Allarme amianto: il “killer invisibile” a spasso con le macerie per la Vallata


Secondo il consigliere regionale Giorgini c’è il rischio che le macerie contenenti amianto vengano caricate sui  camion ad Arquata e Pescara del Tronto, trasportate a Centobuchi per essere triturate e poi riciclate a fini edilizi in uno stabilimento a San Benedetto, nel quartiere Agraria

Ci mancava il “killer invisibile” a turbare un territorio che negli ultimi 12 mesi ha davvero subito di tutto. Per chi non lo sapesse, così viene definito da anni l’amianto la cui presenza tra le tante macerie nei territori colpiti dal terremoto già da mesi aveva provocato allarme e inquietudine.

Che, nonostante le rassicurazioni, il pericolo fosse concreto e tangibile nei mesi scorsi era stato confermato dal fatto che a fine 2016 il Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco, in collaborazione con il Ministero, aveva annunciato l’avvio di una campagna epidemiologica sul rischio amianto su di un campione di soccorritori intervenuti nelle aree del terremoto dal 24 al 28 agosto. Nei mesi successivi al terremoto più volte si è parlato del potenziale rischio amianto in quelle zone, ovviamente insita nella rimozione delle macerie (che in realtà poi sono quasi tutte ancora lì, non sono state rimosse, ma questo è un altro discorso…). Lo stesso presidente dell’Osservatorio nazionale amianto (Ona), avvocato Ezio Bonanni, aveva promosso alcuni incontri e confronti alla sede del Dicomac di Rieti per parlarne (soprattutto, però, in riferimento alla situazione di Amatrice).

Poi ad aprile a rilanciare l’allarme ci aveva pensato l’esponente dell’Usb Costantino Saporito secondo cui “nella zona di Arquata del Tronto, vicino al palazzetto dello sport, accanto al campo mensa dei Vigili del fuoco hanno ampliato un’area e l’hanno coperta di detriti: tra quelle pietre c’è amianto. L’ho visto con i miei occhi e l’ho filmato”. Saporito, poi, sosteneva che alcuni suoi colleghi gli avevano riferito che gli stessi detriti erano stati utilizzati per riempire l’area sulla quale poggerà la tendopoli per la scuola di Arquata del Tronto.

Comprensibile l’allarme e la preoccupazione, smorzata da una sorprendente pioggia di smentite non solo da parte degli addetti ai lavori, ma anche di parlamentari che, a centinaia di chilometri di distanza, si affannavano a rassicurare tutti (come dimenticare, ad esempio, gli accorati e rassicuranti interventi in proposito della senatrice marchigiana Serenella Fucksia…). Di fatto, però, da allora l’argomento amianto è finito nel dimenticatoio, ricordato per lo più ogni tanto da qualche preoccupato residente nel territorio del cratere.

Poi ieri mattina (giovedì 27 luglio) a riportarlo al centro dell’attenzione una conferenza stampa del consigliere regionale del Movimento 5 Stelle Peppe Giorgini che paventa uno scenario abbastanza inquietante. In altre parole, secondo quanto riportato da Giorgini, c’è il concreto rischio che le macerie contenenti amianto vengano caricate sui camion ad Arquata e Pescara del Tronto per poi essere trasportate fino a Centobuchi per essere triturate e “riciclate” a fini edilizi in uno stabilimento specializzato del quartiere Agraria.

Una vera e propria follia, almeno messa in questa termini, con una sconcertante sequenza di gravissimi rischi a cui potrebbe essere esposto tutto il territorio piceno, naturalmente Centobuchi e San Benedetto in particolare (ma l’idea di questi camion con macerie miste ad amianto che “scorrazzano” da Arquata fino a San Benedetto fa davvero venire i brividi…). “Il piano operativo per la gestione delle macerie della Regione sostiene che tra le 560 mila tonnellate di macerie destinate alla provincia di Ascoli ci sia una percentuale dello 0,2% di amianto – afferma Giorgini – i decreti del 6 e del 9 febbraio hanno assegnato alla Picenambiente l’attività di rimozione delle stesse che, però, vengono poi trasportate in un’azienda situata in zona Agraria per la lavorazione.  

Abbiamo, però rilevato che è impossibile togliere completamente l’amianto dalle macerie e tutti sanno i rischi che comporta la presenza di questo materiale. Il decreto, tra l’altro, prevede che dove c’è amianto il materiale non può essere movimentato e, quindi, non è ammissibile che ciò avvenga. Manderò una diffida su questo che è un serio problema di salute pubblica ai sindaci di San Benedetto e comuni limitrofi, all’azienda di via Tiberina che svolge le lavorazioni di queste macerie, alla Picenambiente e a tutti gli enti che devono essere informati della situazione”. Il consigliere regionale, inoltre, evidenzia come al momento il servizio di prelevamento, trasporto e stoccaggio delle materia non è ancora entrato a regime (ce ne eravamo ampiamente accorti…) .

Quando lo farà – sostiene Giorgini – Picenambiente arriverà a trattare oltre mille tonnellate al giorno, che significa 15 mila camion che faranno la spola da Arquata a Centobuchi con rischi enormi anche nel trasporto e per gli stessi operatori”. Il responsabile regionale a cui Giorgini ha scritto, Massimo Sbriscia, in realtà ha risposto che la procedura prevede l’individuazione in loco e il successivo trattamento speciale dell’amianto. Però lo stesso funzionario regionale ha dovuto ammettere che in molti casi le schede per la rimozione e trasporto delle macerie non contengono indicazioni circa la presenza dell’amianto.

Quindi cosa bisognerebbe fare, accettare senza batter ciglio di correre questo grave rischio? Giacomo Manni, consigliere comunale ad Ascoli del Movimento 5 Stelle, presente alla conferenza stampa, ha proposto di stoccare definitivamente le macerie nelle decine di cave presenti in prossimità di quelle zone. Giorgini, a sua volta, ribadisce che è necessario assicurarsi che “sia il trasporto, sia la triturazione dei materiali provenienti dalle cittadine terremotate avvenga con la certezza dell’assenza di amianto”.

Tanto più se si pensa che l’amianto è un elemento cancerogeno “soprattutto quando viene sminuzzato, visto che il rischio maggiore deriva dall’inalazione delle polveri”. E’, infatti, il caso di ricordare che la pericolosità dell’amianto dipende proprio dall’eventuale rilascio nell’ambiente di fibre aerodisperse che possono essere inalate. Una volta che ciò accade alcune vengono eliminate, mentre altre rimangono nei polmoni per sempre provocando asbestosi (cicatrizzazione dei tessuti del polmone) e tumore. In particolare l’amianto può provocare tumore al polmone, alla pleura (la doppia membrana che racchiude i polmoni) al pericardio, al peritoneo . In questi ultimi tre casi si parla di mesotelioma che inguaribile e, generalmente, porta alla morte entro 12-18 mesi dalla diagnosi.

Il cancro al polmone invece è mortale nel 95% dei casi. Ci sarebbe da aggiungere che l’esposizione all’amianto può anche provocare cancro della laringe o delle vie gastro intestinali. Ma quanto quello dell’amianto sia un problema assolutamente molto grave, ma incredibilmente sottovalutato in Italia, è evidenziato dal fatto che secondo il rapporto diffuso dall’Ona l’amianto provoca ogni anno non meno di 6 mila morti morti per mesotelioma, cancro a polmoni, faringe, laringe, stomaco, fegato, esofago, colon, retto e ovaie.

E quel che è peggio è che il trend purtroppo è in costante crescita tanto che, secondo l’Ona, il picco delle malattie legate all’amianto si verificherà nei prossimi anni, tra il 2020 e il 2030.  Tant’è vero che il trend dei mesoteliomi è in continuo aumento, con 1800 casi del 2015 e 1900 nel 2016. Stiamo parlando di un’emergenza molto seria, quindi, che non può essere trattata con la superficialità e la leggerezza con cui, invece, sembra essere trattata per quanto riguarda la rimozione delle macerie.

In quest’ottica il fatto che siamo ancora così in ritardo per assurdo è positivo. C’è, infatti, tutto il tempo per rivedere l’organizzazione del sistema di rimozione e trattamento delle macerie, per evitare di esporre le popolazioni della zona ad un ulteriore inaccettabile rischio

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