Bentornati nella “terra dei cachi”


L’ennesima gaffe della  Fedeli, il nuovo “voltafaccia” della sindaca Raggi, il sorteggio per le casette rimandato “per ferie”, il processo per la strage di 33 anni fa azzerato perché il giudice va in pensione: 21 anni dopo l’Italia è ancora come la descrivevano Elio e le storie tese

Era il 1996 quando a Sanremo Elio e le storie tese conquistavano il premio della critica e il secondo posto del festival con “La terra dei cachi”, una canzone che rappresentava una fotografia ironica e scanzonata di quello che era il nostro paese negli anni’90, patria dei “furbetti” e degli opportunisti, dove molti dei nostri rappresentanti istituzionali non avevano per nulla un comportamento consono al proprio ruolo, dove non esisteva il concetto di responsabilità, dove ogni cosa, anche la più seria, finiva sempre “a tarallucci e vino”.

Si, avete già capito e non è quasi necessario sottolinearlo. Sono passati 21 anni ma quella fotografia dell’Italia  ancora oggi è tremendamente attuale e le storie paradossali e imbarazzanti che ci regala questa fine estate sembrano davvero tagliate su misura per “la terra dei cachi”. Un posto tutto particolare, dove può tranquillamente accadere che un  rappresentante istituzionali scarichi sugli “ultimi” colpe che invece dovrebbero essere esclusivamente loro, dove la coerenza è un concetto sconosciuto, dove pagare per le proprie colpe o per le proprie responsabilità è un’utopia, dove il primo che si alza con il piede sbagliato decide di fare come gli pare, infischiandosene delle regole, dove, quando va bene, si può aspettare oltre 30 anni per avere giustizia, dove basta un semplice cavillo per azzerare il lavoro di anni, dove i diritti e le aspettative di chi da mesi vive un dramma infinito come il terremoto finiscono per passare sempre in secondo piano.

D’altra parte solo nella meravigliosa “terra dei cachi” un personaggio come Valeria Fedeli potrebbe fare il ministro dell’Istruzione. Lei che non è neppure laureata (particolare irrilevante, per carità…) da quando ha assunto il ruolo di ministro  “ne ha combinata una più di Bertoldo”, inanellando una gaffe dopo l’altra. In particolare la Fedeli ha dimostrato di avere un grosso problema,  troppo spesso apre la bocca e dice la prima cosa le viene in mente, purtroppo quasi sempre qualche imbarazzante “baggianata”. Come è accaduto domenica scorsa al forum di Cernobbio quando un giornalista le ha rivolto la seguente domanda: “Perché l’Italia è al penultimo posto in Europa per numero di laureati?

Premesso che già è paradossale che una simile domanda venga fatta ad un ministro dell’Istruzione non laureato, la risposta della Fedeli è degna del miglior Tafazzi (il personaggio di “Mai dire gol” interpretato da Giacomo Poretti caratterizzato da un innato masochismo che lo porta ad auto flagellarsi con una bottiglia di plastica nelle parti intime). “Una delle cause tipiche della situazione italiana è la provenienza delle famiglie. Provengono da famiglie con basso reddito che spingono poco verso la formazione universitaria e di alto livello”.

Un genio, una mente illuminata che evidentemente non è neppure sfiorata dal dubbio che, magari, le famiglie con basso reddito non spingono troppo verso la formazione universitaria e di alto livello magari perché ha costi proibitivi, difficili da sostenere per chi, appunto, ha redditi bassi… Resterà sempre un mistero chi ha scelto la Fedeli come ministro e, ancor più, chi ha deciso di affidarle proprio la pubblica istruzione… Se questo è uno dei ministri del governo, non ci si deve stupire più di tanto che poi la capitale della “terra dei cachi” abbia un sindaco come Virginia Raggi.

Anche per lei vale il detto “ne combina una più di Bertoldo” ma il dubbio che sorge spontaneo è “se ci è o se ci fa”. Perché nel suo caso non si pone l’interrogativo su chi l’ha scelta, sappiamo nome e cognome. E, particolare non certo irrilevante, comunque poi l’hanno votata i cittadini romani, comprensibilmente visto quanto era accaduto negli anni precedenti, anche se già ora la maggior parte di loro non lo rifarebbe (almeno stando ai sondaggi). La sua estate è stata perfettamente in linea con i primi mesi del suo mandato, cioè una gaffe e una “figuraccia” dopo l’altra. Poi nei giorni scorsi il “colpo di genio”.

Lei che si era presentata con il motto “porte aperte in Campidoglio”, promettendo massima trasparenza  e massima pubblicità per ogni provvedimento della sua giunta, con tanto di promesse di dirette streaming e di rapida e massima diffusione di ogni atto comunale, 15 mesi dopo ha presentato una proposta che va esattamente nel senso opposto e che non ha alcun precedente e alcun eguale in nessun Comune, in nessun ente pubblico del paese. In sintesi la Raggi ha proposto di limitare pesantemente il diritto di accesso agli atti nei confronti di giornalisti, consiglieri, assessori e presidenti dei quindici municipi della Capitale.

La trasparenza serve anche per recuperare il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni” aveva dichiarato allora la neo sindaca. Evidentemente, constatato che in 15 mesi la fiducia dei cittadini è ulteriormente precipitata, ha pensato bene di passare alla fase 2 che prevede la censura. La cosa più triste, però, è che molti di coloro che 15 mesi fa inneggiavano e esaltavano la Raggi in nome della promessa trasparenza, oggi inneggiano e la esaltano in egual modo nel momento in cui propone l’esatto contrario…

Per certi versi ancora più imbarazzante e sconcertante è quanto sta accadendo a pochi chilometri vicino la capitale, ad Amatrice. Dove, ad un anno dal terremoto, finalmente sono pronte 80 casette che permetterebbero ad 80 famiglie, dopo un’interminabile attesa, di trovare finalmente  una sistemazione. E’ tutto pronto da fine agosto, tutto è stato fatto alla perfezione, non resta che fare il sorteggio per stabilire quali saranno le 80 famiglie che potranno usufruire della casetta però bisogna attendere fino al prossimo 13 settembre. Si perché il segretario comunale, la cui presenza non si capisce bene per quale ragione è indispensabile, non c’è, si sta godendo i suoi 21 giorni di ferie.

Sacrosante, per carità, ma è possibile che non si sia prevista la sua sostituzione in questa procedura? E per qualche recondita ragione senza di lui non si può effettuare il sorteggio? Un po’ di rispetto in più tutte quelle famiglie che da oltre un anno attendono non lo meriterebbero? Cosa dice in questo caso l’acclamatissimo sindaco Pirozzi, sempre giustamente pronto ad alzare la voce contro i ritardi provocati dal governo, dalla Regione?

E’ mai possibile che in un paese civile famiglie già così duramente provate, dopo oltre un anno, devono anche attendere che il segretario comunale finisca di fare le ferie per ottenere quanto avrebbero dovuto avere già diversi mesi fa? Già, dimenticavamo che tutto si può dire del nostro meno che sia un paese civile. E non c’è solo la vicenda di Amatrice a dimostrarlo. Lasciando da parte, per decenza, le tante incredibili storie che ruotano intorno al terremoto, si può mai definire tale un paese nel quale non solo non si riesce ad avere giustizia, ma addirittura dopo 33 anni si deve ripartire da capo perché un giudice va in pensione?

E’ quanto sta accadendo nel processo di appello per la strage del Rapido 904 nella quale morirono 16 persone. Era il 23 dicembre 1984 quando, dentro la grande galleria dell’Appennino, poco dopo la stazione di Vernio, un’esplosione violentissima squarciò le carrozze del Rapido 904, pieno  di viaggiatori che andavano a casa o in visita dai parenti per le festività natalizie. Nell’attentato morirono 16 persone e 257 furono i feriti. Trentatre anni dopo i parenti delle vittime sono ancora in attesa di avere giustizia.

Nel processo di primo grado Totò Riina, accusato di essere il mandante della strage, fu assolto ma poi le rivelazioni di 6 boss pentiti hanno ridato vigore all’accusa per il processo di appello. Che ha preso il via il 21 giugno scorso e che prevedeva l’acquisizione delle testimonianze dei 6 boss. Ma la recente riforma Orlando ha introdotto alcuni cambiamenti, compresa la necessità di rinnovare il dibattimento in caso di appello del pm contro una sentenza fondata su prove testimoniali (per altro la Cassazione aveva già recepito la consolidata giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani in proposito e, quindi, riforma o non riforma in questo caso il dibattimento doveva comunque essere rinnovato, con il conseguente allungamento dei tempi).

Il vero paradosso, però, è che il processo di appello è stato assegnato ad un giudice,  Salvatore Giardina, che ad ottobre andrà in pensione e che, quindi, non avrebbe fatto in tempo a disporre del nuovo esame dei testi. Quindi si azzera tutto e si riparte da capo, sperando che la Corte d’Appello di Firenze non tardi troppo a nominare un nuovo giudice (possibilmente non prossimo alla pensione). Intanto le famiglie delle vittime dovranno attendere ancora, una condizione in realtà ormai consolidata, non fanno altro da 33 anni.

A rendere  tutto più paradossale e farsesco è che dopo 33 anni ora si discute sulle eventuali responsabilità della nuova riforma, del pronunciamento della Corte europea. Che, in effetti, dovrebbe sapere che le sue pronunce non dovrebbero essere applicate in un paese in cui bisogna attendere anche più di 30 anni, quando va bene, per avere giustizia, senza dimenticare che spesso gli autori di certi crimini, di certe stragi finiscono per godere di una sostanziale impunità. Che, d’altra parte, ormai permea in maniera costante tutti gli aspetti della vita del nostro paese.

L’esempio più lampante ci arriva in questi giorni dal mondo dello sport , con la squallida pagina scritta dal numero del nostro tennis, Fabio Fognini. Che, nel corso della partita persa a New York contro l’ascolano Travaglia, ha rivolto ripetuti insulti sessisti ad un giudice arbitro donna. Fognini è stato espulso dal torneo e da New York, la federazione internazionale al termine del torneo prenderà provvedimenti. Che, in un paese serio, verrebbero presi immediatamente anche dalla federazione nazionale. Che, invece, tace e sembra intenzionata a  rimanere a guardare, mentre il sempre più impresentabile presidente del Coni Malagò si è limitato ad un buffetto, ad un paterno rimprovero.

Chissà perché la cosa non ci sorprende per nulla, cosa mai ci si poteva attendere da chi non solo non ha protestato ma addirittura nel corso dell’estate ha clamorosamente appoggiato la federazione italiana di pallavolo che, primo caso nella storia dello sport italiano (e probabilmente internazionale), ha escluso dalla nazionale un giocatore (il più rappresentativo del movimento, Ivan Zaytsev) a causa dello sponsor (Zaytsev, per i suoi problemi al ginocchio, aveva difficoltà ad allenarsi e giocare con le scarpette imposte dalla federazione per motivi di sponsor)?.

Va da sé che se il nostro paese può essere ancora oggi considerato la “terra dei cachi” non possiamo certo pensare che la responsabilità sia solo dei nostro governanti, delle nostre istituzioni ma anche noi siamo pienamente complici, E non solo perché, di fatto, siamo noi che scegliamo chi ci governa, chi ci amministra. Un esempio a tal proposito ci arriva proprio in questi giorni da Torino dove si è avuta l’ennesima dimostrazione che di fronte al “Dio pallone” tutto deve necessariamente passare in secondo piano.

Così nel capoluogo piemontese in questi giorni è in atto una vera e propria sollevazione nei confronti del sindaco Chiara Appendino da parte non solo dei tifosi del Torino ma anche degli organi di informazione cittadini e di diversi gruppi ed esponenti politici. Motivo della vibrante protesta, l’adesione della città, alla settimana europea della mobilità sostenibile in programma dal 16 al 22 settembre.  Il problema (si fa per dire) è che nel calendario delle iniziative previste per quella settimana c’è anche la domenica ecologica, con il conseguente blocco del traffico. Che, però, coincide con la partita casalinga del Torino contro la Sampdoria.

E, visto che le ultime due domeniche ecologiche a Torino sono coincise con altrettante partite casalinghe dei granata, ecco scattare la teoria del “complotto”, dell’accanimento contro la formazione granata da parte della sindaca Appendino. Che, chissà, forse dovrebbe disdire l’adesione di Torino alla settimana della mobilità sostenibile o magari chiedere all’Europa di posticipare la settimana stessa, vista la partita domenicale dei granata.

Certo l’Europa potrebbe rimanere interdetta di fronte ad una simile richiesta che ai loro occhi potrebbe sembrare bizzarra. Ma nella “terra dei cachi” qualcuno ha il minimo dubbio su cosa sia più importante tra un’iniziativa per l’ambiente e il benessere dei cittadini e una partita di calcio?

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