Un Parlamento di “voltagabbana”


Secondo i dati forniti da Openpolis in questa legislatura si sono verificati  ben 502 cambi di gruppi (un vero e proprio record). Al punto che attualmente solo 4 gruppi su 11 alla Camera e 3 su 10 al Senato sono l’espressione di quanto sancito dal voto dei cittadini del 2013

Gente che va, gente che viene. Più che un Parlamento quello italiano sembra un porto di mare. Che si avvicina alla fine della legislatura senza aver fatto nulla di concreto per cui meriterà di essere ricordato ma con un record che probabilmente è destinato a non essere più battuto: quello dei cambi di gruppo. Scissioni, separazioni litigiose, divorzi consensuali, ricongiungimenti amari,

Nel calderone del trasformismo parlamentare per ricordare numeri simili (ma comunque di gran lunga minori) a quelli attuali bisogna tornare indietro di 20 anni. Era il 1996 e l’Ulivo guidato da Prodi aveva vinto le elezioni e la sinistra per la prima volta nel dopoguerra si apprestava a guidare il governo. C’erano grandi aspettative, puntualmente andate deluse dalle tradizionali lacerazioni a sinistra che portarono a ben 4 governi diversi (Prodi, due volte D’Alema e Amato) e ad un incredibile serie di cambi di casacca (alla fine di quella legislatura saranno quasi 400).

Il Parlamento inaugurava così quella che all’epoca fu definita la stagione dei “voltagabbana” che, di legislatura in legislatura, è pian piano divenuta una costante. Razzi e Scilipoti, che nel dicembre del 2010 lasciarono i loro gruppi (Pd e Italia dei Valori) per votare la fiducia al governo Berlusconi, diventarono l’emblema dei “voltagabbana”. Nella legislatura attualmente in corso, poi, il fenomeno dei cambi di casacca ha raggiunto livelli impensabili.

Secondo i dati forniti da  Openpolis da inizio legislatura ci sono stati ben 502 cambi di gruppi con una media di quasi 10 cambi al mese. Un incredibile valzer che ha coinvolto ben 324 parlamentari, praticamente più di un parlamentare su tre. Un vero e proprio record, la scorsa legislatura erano stati 261 i cambi di gruppo (165 alla Camera e 96 al Senato) che coinvolsero 180 parlamentari. Ora, a pochi mesi dalla fine della legislatura stessa, siamo già arrivati a 502, 275 alla Camera e 227 al Senato.

Il dato ancora più clamoroso che evidenzia Openpolis è che attualmente i gruppi alla Camera e al Senato non sono più in alcun modo l’espressione di quanto sancito dal voto degli italiani, dalle elezioni politiche del 2013. A Montecitorio solo 4 gruppi (Pd, M5S, Fdi, Lega) su 11 lo sono, a palazzo Madama solo 3 (Pd, M5S  e Lega) su 10. In altre parole attualmente in Parlamento c’è tutto un altro scenario rispetto a quello che nel 2013 era espressione del voto dei cittadini. Da un punto di vista costituzionale perfettamente lecito ma non per questo meno imbarazzante e sconcertante.

La confusione regna sovrana nel nostro Parlamento, come dimostra il fatto che, oltre ai frequenti cambi di casacca, si assiste anche a ripetuti cambi dei nomi dei gruppi parlamentari. I cosiddetti “Alfaniani”, ad esempio hanno cambiato nome più volte e ora, dal marzo scorso, sono diventati “Alternativa popolare – Centristi per l’Europa Ncd”. Nulla a che vedere con il gruppo  Grandi autonomie e libertà (Gal) che, per accontentare le sue numerose e diverse componenti, ha cambiato nome ben 14 volte. L’incredibile stagione dei “voltagabbana” ha coinvolto anche i parlamentari marchigiani (o, meglio, i parlamentari eletti nelle Marche).

Dei 24 (16 alla Camera e 8 al Senato) eletti nelle circoscrizioni Marche ben 6 parlamentari hanno cambiato (qualcuno più volte) casacca. Alla Camera Ignazio Abrignani (di Trapani ma, non si capisce bene perché, da un paio di elezioni eletto sempre nelle Marche…) eletto nel Pdl a settembre 2015 è passato nel gruppo misto e da ottobre 2016 è confluito in Ala, Lara Ricciatti (Fano) eletta con Sel da febbraio 2017 è con Articolo 1- Mdp. Sempre alla Camera Valentina Vezzali, eletta con Scelta Civica, ad agosto 2016 è finita nel gruppo misto e da ottobre 2016 con Ala, mentre Beatrice Brignone (Senigallia) eletta con il Pd  nel luglio 2015 è passata nel gruppo misto, a novembre 2015 ad Altenativa Libera, a marzo 2017 è tornata nel gruppo misto e, nello stesso mese, è poi finita con Sel.

Come abbiamo già accennato per quanto discutibile possa essere, il cambio di casacca in Parlamento è del tutto lecito. Infatti l’articolo 67 della nostra Costituzione stabilisce che gli eletti devono esercitare le proprie funzione senza vincolo di mandato. Un principio chiave di una democrazia rappresentativa come quella italiana, che permette a deputati e senatori di agire liberamente ma che ora, nel sempre più confuso quadro politico italiano, produce questa paradossale situazione. Che, è del tutto evidente, contribuisce a deteriorare il rapporto tra cittadini e parlamentari e, di conseguenza, ad aumentare quel distacco dalla politica di cui i segnali principali si ritrovano nel sempre più accentuato astensionismo.

Non è certo una novità, tra l’altro, che il trasformismo è una delle caratteristiche che da sempre permea la politica italiana. Trasformismo che non riguarda solo i singoli parlamentari ma anche gli stessi partiti.

Non ha tutti i torti il senatore Francesco Campanella, espulso dal Movimento 5 Stelle e poi passato prima al gruppo misto poi ad Articolo 1 – Mdp quando sostiene che “certo esiste un trasformismo dei singoli che è pacifico ed è sotto gli occhi di tutti ma esiste anche un trasformismo dei partiti. Basta guardare cosa fanno M5S e Pd, basta ricordare cosa dicevano agli elettori nella campagna elettorale del 2013 e come su tantissime vicende hanno oggi cambiato radicalmente posizione. La vera domanda, quindi, è: bisogna rimanere fedeli alla bandiera anche quando va da altre parti oppure bisogna rimanere fedeli a quei valori originali per cui ci si era avvicinati ad un determinato partito?”.

Quesito più che pertinente e certamente molto interessante, al quale però si potrebbe dare una risposta che, probabilmente, risulterebbe gradita ai cittadini (ma molto meno ai parlamentari). Se davvero si vuole rimanere fedeli ai valori originali (e anche all’espressione del voto dei cittadini) quando è il partito a cambiare posizione si può dimostrare coerenza e rispetto con un semplice gesto, le dimissioni da parlamentare. Già, ma trovare qualcuno che per coerenza abbandona la poltrona nel nostro paese è come voler cercare un ago in un pagliaio…

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