Dall’evasione fiscale “rubati” oltre 2 milioni di posti di lavoro


Secondo il rapporto del Centro studi di Unimpresa ammonta a 520 miliardi di euro l’evasione fiscale in Italia nel periodo che va dal 2010 al 2015. E secondo Confindustria recuperando il 50% di quell’evasione il pil crescerebbe di oltre il 3%, con 335 mila nuovi posti di lavoro all’anno

Oltre 520 miliardi di euro. A tanto ammonterebbe il totale dell’evasione fiscale in Italia nel periodo che va dal 2010 al 2015 secondo il rapporto del Centro studi di Unimpresa che ha analizzato la nota di aggiornamento del Def, il documento di economia e finanza approvato il 23 settembre scorso dal Consiglio dei ministri.

Una cifra spaventosa che testimonia in maniera inequivocabile come quello dell’evasione sia (e non certo da oggi) la prima vera priorità e emergenza del nostro paese. Certo è opportuno fare delle doverose precisazioni, come fa lo stesso vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci. Che, dopo aver sottolineato che è un dovere di tutti i contribuenti, sia famiglie che imprese, pagare le tasse e onorare le scadenze con fisco spiega che “quando si osservano i dati sull’evasione fiscale non si possono ignorare alcuni aspetti.

Come il fatto che una parte dei soggetti che decide di non versare imposte e tributi nelle casse dello Stato lo fa per necessità, talora per la mancanza assoluta di disponibilità, talora per far fronte ad altri pagamenti. Ciò vale per le famiglie e vale soprattutto per le imprese. L’imprenditore che non paga spesso dirotta il denaro al pagamento degli stipendi o di altri fornitori, magari artigiani, piccole aziende o professionisti”.

Però anche volendo togliere la cosiddetta “evasione di necessità” (quella appunto di famiglie e imprese che non possono pagare), il dato resta comunque elevatissimo. Anche perché numerosi studi hanno evidenziato come l’evasione forzata di chi non è in grado di pagare non è superiore ad un terzo dell’evasione complessiva. Ciò significa che siamo sempre intorno ai 350 miliardi in 6 anni, un dato comunque stratosferico, pari quasi al 25% del Pil annuale. Secondo uno studio effettuato nel 2016 Confindustria sosteneva che recuperando il 50% dell’evasione fiscale il Pil annuale sarebbe cresciuto di oltre 3% (3,1% per l’esattezza), con la conseguente creazione di ben 335 mila nuovi posti di lavoro. Che per 6 anni (il periodo preso in esame dal rapporto del Centro studi Unimpresa) significa ben 2 milioni di posti di lavoro in più.

E questo è sicuramente il dato maggiormente significativo perché dimostra come l’evasione incida pesantemente sull’occupazione, come chi evade “rubi” il lavoro e il futuro a tantissime persone. Nel citato studio del 2016 Confindustria analizza anche le ragioni che determinato una così elevata evasione. Partendo dalla percezione di inefficienza della Pubblica amministrazione nell’erogazione dei servizi, fattore determinante non meno della convinzione che è giusto farlo che sono in tanti quelli che evadono e che, a fronte di uno Stato “corrotto”, non sia comunque così sbagliato farlo. Importante, sempre secondo lo studio di Confindustria, anche l’inadeguatezza dell’amministrazione fiscale nell’effettuare i controlli, mirati soprattutto a fare cassa e non alla deterrenza, tanto che la maggior parte dei contribuenti in media rischiano di subire un controllo ogni 35-50 anni.

Dato confermato anche dall’analisi dell’Ocse che dimostra come altri paesi, con livelli di evasione molto più bassi e condizioni di contesto più favorevoli si sono dotati di strumenti più efficaci. Sotto questo punto di vista in effetti negli ultimi anni qualcosa di più è stato fatto, come confermano anche i dati. Nelle scorse settimane la sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi ha evidenziato come,  si sia passati dagli 11 miliardi recuperati nel 2011 ai 23 nel 2017 (in realtà il dato reale del 2014 era di 15 miliardi).

Sicuramente un passo avanti, al di là delle polemiche successive a quell’annuncio ( con la Boschi costretta ad evidenziare che quanto ai 23 miliardi si tratta comunque di stime assolutamente concrete e affidabili ma non ancora numeri acquisiti), ma altrettanto certamente ancora di strada da fare ce ne è tantissima, visto che anche così (cioè con i 23 miliardi) saremmo all’incirca al 25% dell’evasione totale.

Tornando al rapporto del Centro studi di Unimpresa da cui siamo partiti evidenzia come la media di evasione nei sei anni che vanno dal 2010 al 2015 si attesta ad 86,9 miliardi. Il picco massimo è stato raggiunto nel 2011, con un’evasione di 90,2 miliardi, mentre il livello più basso si era toccato l’anno prima con 83, 04 miliardi. Le imposte più evase risultato Irpef e Iva, con la tassa sui redditi che registra mancati versamenti in media di 30,7 miliardi, mentre per quanto riguarda l’Iva in media sfuggono all’amministrazione finanziaria 35,5 miliardi di euro.

Prendendo a riferimento l’ultimo anno preso in considerazione (2015) si sono registrati mancati versamenti di irpef per 31,6 miliardi, di Ires (imposta sul reddito delle persone fisiche) per 10,2 miliardi, di Iva per 34,7 miliardi di irap per 8,1 miliardi, di imposta sulle locazioni per 1,3 miliardi e di canone Rai per 1 miliardo.

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