Lo “scaricabarile” e il “pianto del coccodrillo”, gli sport preferiti dagli italiani…


A Livorno, come dopo ogni tragedia, si torna a parlare dell’importanza della prevenzione, mentre va in scena il solito imbarazzante teatrino messo in scena dai vari enti e amministrazioni che si rimpallano le responsabilità, accusandoci reciprocamente

Non aumentano le alluvioni, aumentano danni e vittime”. A parlare in questo modo è il professor Franco Prodi, docente di Fisica dell’atmosfera all’Università di Ferrara, all’indomani dell’ennesima tragica alluvione, quella di Livorno dove sono morte 7 persone.

Affermazione che suona molto familiare, un ritornello che si ripete, ovviamente con sfumature differenti, per ogni “sciagura” che investe il nostro paese. Concetto simile lo ripete da mesi il professor Tondi che, anche nell’incontro di domenica 3 settembre a Castel di Lama, ha ripetuto che “non è il terremoto a provocare morte e distruzione ma la mancanza di prevenzione”. Un refrain che ormai è diventato una sorta di simbolo per il nostro paese. Che, sicuramente, sconta in questi campi ritardi e inefficienze di decenni ma che dimostra di non imparare mai la lezione.

Un dato su tutti dovrebbe far riflettere: dal 2011 ad oggi in Italia si sono verificati 78 morti per le alluvioni, con danni approssimativi calcolati nell’ordine di oltre un miliardo di euro. Toscana, Calabria, Sicilia, Sardegna, Emilia Romagna, Liguria, Campania, Lazio, Veneto e anche le Marche (5 morti a Sant’Elpidio a Mare, 1 a Senigallia) le regioni dove ci sono state vittime e si sono verificati i danni maggiori in questi anni, spesso con fenomeni che si sono ripetuti nel tempo (trovando sempre la stessa imbarazzante impreparazione).

Ogni volta la prima reazione è sempre la stessa, si prova ad eludere qualsiasi responsabilità parlando di evento eccezionale, di “bomba d’acqua” mai vista prima, di mutamento di clima che in Italia “ormai è diventato tropicale”. “Tutte fesserie – replica il professor Prodi – le bombe d’acqua non esistono e parlare di clima tropicale è una grande stupidaggine. I giornalisti dovrebbero abolire questo termine (bomba d’acqua) a-scientifico. Il radar meteorologico riconosce i diversi tipi di temporale: a cella singola, multi cella, suall-line o linea di celle, supercella con tornado e trombe d’aria associati.

Quanto al clima le leggi della fisica restano quelle, il ciclone extra-tropicale è diverso da quello tropicale. Qualche evento quasi tropicale si presenta ma assai raramente nel Mediterraneo. L’aumento delle temperature porta a più vapore in circolazione e quindi può generare un leggero aumento delle precipitazioni, ma i fenomeni sono quelli, perché quelle sono le cinque equazioni della meteorologia dinamica”.

Una volta caduta la carta  dell’evento eccezionale, puntualmente parte il solito indecente scaricabarile, con amministratori e rappresentanti dei vari enti che si rimpallano le responsabilità, accusando reciprocamente. Un teatrino squallido e indegno che puntualmente è andato in scena anche questa volta, con il sindaco Nogarin che si è giustificato accusando Regione e Protezione Civile che hanno emesso un allerta con codice arancione e non rosso. “Ci saremmo comportati in maniera diversa se ci fosse stato un allerta rosso” ha dichiarato.

Come ormai per ogni cosa nel nostro paese, a questo punto ci si schiera da una parte o dall’altra secondo il tifo, prendendo per buona questa o quella tesi senza avere la minima cognizione di cosa si stia parlando. In questo caso, infatti, è chiaro ed evidente che la Protezione Civile ha sbagliato e avrebbe dovuto emettere un allerta rosso. Ma è altrettanto evidente che, per quanto riguarda l’attenzione da parte del Comune, non c’è alcuna differenza, visto che rosso e arancione sono codici quasi simili.

Il codice arancione è lo stesso un indicatore forte di rischio – spiega Riccardo Gaddi responsabile della Protezione civile per la Regione Toscana – la differenza è semplicemente che il rosso indica una maggiore estensione del territorio che può essere coinvolto. In ogni caso in entrambi i casi, sia rosso che arancione, c’è il rischio di perdite di vita umane”.

In effetti ciò che sostiene Gaddi corrisponde a realtà, come si vede nella foto che pubblichiamo dove, alla voce “allerta arancione”, c’è scritto: “significativi allagamenti, instabilità dei versanti, caduta massi, innalzamento di rivi e torrenti con possibili inondazioni. Effetti: pericolo per la sicurezza delle persone, fenomeni diffusi di allagamento di locali, danni a infrastrutture edifici e attività, anche agricole. Temporanea interruzione della rete stradale e ferroviaria”.

Tutto molto chiaro, l’allerta arancione doveva essere preso molto seriamente. E allora davvero il sindaco Nogarin può pensare che di fronte ad un simile possibile scenario sia stato giusto e normale non fare nulla, andare tranquillamente a dormire sereno e senza preoccupazioni? La maggior parte dei suoi colleghi della zona hanno fatto esattamente l’opposto, si sono immediatamente allertati.

Il sindaco di Pisa Marco Filippeschi, non appena ricevuto l’allerta arancione, ha immediatamente allertato la cittadinanza (anche con sms) ed è rimasto sveglio quasi tutta la notte per seguire l’evoluzione della situazione (che, per fortuna, a Pisa è  stata ben diversa da Livorno). Perché non ha fatto la stessa cosa Nogarin? Non era sufficiente il “pericolo per la sicurezza delle persone” sia pure in una parte limitata del territorio? Aveva forse bisogno della previsione di una possibile “apocalisse” per muoversi? Magari non sarebbe cambiato molto, forse non si sarebbe riusciti ad evitare le vittime ma non c’è nessuna scusante che tenga di fronte alla sottovalutazione dell’allerta arancione diramato dalla Regione.

C’è, poi, un altro aspetto da sottolineare. In un’intervista rilasciata a Sky tg24 una donna salvata (insieme al marito ai due figli) dall’intervento tempestivo dei vigili del fuoco. sottolineava come il corso d’acqua che, in seguito al violento temporale notturno, è esondato da sempre alla foce è chiuso, praticamente “attappato”, da materiale vario che il Comune non provvede mai a rimuovere. E che dire, poi, delle dichiarazioni dell’ex assessore al bilancio Lemmetti, ora nella giunta Raggi a Roma, che si è sempre vantato di essere riuscito a risparmiare migliaia di euro dalla manutenzione di strade, tombini, corsi d’acqua e cose varie?

Inutile nascondere che quelle affermazioni oggi suonano a dir poco sinistre. Nogarin, tra l’altro, non può neppure giustificarsi scaricando tutto su chi  ha governato prima di lui, visto che è sindaco a Livorno da oltre 3 anni. In pratica non può provare a copiare quello che sta facendo Virginia Raggi a Roma che, pure, negli anni passati aveva pesantemente dileggiato l’allora sindaco Marino in situazioni simili. Il guaio per i romani è che cambiano i sindaci, cambiano gli schieramenti politici che guidano la città, ma la musica è sempre la stessa.

Allagamenti diffusi e metropolitana chiusa il 20 ottobre 2011 con Alemanno sindaco, stesso scenario il 31 gennaio 2014 con Marino sindaco, identico copione il 10 settembre 2017 con Virginia Raggi. Con la tipica ironia che caratterizza la città, i romani almeno si sono consolati creando, per ognuno di loro, i nomignoli adatti all’occasione: AleDanno, SottoMarino e NubifRaggi: Un sorriso amaro per ribadire che sono bravi tutti a protestare e ad accusare. Poi, però, alla vera resa dei conti  i censori di ieri si comportano come coloro che criticavano, se non peggio.

Ne abbiamo un esempio lampante anche dalle nostre parti, a San Benedetto. Dove da una ventina si alternano alla guida della città centrosinistra e centrodestra e, puntualmente, chi è all’opposizione accusa pesantemente chi amministra di non aver fatto nulla  per evitare che ogni volta che arriva una pioggia un po’ più intensa i tradizionali allagamenti mandino in tilt la città. Naturalmente, poi, il copione si ripete, a parti inverse, quando l’opposizione di allora diventa maggioranza e governa la città. Un teatrino sconfortante a fronte di una situazione che, chiunque amministri, non cambia da decenni.

Un piccolo spaccato di quello che è più in generale il nostro paese. Dove ci si ricorda della prevenzione, in qualsiasi campo, solo nelle ore successive a qualche tragedia. Quando, poi, passato il clamore e l’emozione del momento, in seguito qualcuno prova a fare qualcosa di concreto per la prevenzione, puntualmente ci si scontra con un vero e proprio muro di gomma. La recente tragedia di Ischia, ad esempio, è in proposito emblematica.

Qualche anno fa c’era stato un coraggiosa procuratore che aveva ordinato l’abbattimento degli edifici abusivi di Casamicciola ma le ruspe sono state bloccate da un’imponente manifestazione con oltre 3 mila persone, compresi tutti gli studenti di medie e superiori. Ora la tragedia dei giorni scorsi ha riportato l’attenzione sull’argomento, ma quanto durerà? E vogliamo parlare della sicurezza delle scuole, tematica caldissima nei giorni successivi all’emergenza sismica che ha colpito il centro Italia?

Tra qualche giorno comincia il nuovo anno scolastico e la situazione è perfettamente identica a quella di un anno fa. Prevenzione è il termine più abusato nel post tragedia, poi con il passare dei giorni diventa un fastidio da dimenticare in fretta. Ancora di più quando è legato, come in questo caso, al tema della tutela dell’ambiente, della mitigazione del rischio idrogeologico.

Per anni abbiamo pubblicato l’annuale indagine di Legambiente “Ecosistema rischio” che si occupa proprio di questo, del rischio legato a frane e alluvioni. Per anni abbiamo letto gli allarmi inascoltati in quell’indagine puntualmente lanciava, per anni abbiamo assistito alle repliche “scocciate” di politici e amministratori. Eppure quell’indagine non fa altro che evidenziare i rischi che si corrono continuando a costruire (abitazioni civili, complessi industriali, interi quartieri) in luoghi sensibili perché vicino a corsi d’acqua a rischio esondazione o in zone a rischio frane, evidenziando regione per regione, provincia per provincia, comune per comune, le situazioni potenzialmente più a rischio.

Però quegli appelli, quegli allarmi puntualmente cadono nel vuoto, almeno fino a che non capita qualcosa di grave. Allora, solo dopo che il guaio è già accaduto, si torna a parlare di piani di mitigazione del rischio, di interventi per la raccolta delle acque, di ripulitura dei fiumi, di rimboschimento e difesa dal rischio frane. E si sbandierano pure quei piani, quei progetti che, però, restano nelle buone intenzioni e ben presto finiscono nel dimenticatoio, soprattutto per disinteresse perché ora si scopre che per quegli interventi sono stati anche stanziati fondi consistenti , chissà perchè non spesi e non utilizzati.

Certo poi nessuno sano di mente potrebbe pensare che in poco tempo si potrebbe riuscire a sanare situazioni complesse, create da anni di mancati interventi, di amministrazioni superficiali, di ogni genere di scempi di tipo ambientale. Però se davvero si fossero attuati anche solo una parte degli interventi promessi probabilmente ora il bilancio di vittime sarebbe quanto meno dimezzato, così come la conta dei danni.

Però, si sa, il nostro è il paese che alla prevenzione preferisce lo “scaricabarile”, che alla programmazione preferisce le “lacrime del coccodrillo”. E che, non solo non riesce mai ad attuare ambiziosi piani di mitigazione del rischio, ma  spesso non riesce neppure ad effettuare semplici interventi di manutenzione ordinaria (puliture di tombini e catitoie) , come dimostrano i fatti degli ultimi giorni non solo di Livorno e Roma ma di tanti altri comuni

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