Il caso Donnarumma tra ipocrisia e finto moralismo


La scelta, logica e comprensibile, di non rinnovare con il Milan ha scatenato polemiche, commenti e dure prese di posizione contro il 18enne numero uno e in nome di un calcio romantico che, però, non esiste più da decenni

Diciamolo subito, saremmo stati tutti contenti (a prescindere da quale squadra si tifi) se Gianluigi “Gigio” Donnarumma avesse accettato l’offerta del Milan, firmando con i rossoneri per i prossimi 5 anni. Non sarebbe stata comunque una bella favola o, tanto meno, chissà quale scelta “coraggiosa”, visto il contratto proposto dalla società rossonera (circa 5 milioni di euro all’anno). Però, con altrettanta chiarezza, è giusto sottolineare che quanto è accaduto non era solo ampiamente prevedibile, ma anche e soprattutto assolutamente nella norma.

E che, come avviene sempre in queste circostanze, intorno a questa vicenda si sta scatenando un vero e proprio festival del moralismo ipocrita, come se chi ora vomita fango di ogni genere nei confronti del giovanissimo (18 anni) portiere del Milan si fosse improvvisamente svegliato da un letargo di 20-30 anni, scoprendo all’improvviso che il calcio non è più quello di una volta. Non è da qualche mese o da qualche anno che non è più così, non lo è da decenni. Romanticamente ci piace alterare i nostri ricordi e pensare che prima era tutta un’altra cosa, che una volta quello che è accaduto con Donnarumma non sarebbe mai accaduto.

La realtà è che se parliamo del calcio negli anni ’70 sicuramente era vero, già qualche dubbio in più dovrebbe venire per quanto riguarda gli anni ‘80. Ma di certo a partire dagli anni’90 una prima trasformazione radicale c’era già stata. Era il maggio 1990, poco prima dell’avvio dei mondiali in Italia, quando tutti i giornali sportivi e non del nostro paese annunciavano con disappunto come nel calcio moderno non esistevano più le bandiere (a parte qualche rarissima eccezione). In quei giorni Roberto Baggio, che per mesi aveva giurato amore eterno alla Fiorentina, accettava il trasferimento alla storica rivale dei viola, la Juventus, firmando un contratto miliardario che all’epoca non aveva precedenti. Ci sono non poche somiglianze tra quella vicenda e quella di oggi di Donnarumma.

Entrambi i giocatori scelgono non in base al “cuore” ma sulla base del (legittimo) desiderio di vincere (il Milan di oggi è un’incognita, la Fiorentina di allora non aveva le possibilità per competere con le migliori formazioni italiane) e, non di meno, del ritorno economico. In entrambi i casi l’addio è maturato nell’ambito di rapporti difficili tra l’entourage del giocatore (allora il feroce scontro tra il procuratore di Baggio, Caliendo, e il presidente viola Pontello, oggi quello tra il procuratore di Donnarumma, Raiola, e la nuova dirigenza rossonera) e la società di appartenenza, così come in entrambi i casi pochi mesi prima della rottura i due giocatori avevano manifestato in maniera palese e, per certi versi, teatrale il proprio legame alla maglia (“Mi vedo solo con la maglia viola addosso, non riesco neppure ad immaginarmi altrove” dichiarava Baggio due mesi prima di firmare con la Juventus, più volte sottolineato il bacio della maglia di Donnarumma).

Baggio, poi, negli anni successivi, sempre per motivi economici, passerà dalla Juventus al Milan, poi finirà anche all’Inter. Però nel racconto “romantico” e romanzato che se ne fa oggi viene ancora considerato come una sorta di paladino del vecchio calcio, nessuno oserebbe accostare a lui il termine “mercenario” che oggi ricorre un po’ ovunque quando si parla di Donnarumma. Che pure, rispetto a quello in cui si muoveva Baggio allora, vive in un mondo del calcio che si avvicina molto più al sistema tipico dello sport professionistico americano (dove certi sentimenti tanto cari ai nostri tifosi sono praticamente sconosciuti) .

In quest’ottica la scelta di Donnarumma non solo è comprensibile e addirittura condivisibile, ma soprattutto le polemiche e le dure prese di posizione che ha suscitato appaiono assolutamente strumentali e in alcuni casi terribilmente ipocrite. Come, ad esempio, nel momento in cui ci si scaglia così violentemente contro Mino Raiola, il procuratore di Donnarumma e al momento uno dei procuratori più influenti e potenti del calcio mondiale, e contro il suo modo spregiudicato di gestire i giocatori che ha sotto contratto. Che ci piaccia o no nel calcio moderno i procuratori, soprattutto se di un certo livello come Raiola, giocano un ruolo determinante.

E i procuratori fanno il proprio mestiere che è quello di cercare di garantire ai propri assistiti la migliore sistemazione possibile, sia da un punto di vista tecnico che (soprattutto) da un punto di vista economico (e, ovviamente, di riflesso di ottenere per loro il massimo guadagno possibile). Che i procuratori, soprattutto quelli che gestiscono i campioni e i giocatori più forti, influenzino in maniera determinante il mercato e le scelte dei propri assistiti non è certo una novità. E’invece ipocrita lamentarsi e protestare quando il frutto di questa situazione finisce per ritorcersi contro la propria squadra (come per i tifosi del Milan nel caso Donnarumma), dopo aver invece inneggiato ed esultato, senza minimamente sollevare una qualche obiezione, quando con questo sistema sono arrivati nella propria squadra campioni che sembravano irraggiungibili.

Il tanto vituperato Raiola è quello che, con le sue manovre spregiudicate e con le sue forzature, ha permesso al Milan di prendere Zlatan Ibrahimovic, di compiere il grande “sgarbo” di portare Balotelli in rossonero (a prescindere da quello che poi è stato il suo rendimento). Sempre grazie al modo di operare di Raiola il Milan ha strappato alla concorrenza Bonaventura che, pure, praticamente era già stato preso dalla Juventus. Non è certo un mistero che Raiola aveva un rapporto privilegiato e un legame molto stretto con Galliani, cosa che per anni ha portato grande giovamento al Milan. Che, particolare certo non irrilevante, se ha potuto avere Donnnarumma è solo grazie ad un’operazione spregiudicata del clan Raiola.

Perché nella ridda di commenti che si è ora scatenata, si finisce anche per fare una terribile confusione, al punto che c’è chi parla di irriconoscenza di un giocatore cresciuto sin da piccolo nel vivaio del Milan. Allora è il caso di ricordare che Donnarumma non è affatto cresciuto nel Milan, ma nella scuola calcio Club Napoli di Castellammare di Stabia (dove è nato). Lì si è messo in grandissima evidenza, al punto da attirare l’attenzione di tutti i principali club italiani. Un paio si sono fatti avanti seriamente, l’Inter era praticamente sul punto di chiudere. Poi è arrivato Raiola che, visti i suoi rapporti privilegiati con Galliani (e viste le diverse operazioni che in quel momento aveva in ballo con i rossoneri), con un “colpo di mano” ha cambiato la storia del giovanissimo portiere, beffando l’Inter e portandolo al Milan.

Per la cifra considerata elevatissima (vista l’età, 14 anni) di 250 mila euro. Una vera e propria operazione commerciale, con unico interesse il business. Allora andava bene e oggi, che con coerenza Raiola persegue solo lo stretto interesse proprio e del suo assistito, no? D’altra parte lo stesso Raiola ha sempre sottolineato il suo rapporto e il suo legame con Galliani, evidenziando più volte, nei giorni in cui si avvicinava il passaggio di società, che cambiando il gruppo dirigente tutto sarebbe cambiato nei suoi rapporti con il Milan. Così è stato, perché stupirsi?

E se Raiola e Galliani avevano questo stretto rapporto (per entrambi conveniente) non era certo perché tra i due c’era una particolare simpatia. Semplicemente per affari, per un comune tornaconto non solo economico. Ed esattamente questo è  lo stesso filo conduttore di tutta la vicenda Donnarumma. Che, di fronte alla possibilità di andare in una squadra con la quale potrà vincere tantissimo (forse il Real Madrid), di fronte ad offerte economicamente e tecnicamente molto più vantaggiose di quella del Milan ha fatto quello che qualsiasi professionista avrebbe fatto.

Perché mai avrebbe dovuto comportarsi diversamente? Per una questione di bandiera? Siamo seri, davvero si può pensare che un ragazzo di 18 anni, che ha di fronte la possibilità di giocare in una delle squadre più forti al mondo, con un compenso maggiore, avrebbe dovuto dire no per onorare una bandiera? E di quale bandiera stiamo parlando? Al di là del fatto che negli ultimi 20 anni di “bandiere” ne abbiamo viste solo due, Del Piero e Totti, come si può continuare anche solo a parlare di bandiera in un calcio che vede tre delle principali società italiane in mano a presidenti e gruppi stranieri, con le due milanesi in mano a gruppi cinesi ancora di difficile identificazione.

Qualcuno, tra l’altro, si ricorda forse chi ha fatto esordire Donnarumma in serie A? Esattamente Sinisa Mihajlovic, quello che nel finale di carriera da calciatore era considerato una sorta di bandiera dell’Inter e che, guarda il caso, lo scorso anno sedeva sulla panchina dell’altra sponda milanese, con i rossoneri. Per non parlare di chi oggi, nelle vesti di dirigente rossonero, mette alla berlina il 18enne portiere in nome sempre di questa presunta bandiera. Stiamo parlando  di Marco Fassone, oggi dirigente del Milan che, con tutto il rispetto, dovrebbe avere la decenza di evitare di fare certi riferimenti. Per chi non lo sapesse Marco Fassone è diventato noto nel mondo del calcio per aver fatto parte del gruppo dirigenziale della Juventus del dopo Calciopoli.

Se qualcuno lo avesse dimenticato, quel gruppo, oltre a cercare di riportare i bianconeri agli antichi fasti, aveva intrapreso una feroce guerra contro l’Inter di Moratti. Bene, sapete dove è finito Marco Fassone dopo una breve parentesi al Napoli? Ma naturalmente all’Inter, facendo poi l’ulteriore salto al Milan. E proprio lui ora viene a parlare di bandiere? Siamo seri e smettiamola di costruire, quando ci fa comodo, un mondo  che non esiste più da tempo.

Che ci piaccia o no il calcio moderno non è fatto di bandiere, ma di soldi, interessi, voglia di primeggiare. I soldi, che siano quelli che prendono i calciatori (e di riflesso i loro procuratori) o che siano quelli che prendono le società dalle televisioni, sono l’elemento determinante del calcio di oggi. E non possiamo essere ipocriti “maledicendo” tutto ciò quando, per qualche motivo, si ritorce contro la nostra squadra del cuore, infischiandocene quando invece produce vantaggi.

E non meno ipocrita è l’atteggiamento di quegli ultras, di quasi tutte le squadre, che continuano a parole a “schifare” il calcio moderno, quello governato dalle tv, ma che poi sono subito pronti a contestare e inveire contro la propria dirigenza se non spende milioni e milioni di euro per rafforzare la squadra. Se non si vogliono le tv, se non si vuole il calcio governato dalle tv, si abbia allora la coerenza di non volere i loro soldi e, quindi, di accettare campagne acquisti fatte al minimo.

Così come se davvero si ha nostalgia e si vuole tornare al calcio “romantico” di una volta, si accetti che allora il nostro calcio si abbassi al livello di quello dei paesi calcisticamente di terzo e quarto ordine, nel quale non solo certi campioni, ma anche giocatori di un buon livello si possono vedere solo in tv.

In caso contrario si finisca di alzare inutili polveroni, accettando come normale e fisiologiche vicende come quella di Donnarumma

 

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