La “paghetta” per sentenza


Il padre le riduce la paghetta e la figlia 26enne, da anni fuori corso, lo porta davanti ai giudici. Che, con una sentenza a sconcertante, lo obbligano a pagarle un assegno mensile di 350 euro, oltre le spese per affitto, bollette, trasporti e tasse universitarie

La colpa, ormai è assodato, è sempre dei genitori. Che “terrorizzano” gli insegnanti, di fatto obbligandoli a promuovere tutti, anche i ragazzi che non lo meriterebbero.

Che sono sempre pronti a giustificare ogni comportamento dei propri figli, che non sono in grado di dare la giusta educazione, che non riescono mai ad essere intransigenti quando serve. Quante volte abbiamo sentito ripetere in questi mesi queste storielle da insigni esperti o presunti tali. Qualunque cosa accada è colpa dei genitori (che, ovviamente di responsabilità ne hanno sicuramente anche se è davvero fuori luogo generalizzare…), comodo paravento per nascondere o non ammettere le inefficienze delle altre agenzie educative (scuola in particolare). Poi, però, accade che per una volta un genitore (un padre per la precisione) fa proprio quello che tutti i pseudo esperti reclamano ed ecco che interviene la giustizia italiana (se così si può ancora definire) in soccorso della figlia.

E’ quanto accaduto a Pordenone dove una ragazza di 26 anni, ampiamente fuori corso all’università, si è rivolta ai giudici per ottenere la “paghetta” dal padre. Che aveva deciso di ridurla a 20 euro alla settimana dopo aver scoperto il ritardo negli studi della figlia. La ragazza,tramite il suo avvocato (a proposito, chi lo pagherà?) aveva chiesto 2.500 euro al mese, la Corte di appello di Trieste ha stabilito che il padre dovrà corrisponderle un assegno mensile di 350 euro. Oltre, naturalmente, a tutte le spese che sono già a suo carico, come i 240 euro al mese per la stanza in affitto a Gorizia, le tasse universitarie (poco meno di 2 mila euro all’anno), le bollette della casa, le spese per i trasporti.

Il padre aveva preso quella decisione dopo aver scoperto che la figlia, iscritta da 6 anni al corso triennale in relazioni pubbliche a Gorizia, non aveva dato neppure la metà degli esami. La ragazza inizialmente viveva con lui, poi quando il padre ha iniziato a chiederle risultati a scuola ha deciso di andarsene a vivere a Gorizia, affittando una stanza che, ovviamente, è pagata dal padre.

Le dicevo che così non potevamo continuare – racconta l’uomo – che se non ha voglia di studiare deve comunque guadagnarsi da vivere in qualche modo, le ho chiesto di provare a fare qualche stagione nelle località balneari vicine come Lignano e Bibbione, è una bella ragazza sono sicuro che non avrebbe avuto problemi a trovare qualcosa”. Lei, invece, per tutta risposta se ne è andata di casa, ha trovato un avvocato e ha portato il padre in tribunale.

I giudici hanno ribadito che il padre ha l’obbligo di mantenere il figlio che non è riuscito a conquistarsi l’indipendenza economica, osservando che “nell’attuale contesto c’è una certa inerzia nella maturazione che porta all’indipendenza dei giovani ragazzi, il padre ha l’obbligo di accompagnare il figlio in questa maturazione”. Tutto giusto, per carità, ma l’obbligo di mantenere il figlio che non ha l’indipendenza economica è cosa completamente diversa dal dover sottostare e accettare ogni suo capriccio.

Perché quel padre non ha mai neppure ventilato l’ipotesi di non mantenere la figlia 26enne che non ha voglia di studiare e neppure di lavorare, semplicemente aveva deciso di tagliarle una parte della “paghetta”. Tra l’altro avrebbe tranquillamente continuato a mantenerla a casa sua, evitandosi almeno di pagare anche l’affitto per la stanza a Gorizia. I giudici di fatto hanno fatto quello di cui solitamente sono accusati i genitori, hanno concesso tutto a quella ragazza, senza neanche provare a chiederle un minimo di impegno, la rinuncia a qualche capriccio (come quello non vivere più in casa del padre).

I giudici si sono sostituiti all’autorità del padre – commenta amaramente l’uomo – incentivando così mia figlia a non fare niente. Non studia e non lavora e io la devo comunque mantenere, pagandole anche l’affitto e tante altre cose. Vi pare normale?”. No, non ci pare per nulla normale, siamo di fronte all’ennesima dimostrazione che quella che ancora chiamiamo giustizia, a prescindere dalle leggi che ci sono, da tempo non è più una cosa seria. A rendere la vicenda ancora più surreale e sconcertante c’è, poi, un altro fattore.

Tra la paghetta, affitto e spese varie in pratica devo dare a mia figlia mille euro al mese – spiega l’uomo – ho un’altra figlia di 18 anni che l’anno prossimo vorrebbe frequentare l’università a Firenze. Io ho un reddito di 20 mila euro, se devo darne mille al mese alla figlia fannullona come faccio a mantenere quella che invece ha voglia di studiare? Questo i giudici non me l’hanno spiegato…”.

Forse è meglio che neppure ci provino a spiegarlo perché in quel gran carrozzone semiserio che è diventata la giustizia italiana potrebbe tranquillamente verificarsi il paradosso che i giudici stessi impongano all’altra figlia di non frequentare l’università visto che il padre non può pagarla, obbligato per sentenza a sottostare ai capricci dell’altra figlia, sostenuti e avvalorati dal pronunciamento dei giudici stessi. O, magari, potrebbe tirar fuori qualche altro imprevedibile “colpo di genio”. Molto meglio restare nel dubbio e non scoprirlo mai…

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