I “mostri” di Firenze


Dal web ai giornali, ma anche politici e amministratori che 10 giorni fa, dopo i fatti di Rimini, invocavano pene esemplari e la castrazione chimica ora tornano al più tradizionale “se la sono andata a cercare” e cercano di gettare fango sulle due giovani universitarie americane

Sono bastati pochi giorni, una  decina o poco più, e l’indignazione, l’invocazione di pene esemplari senza sconti si è trasformata in massima cautela e comprensione per le ragioni dei presunti carnefici.

Dalla richiesta di “castrazione chimica”, dopo i fatti di Rimini, si è passati al più tradizionale “se la sono andata a cercare” che si ripete quando in qualche modo si vuole fare ricadere la colpa più sulle vittime che sugli autori della violenza. Fatta la doverosa premessa che riguardo ai fatti di Firenze sono ancora in corso le indagini e quindi bisogna accertare come siano andate realmente le cose (anche se già dalle prime risultanze emergono particolari piuttosto inquietanti), è sin troppo facile evidenziare come la grande differenza tra le due vicende è che nel primo caso gli autori della violenza sono extracomunitari, nel secondo caso (con la premessa di cui sopra) sarebbero due italiani, per giunta due carabinieri in servizio.

E allora, bando alle ipocrisie, è sin troppo evidente che per molti l’indignazione dopo la vicenda di Rimini non era per la violenza in se ma per chi l’aveva commessa. La sacralità delle donne, la bestialità dello stupro che merita la sollevazione di tutto il paese, per molti ci sono solo quando e se lo stupratore (o gli stupratori) sono di colore. Se lo stupratore è bianco allora ecco rispuntare il vecchio e pietoso armamentario maschilista del “se la sono cercata”, della provocazione, in altre parole, per essere crudamente franchi, di tutte quelle affermazioni ambigue che si usano per non dire “erano due poco di buono, hanno avuto quello che meritavano”.

Purtroppo niente di nuovo, nulla di sorprendente, almeno per noi. Che non avevamo certo dimenticato la ben differente reazione che la stessa larga parte dell’opinione pubblica aveva avuto un anno fa quando venne alla luce la vergogna della terribile vicenda di Melito di Porto Salvo (una ragazzina all’epoca dei fatti neppure 14enne per mesi abusata e violentata da un branco composto da 9 ragazzi “bene” del posto, tra cui anche figli di politici) o quella della ragazza poco più che ventenne di Firenze, stuprata da 6 ragazzi, tutti rigorosamente italiani.

Storie raccapriccianti che, però, avevano provocato in una parte di opinione pubblica e della stampa stessa una reazione ben differente, con lunghe, stucchevoli e inutili dissertazioni sul ruolo della donna nella nostra società, sulle difficoltà dei maschietti di oggi, su come messaggi più o meno vagamente a sfondo sessuale invadano tutti i mezzi di comunicazione, quasi a voler in qualche modo provare a giustificare ciò che non può e non deve mai essere giustificato (lo stupro) chiunque e per qualsiasi ragione lo commetta. Questa volta magari qualcuno poteva pensare che, visto il breve lasso di tempo trascorso tra le due vicende, sarebbe stato diverso, che quanto meno ci si sarebbe mostrati un pochino più coerenti, usando se non gli stessi toni urlati per la vicenda di Rimini almeno la stessa linea.

E, invece, molti di quelli che 10 giorni fa invocavano la castrazione chimica o addirittura anche la pena di morte (ma, beninteso, non perché sono razzisti, solo perché hanno un così alto rispetto delle donne…) eccoli, senza un briciolo di dignità, lanciarsi sui social in commenti del tipo “se la sono cercata”, “erano due poco di buono, erano ubriache”, “è chiaro che ci stavano, sono salite sulla macchina con due sconosciuti”. Uno schifo, una vergogna, cade la maschera e si dimostra in maniera inequivocabile quello che realmente sono queste persone, biechi razzisti e probabilmente anche maschilisti, che non hanno alcun rispetto delle donne e che dimostrano anche di essere ottusi e poco arguti.

Perché, al di là di ogni altra considerazione, le due ragazze universitarie americane non sono salite sulla macchina di due sconosciuti ma hanno accettato di farsi accompagnare a casa (dalle prime testimonianze sembra che siano stati proprio i due carabinieri a offrire loro il passaggio) da due carabinieri in divisa e in servizio, chiamati nel locale dove si trovavano le due ventunenni perché c’era stato un principio di rissa. Saranno state anche ubriache e ingenue, però chi le colpevolizza perché si sono fidate dei carabinieri evidentemente allora ritiene le nostre forze dell’ordine assolutamente inaffidabili. Pensare, poi, che una ragazza di quell’età che ha bevuto o anche fumato automaticamente è una “poco di buono” è davvero sintomo di una totale chiusura mentale, di un’ottusità irrimediabile.

Tanto per cambiare questi tristi e squallidi soggetti hanno trovato una valida sponda in alcuni organi di informazione e alcuni politici. E, per quanto riguarda i primi, non parliamo solo di quelli come “Il Giornale” e “Libero” che francamente ormai è anche difficile definirli tali. Su diversi giornali è immediatamente partita una vera e propria campagna per cercare di screditare le vittime, gettando  fango su di loro con storie clamorosamente inventate. Come  quella su una presunta  polizza assicurativa contro gli stupri che avrebbero le studentesse universitarie americane che si recano a studiare fuori.

Chiaro ed evidente il messaggio, avevano la polizza, hanno architettato tutto per riscuotere i soldi. E per rafforzare questa tesi c’è addirittura chi (Il Messaggero) è andato oltre, pubblicando un articolo dal titolo sin troppo emblematico: “Turiste Usa in Italia con polizze anti violenza, 200 denunce l’anno, il 90% sono inventate”. Basta leggere l’articolo, però, per scoprire che quei dati non si sa da quale fonte ufficiale vengano, mentre a parlare delle polizze è uno dei presunti venditori. Quasi superfluo aggiungere che, ovviamente, la polizza anti stupro non esiste, così come i dati sulle denunce sono assolutamente infondati.

Non a caso quell’articolo scompare ben presto dall’edizione on line del giornale romano, ma ormai la bufala ha preso piede e in un attimo diventa virale. Quale sia il livello della nostra informazione lo testimonia, poi, ancora una volta “Il Giornale”. Che riprende la bufala della polizza, titolando a tutta pagina “Le due ragazze erano assicurate contro lo stupro”. La certezza palesata nel titolo diventa, però, meno solida nel sottotitolo dove si legge che “a quanto pare le due studentesse prima di partire per l’Italia avrebbero contratto una polizza anti stupro”. “A quanto pare”, con tanti saluti all’etica professionale.

I giornalisti non sapevano neppure che cosa fosse questa assicurazione antisupro – tuona dal suo blog Selvaggia Lucarelli – non sapevano neppure che non esiste un’assicurazione antistupro ma il nome era suggestivo ed era una buona occasione per gettare una luce sinistra sull’attendibilità delle due ragazze. Ma sì, facciamo in modo che serpeggi l’idea che queste due sono un po’ furbette, forse. Un po’ troie, magari. Anzi, troie-furbette. La non notizia diventa virale, le americane, per molti commentatori, avevano architettato tutto. Da vittime a troie furbette in un nanosecondo”.

Ma, visto che al peggio non c’è mai fine, non potevano certo mancare all’appello i nostri politici. A partire dal sindaco di Firenze Nardella che, di fronte ad una simile vicenda, si preoccupa di sottolineare che “è importante che gli studenti americani imparino, anche con l’aiuto delle università e delle nostre istituzioni che Firenze non è la città dello sballo”. Un modo un po’ più soft e elegante, ma molto più ipocrita, per dire che in fondo un po’ di colpa ce l’hanno anche le due ragazze…

Naturalmente in questo in questa hit parade della vergogna non poteva certo mancare Matteo Salvini, quello che 10 giorni fa invocava la castrazione chimica e che ora parla di “errore” e manifesta tutti i suoi dubbi, spiegandoci poi che non bisogna generalizzare, che i carabinieri sono 100 mila e semmai quelli sono solo due “mele marce”. Figuriamoci chi vuole generalizzare, anche se i due carabinieri risulteranno colpevoli di violenza sessuale nessuno estenderà il giudizio negativo a tutta l’arma.

In genere chi lo fa è proprio lui a cui si potrebbe ricordare (anche se è fiato sprecato) che gli extracomunitari sono oltre un milione, quindi eventualmente il rapporto è ancora più alto…  Per fortuna, però, ci sono le parole del comandante dei Carabinieri Tullio Del Sette ha riportarci nel mondo civile. “Un rapporto con una ragazza in quello stato è da considerare sempre una violenza – ha affermato – è un fatto di una gravità inaudita che rende i protagonisti indegni dell’uniforme che indossano e che comporterà gravi conseguenze, anche immediate, sul piano disciplinare e della condizione di stato”.

Parole che sicuramente comportano ma che, purtroppo, non cambiano l’amarissima morale che emerge da questa vicenda e che viene bene sintetizzata dalle parole di Selvaggia Lucarelli. “Ci ritroviamo a discutere di tutto tranne che della sostanza, delle vittime, del coraggio che hanno avuto due ragazzine a denunciare due carabinieri – afferma – allora non li fate più gli articoletti, le conferenze e le campagne per convincere le donne a non subire, a denunciare perché se tante donne decidono di tacere, non è per paura delle ritorsioni dell’aguzzino ma per paura di questo.

Dal giornalista che pur di avere il titolo ad effetto ti fa passare per megera bugiarda, del politico che per due voti in più insinua, del sindaco che si preoccupa della sua città o del suo paesello più di come sta la vittima. Lasciatele stare le donne che non denunciano perché in questo clima di merda che ci si ritrova intorno a denunciare, io le capisco. A quelli che insinuano mi piacerebbe chiedere che vantaggio avrebbero avuto le due ragazze americane ad inventare tutto. Davvero. Mi sono spremuta ma non mi è venuto in mente nulla. Capirai che vantaggi nell’infilarsi in un casino così, nel denunciare non il fruttarolo sotto casa ma due appartenenti alle forze dell’ordine italiane. Proprio una passeggiata di salute. Proprio troie e soprattutto furbette. Anzi, furbone”.

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