Colpa di Alfredo…


Il Tribunale di Ascoli, su richiesta della Procura, ha deciso di archiviare l’inchiesta sull’ospedale di Amandola. Nessun colpevole, quindi, per i crolli e la successiva evacuazione dei pazienti dopo la scossa di terremoto del 24 agosto

La colpa è del santo patrono sbagliato, Amandola non ha, come invece Ascoli, Sant’Emidio a proteggerla dal terremoto. O forse, più semplicemente, come direbbe Vasco Rossi è “colpa di Alfredo”.

D’altra parte a qualcosa bisognerà pure appigliarsi perché accettare supinamente l’idea che nel nostro paese sia assolutamente normale che un ospedale, uno di quegli edifici pubblici considerati strategici (la cui funzionalità durante gli eventi sismici assume rilievo fondamentale per le finalità di protezione civile), crolli (sia pure parzialmente) e debba addirittura essere evacuato per il terremoto significherebbe rassegnarsi al fatto che siamo un paese sotto sviluppato, senza speranza.

Tra le tante storie incredibili e paradossali che abbiamo visto e ascoltato in questi interminabili mesi di emergenza terremoto, quella dell’ospedale di Amandola rischia di diventare una delle più sconcertanti, l’emblema di come funzionano (anzi, non funzionano) le cose in questo paese, di come tutto venga fatto in maniera superficiale e, tranne in rarissimi casi, senza che ci sia mai un responsabile per quanto accaduto. Per questo la decisione dei giorni scorsi del Tribunale di Ascoli, che, su richiesta della Procura, ha archiviato l’inchiesta sui crolli dell’ospedale di Amandola, lascia a dir poco perplessi.

Come si ricorderà la notte del 24 agosto, in seguito alla forte scossa di terremoto, nell’ospedale di Amandola si verificarono dei crolli delle tamponature e dei divisori interni. I circa 40 pazienti presenti nella struttura furono fatti evacuare in fretta e furia e poi trasferiti negli ospedali e nella Rsa di Fermo. Il successivo 5 novembre, poi, l’ospedale fu dichiarato totalmente inagibile. Già questo sarebbe sufficiente per riflettere, per considerare inaccettabile quanto accaduto. Un ospedale, un edificio pubblico considerato strategico, quindi un punto di riferimento, una di quelle strutture su cui in teoria si dovrebbe contare in caso di un’emergenza come, appunto, il terremoto, non può crollare.

Se ciò avviene è chiaro che qualcosa non ha funzionato, che non è stato fatto quello che si doveva fare, che qualcuno ha sbagliato qualcosa. Ma in questo caso c’è di più, ci sono degli ulteriori elementi che rendono la vicenda ancora più paradossale. Nel 1997, in occasione del violento terremoto che colpì Marche e Umbria, l’ospedale di Amandola subì qualche lievissimo danno. Successivamente si decise di effettuare degli interventi per rendere più sicura la struttura. L’ultimo intervento strutturale risale al 2014. Prima di quegli interventi l’ospedale, in occasione di un violento terremoto, ha riportato qualche lieve danno ma ha tenuto bene.

Ora invece ci sono stati crolli e la struttura è stata dichiarata inagibile. Ma naturalmente la responsabilità non è di nessuno. Sulla base della perizia tecnica il Tribunale di Ascoli ha deciso l’archiviazione nei confronti delle due persone indagate per i reati di disastro colposo e frode in pubbliche forniture. Da quanto si apprende la perizia avrebbe evidenziato alcune carenze realizzative e progettuali ma non ci sarebbe un rapporto casuale con le lesioni e con i crolli che si sono verificati. Bene, la responsabilità non è delle due persone indagate (il titolare di una ditta costruttrice e il direttore dei lavori).

Ma se una struttura considerata strategica prima subisce lievi danni poi, dopo i lavori per metterla in sicurezza, crolla sarà solo colpa del caso? Una lettura importante di quanto è accaduto arriva dalla parlamentare marchigiana del Movimento 5 Stelle Patrizia Terzoni. “I fondi stanziati per l’ospedale di Amandola – afferma – furono utilizzati per semplici interventi di ripristino senza operare un vero e proprio adeguamento sismico. Tutti i sindaci del comprensorio sono rimasti in difesa di questo ospedale e hanno fatto quadrato contro ogni possibile delocalizzazione, puntando sulla riqualificazione dell’unico presidio sanitario della zona”.

Il punto è proprio questo, perché dopo il terremoto del 1997 si è deciso di effettuare semplici interventi migliorativi invece di un serio intervento di adeguamento sismico, l’unico in grado di garantire la sicurezza a quella struttura? In alternativa, se si riteneva che l’adeguamento sismico fosse troppo oneroso o troppo complesso allora bisognava da subito optare per la sua delocalizzazione, per la realizzazione di una nuova struttura in altra zona.

Se, come ci dice il Tribunale di Ascoli, le carenze nei lavori recentemente effettuati non sono alla base del crollo, è chiaro che allora la responsabilità è di chi ha operato delle scelte sbagliate, di chi ha optato per semplici interventi di miglioramento invece che di adeguamento sismico. In pratica siamo alle solite, siamo quello strano paese in cui ci si rende perfettamente conto di cosa bisogna fare (le vulnerabilità sismiche prima e gli eventuali interventi di adeguamento  poi per gli edifici pubblici considerati strategici) , si fanno addirittura leggi e norme per imporre quello che c’è da fare poi, però, non viene prevista alcuna sanzione, alcuna pena per chi non rispetta le norme.

E’ la storia che in questi mesi abbiamo più volte raccontato, quasi sempre legata alla sicurezza delle scuole, alle famose verifiche di vulnerabilità sismica che Comuni e Province dovevano per legge effettuare entro il 2013 ma che quasi nessuno ha concretamente fatto. Tanto non sono previste sanzioni o pene di alcun tipo, è un obbligo di legge tipicamente all’italiana. E cosa importa se poi magari qualche scuola crolla, qualche altre subisce gravi danni. Fortunatamente le scosse si sono sempre verificate a scuole chiuse, quindi sono state evitate possibili clamorose tragedie. Ma ancora una volta i fatti accaduti non hanno insegnato nulla. Ora come prima è stato nuovamente posto, a carico di Comuni e Province, l’obbligo di effettuare le verifiche entro giugno 2018. Però, tanto per cambiare, non è stata prevista alcuna sanzione, alcuna pena per chi non lo fa. E allora verrebbe voglia di chiedere di non fare più norme di questo tipo, di smetterla con queste ipocrisie.

Perché, al pari delle verifiche di vulnerabilità sismica, è perfettamente inutile indicare quali sono gli edifici pubblici strategici, spiegare come quelli dovrebbero essere gli edifici più sicuri e il vero punto di riferimento per i cittadini in caso di calamità come il terremoto se poi si accetta supinamente che non ci si preoccupi di rendere quegli stessi edifici concretamente sicuri.

Per poi archiviare tutto come se davvero quei crolli che non si sarebbero mai dovuti verificare debbano essere considerati semplici fatalità…

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