l’edilizia il 18 luglio 2017. “Con riferimento all’atto di diffida a provvedere sulla pratica di condono edilizio n. 67901/2004 – si legge nella lettera – si rappresenta che non si ravvisa alcun ritardo, non giustificato, nell’esame delle domande di condono presentate dai proprietari e dalla società costruttrice”. Quasi 13 anni evidentemente non rappresentano un “ritardo non giustificato” per il Comune, davvero non ci sono più parole.

Al di là dell’involontaria comicità del dirigente comunale, è sin troppo evidente che il Comune si trova ad affrontare una situazione molto difficile e non ha il coraggio di prendere una decisione che, quale che sia, sarebbe inevitabilmente foriera di pesanti conseguenze. Perché respingendo (come, alla luce degli atti, sembra dover fare) la richiesta di condono di fatto saremmo di fronte ad un abuso non sanabile e il destino di quelle villette sarebbe inevitabile. Ma dando il via libera (dopo 13 anni…) alla richiesta, il firmatario dell’atto si esporrebbe ad una sicura denuncia con conseguenze che potrebbero essere molto gravi. Perché che la sanatoria presentata in Comune non possa essere accettata, e di conseguenza non potrà essere ottenuta l’abitabilità/agibilità per carenza di requisiti, appare del tutto evidente.

Emblematica, a tal proposito, è la relazione di parte siglata dall’arch. De Santis nel giugno 2016 nella quale si evidenziano tutte le ragioni per cui l’istanza di condono debba essere considerata inammissibile. A partire già dal fatto che è stata presentata non nei tempi previsti (l’art. 6 comma 1 della legge regionale fissava per la presentazione il termine ultimo improrogabile del 10 dicembre 2004, l’istanza è stata presentata il 17 dicembre 2004), cosa la dovrebbe far ritenere decaduta. Nel merito, poi, c’è il fatto che le villette si trovano in zona sottoposte a vincolo idrogeologico per cui sulla base della normativa nazionale (art. 32 del decreto legge 269/2003) le opere abusive non sono suscettibili di sanatoria.

Inoltre l’istanza di condono comporterebbe un aumento della volumetria di oltre 200 mc, in contrasto con il limite previsto dalla norma regionale. In ogni caso, conclude la perizia, anche qualora venisse rilasciata una concessione in sanatoria non vi sarebbero comunque le condizioni igienico sanitarie per il rilascio dell’agibilità.

Tutto questo tempo che il Comune sta facendo trascorrere – spiega Claudio – non fa altro che svantaggiare i proprietari delle villette e favorire i costruttori perché trascorsi 10 anni dall’acquisto dell’immobile non potranno più rivalersi su di loro. Alcuni dei proprietari sono già fuori, ad altri manca molto poco”. Davvero superfluo aggiungere altro…

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