Ascoli-San Benedetto, l’eterno derby dei “poveri”


Le veementi polemiche, inopportunamente alimentate anche da parte dell’informazione, che si sono scatenate dopo la visita di alcuni giocatori dell’Ascoli Picchio alla scuola Alfortville di Porto d’Ascoli confermano come sia quasi impossibile superare la rivalità campanilistica. Che, purtroppo, non si limita solamente al calcio

Cronache dal Medioevo. Mentre si avvia a conclusione l’anno scolastico e ci si avvicina al quel terribile rito che, a partire da giugno, avviene ogni anno, meglio conosciuto  come “la calata delle pecore in territorio pesciaro”, un grave e orrendo sacrilegio scuote il sonnecchioso territorio piceno. Una delegazione di infedeli con le maglie a strisce bianconere, grazie alla collaborazione di un infiltrato, ha profanato uno dei sacri tempi dei pesciaroli, mettendo a serio rischio la salute mentale e la sana crescita di un consistente gruppo di piccoli pesciari. A nessuno è sfuggita la gravità dell’episodio ed è attesa nelle prossime ore l’inevitabile dichiarazione di guerra, con l’immediato inizio della solenne crociata dei pesciaroli contro gli infedeli pecorari. Consentiteci un po’ di ironia, è una forma di autodifesa di fronte ad una vicenda deprimente, che induce a pensare tutto il peggio possibile. La situazione è seria e anche abbastanza grave. In un territorio che avrebbe bisogno di marciare unito, di vedere uniti gli sforzi, le risorse, gli obiettivi per cercare di uscire dal vortice in cui è stato risucchiato, quello del campanile è da tempo un limite insormontabile e penalizzante.

Purtroppo non è solo una questione di rivalità calcistica, c’è altro, c’è una costante e incomprensibile contrapposizione che trova la sua più evidente e più sconfortante rappresentazione nelle vicende calcistiche ma che finisce per risultare dannosa ad entrambi. Così anche quello che dovrebbe essere sottolineato ed evidenziato come un gesto da applaudire, come un esempio da perseguire, diventa invece motivo per un ennesimo scontro e occasione per tirar fuori il peggio del peggio. Tutto è nato dalla visita dei giorni scorsi di una delegazione dell’Ascoli (con i giovani giocatori Ragni e Paolini insieme alla responsabile della comunicazione Valeria Lolli) alla scuola primaria Alfortville di Porto  d’Ascoli. Come sottolinea il post pubblicato su facebook dall’Ascoli, la visita era stata richiesta dalla scuola stessa che ha invitato la società bianconera per parlare del valore dello sport.

In un luogo civile e non “intossicato” dalla peste del più bieco campanilismo non ci sarebbe neppure bisogno di fornire particolari spiegazioni (o giustificazioni), ma il dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo Sud, Aldo Evangelisti, ci tiene a sottolineare che “a scuola insegniamo i valori dello sport che sono quelli delle regole, della convivenza civile e dell’apertura”. “L’iniziativa di lunedì – aggiunge il dirigente – rientra in un progetto fatto con un insegnante, i ragazzi hanno scritto a calciatori di diverse squadre anche di serie A, come Juventus, Milan, Inter, e tra quelle anche all’Ascoli. E i giocatori bianconeri sono venuti a San Benedetto per incontrare quei ragazzi”.

Nel corso dell’incontro si è parlato dell’importanza del rispetto delle regole, con Valeria Lolli che ha sottolineato come “nello spogliatoio dell’Ascoli sono i calciatori stessi a formulare un regolamento interno a inizio stagione e tutti devono rispettarlo, pena una multa interna che è il capitano stesso a stabilire” mentre Riccardo Ragni ha spiegato ai ragazzi che “come voi avete rispetto per i vostri insegnanti così noi lo abbiamo durante le gare verso l’arbitro, che deve garantire la correttezza della partita e il rispetto delle regole“.

Durante la mattinata si è anche parlato dell’importanza di una corretta alimentazione e, vista la giovane età dei due calciatori presenti, di come affrontare e superare l’emozione della prima volta in campo. Davvero una bella iniziativa, di cui è giusto dar merito al dirigente scolastico e all’Ascoli Picchio. Magari dire che ci saremmo aspettati un plauso comune è eccessivo (sarebbe troppo, non si può pretendere questo grado di civiltà e intelligenza…). Ma ascoltare le furibonde reazione che questa valida iniziativa ha provocato è a dir poco deprimente.

Insulti, minacce, proteste veementi contro questo inaudito “sacrilegio”, contro chi si è “venduto” al nemico, sui social abbiamo assistito ad un vero e proprio festival dell’ignoranza, con alcuni genitori che addirittura si sono spinti ad annunciare l’intenzione di non mandare più i figli in quella scuola (chissà, magari durante l’estate si potrebbe provare con un bell’intervento di disinfestazione per “deascolanizzarla”…). Non che sul fronte ascolano le cose siano andate molto meglio, tra chi sostiene che in fondo i sambenedettesi hanno ragione ad arrabbiarsi, chi definisce quella dell’Ascoli una provocazione e chi, per non farci mancare nulla, non perde occasione per “vomitare” i peggiori insulti possibili nei confronti dei “pesciari”.

Poi questa mattina (giovedì 1 giugno) sui muri della scuola di Porto d’Ascoli è comparsa la scritta “via le pecore dal mare” (l’autore del “coraggioso” gesto potrebbe sforzarsi a trovare un altro slogan, visto che quello è ampiamente inflazionato…) a rendere più sconfortante il quadro. Se possibile addirittura peggiore, però, è stata la reazione di una parte dell’informazione locale che non ha avuto il coraggio (almeno si spera che sia solo una questione di coraggio…) di stigmatizzare “senza se e senza ma” simili comportamenti. Qualcuno, addirittura, ha parlato di “autogol”, facendo riferimento non alle reazioni ma alla stessa iniziativa.

Altri, per non passare come ultras accecati ma, al tempo stesso, non compromettersi troppo, hanno trovato la solita scappatoia all’italiana, degna del miglior “azzeccagarbugli”, proponendo la tesi alquanto bizzarra che si, l’iniziativa in fondo non era male, ma l’Ascoli poteva almeno evitare di comunicarla al mondo intero, faceva meglio probabilmente a mantenerla segreta. “Le polemiche non sono tanto seguite alla visita degli atleti ma quanto all’operazione di marketing svolta e rilanciata in pompa magna sui social network dall’ufficio comunicazione dell’Ascoli Picchio” si legge su un quotidiano locale quasi a giustificare le reazioni più inconsulte con  il fatto che la società bianconera ha avuto l’impudenza di rendere nota un’iniziativa del genere, invece che tenerla nascosta e segreta come si dovrebbe fare solitamente con questi incontri dallo stile “carbonaro”.

Sarebbe sin troppo facile rispondere che l’Ascoli Picchio in questi 3 anni ha effettuato una lunghissima serie di incontri nelle scuole del territorio, anche in Abruzzo e nel Fermano. E che in ognuna di queste occasioni ha poi pubblicizzato quegli incontri con post e foto dell’avvenimento sulla propria pagina facebook. Perché mai non avrebbe dovuto fare la stessa cosa in occasione della visita alla scuola Alfortville di Porto d’Ascoli?

Sappiamo che è fiato sprecato, che chi ha una simile mentalità ristretta non potrà mai capire, ma semmai quel post dell’Ascoli dovrebbe essere visto e considerato come un omaggio a San Benedetto e ai sambenedettesi, a dimostrazione che di fronte ad un’iniziativa educativa valida non esiste campanile, non contano certe stupide rivalità. A completare un quadro davvero poco edificante il mancato intervento da parte dell’amministrazione comunale sambenedettese, del sindaco Piunti  innanzitutto. Che avrebbero dovuto applaudire l’iniziativa, rendere merito a quel dirigente scolastico e all’Ascoli Picchio, sottolineando il valore educativo e lo splendido segnale che veniva lanciato con quello incontro, respingendo ogni indebito attacco campanilistico.

Invece nulla, silenzio più assoluto (così come in silenzio è rimasta l’amministrazione comunale ascolana che, pure, avrebbe potuto lanciare un segnale, un segno di apprezzamento per l’iniziativa). Anzi, secondo quando riportato da un quotidiano locale “persino in Comune pare che la cosa non sia andata proprio giù, quantomeno per un discorso di immagine”. Vogliamo sperare che si tratti di una ricostruzione fantasiosa da parte del giornalista. Già è abbastanza grave che l’amministrazione comunale sambenedettese non abbia il coraggio di prendere una posizione netta e decisa, scoprire che addirittura sostiene le stesse tesi dei peggiori ultras sarebbe davvero troppo.

D’altra parte lo stile da Don Abbondio del sindaco Piunti avevamo avuto modo di conoscerlo già diversi mesi fa. Era metà novembre, per la precisazione, quando, nel pieno dell’emergenza sismica, si era creato il problema su dove disputare la partita Ascoli – Perugia, vista l’indisponibilità del Del Duca per i danni subiti dal terremoto. L’amministratore unico dell’Ascoli, Cardinaletti, aveva lanciato la suggestiva idea di giocare a San Benedetto, al Riviera delle Palme. Anche in quell’occasione il sindaco sambenedettese si era guardato bene dal prendere una posizione decisa, limitandosi a rispondere che si trattava solo di un’ipotesi, senza sbilanciarsi in un senso o nell’altro (stesso silenzio anche da parte dell’amministrazione comunale).

Anche in quella circostanza le reazioni, su entrambi i fronti, furono praticamente le stesse (per lo meno da parte di una buona maggioranza), a dimostrazione che neppure in una situazione di emergenza e di così tale gravità, come quella che stava vivendo il nostro territorio, si riusciva a superare l’ossessione della rivalità campanilistica. Già allora parlammo di occasione persa (vedi articolo “Ascoli al Riviera delle Palme, occasione persa”), per certi versi ancora più grave di quanto accaduto in questi giorni. E non si pensi che tutto si riduca e si limiti a verificarsi solo in ambito calcistico, le distorsioni tipiche del campanilismo pesano pesantemente sullo sviluppo del nostro territorio.

Che avrebbe bisogno di un’assoluta unità di intenti, di una seria condivisione degli sforzi e degli obiettivi, di una concreta azione comune congiunta per sperare in uno sviluppo, in una ripresa. Invece ci si divide su tutto, non si riesce quasi mai a lottare uniti. L’esempio più lampante è quanto avviene da anni e sta avvenendo tuttora per la sanità. E’ vero che Ancona storicamente ha penalizzato il nostro territorio, è innegabile che ci sia un occhio di riguardo per il nord delle Marche. Ma è altrettanto indiscutibile che un grosso limite , un freno per lo sviluppo della nostra sanità è rappresentato proprio da questo insano campanilismo che porta a dividerci e a discutere anche quando invece bisognerebbe unirsi.

Come dimenticare, ad esempio, quando nella primavera del 2009 la Regione diede il via al progetto che doveva portare alla riduzione da 13 Asl a 5 aree vaste, con la contestuale realizzare di ospedale unico e azienda unica nella provincia di Pesaro e in quella di Ascoli. In un incontro tra i vertici regionali e gli operatori sanitari locali che si svolse a Colli del Tronto, fu anche delineato l’iter da seguire, praticamente identico per Pesaro-Fano e per Ascoli-San Benedetto. Solo che nel Pesarese le due parti hanno iniziato subito a collaborare e hanno realmente svolto un percorso insieme, mentre nel nostro territorio sono iniziate da subito liti e divisioni per i più svariati motivi, con continue e insopportabili contrapposizioni tra Ascoli e San Benedetto. Che, più che preoccuparsi di sforzarsi per ottenere il meglio possibile, litigavano per guadagnare qualche piccolo e insignificante privilegio rispetto all’altra parte. Atteggiamento che, purtroppo, continua e si ripete anche in questi giorni.

Proprio mentre qualche esponente politico di “buona volontà” si sforza di promuovere una battaglia comune  sulla sanità, si continua a combattere e dividersi per qualche briciola in più o in meno, appellandosi anche a fantasiose tesi e improbabili numeri buoni solo per il lotto, per provare a rivendicare una supremazia tra “poveracci”. C’è un filo, neppure troppo sottile, che lega tutto ciò con quanto è accaduto in questi giorni per la visita dell’Ascoli Picchio alla scuola di Alfortville.

Un filo che è necessario iniziare a spezzare, per ragioni di civiltà ma anche e soprattutto per il bene di un territorio. Che non può continuare ad essere prigioniero di un insano e insensato campanilismo

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