Il precario stato di salute dello sport italiano


La festa dei tifosi tedeschi e francesi a Dortmund, dopo l’attentato all’autobus del Borussia, contrasta con le immagini da “scenario di guerra” viste a Napoli in occasione delle sfide con la Juventus. Che evidenziano lo stato di salute critico dello sport italiano, tra il boom di episodi violenti, la perdita del valore educativo dello sport per i giovani e un tasso di abbandono record

Quelli appena trascorsi sono stati giorni tra i più difficili nella storia dello sport europeo. Era dai tempi delle Olimpiadi di Monaco 1972, con il drammatico attacco di un commando palestinese di Settembre Nero contro gli atleti israeliani (conclusosi tragicamente, con la morte di 11 atleti israeliani, un poliziotto tedesco e 5 palestinesi), che non si verificava qualcosa di così eclatante. Fortunatamente questa volta a Dortmund, dove sono stati lanciati tre ordigni contro l’autobus che stava portando la locale squadra del Borussia allo stadio per disputare l’andata dei quarti di finale di Champions contro il Monaco, non ci sono state vittime, solo un ferito (il giocatore spagnolo Marc Bartra già operato al polso destro) e tanto spavento.

Nelle ore immediatamente successive, l’arresto di un 26enne iracheno sembrava confermare la matrice islamica dell’attentato, con tutto quello che ciò avrebbe comportato (si era già parlato di una nuova strategia del terrore che mirerebbe a colpire personaggi noti e in occasioni particolari). Ora tutto è tornato in discussione, tanto che il 26enne arrestato sembra che non c’entri nulla con quanto accaduto. In un contesto decisamente inquietante, quanto meno ci si è potuti consolare con la bella dimostrazione arrivata dai tifosi delle due squadre. In particolare ha colpito la vera e propria gara di solidarietà dei tifosi del Dortmund che si sono prodigati al punto da ospitare addirittura nelle proprie case i tifosi del Monaco che volevano restare in Germania per assistere alla partita, spostata al giorno successivo. Quando, all’interno del Signal Iduna Park (lo stadio del Borussia Dortmund), si è respirata un’atmosfera fantastica, con l’ovazione dei tifosi del Monaco all’ingresso in campo della squadra tedesca che, poi, a fine partita è andata a ringraziare e ad applaudire i tifosi francesi.

Belle immagini che, inutile nascondere, non possono non provocarci un forte senso di invidia. Ancor di più in considerazione del fatto che nel nostro paese siamo reduci dalla folle settimana di Napoli-Juventus che ha confermato il clima di incredibile esasperazione che si respira, purtroppo non solamente nel calcio, ma in tutto lo sport italiano. Che la situazione sia ben oltre il limite della decenza lo hanno confermato non tanto e non solo i fatti accaduti a Napoli in occasione della doppia sfida ravvicinata con la Juventus, quanto soprattutto i commenti successivi (ma anche alcune dichiarazioni precedenti). Infatti nei giorni immediatamente successivi alla doppia sfida abbiamo ascoltato con crescente sbigottimento gli immotivati commenti trionfalistici non solo di giornalisti sportivi ma anche di personaggi della cultura e dello spettacolo che “decantavano” la grande lezione di civiltà data dai tifosi napoletani.

Tanto rumore per nulla, che bella lezione di civiltà abbiamo dato noi napoletani al resto del paese che prevedeva chissà cosa potesse accadere” commentava con enfasi non qualche ultras azzurro ma Maurizio De Giovanni, noto scrittore partenopeo. Enfasi, c’è da sottolineare, condivisa da gran parte dell’informazione italiana che, evidentemente, per la “sentitissima” doppia sfida tra Napoli e Juventus aveva previsto morti e feriti. Perché, a prescindere dal fatto che dovrebbe essere la regola e non dovrebbe certo provocare certe reazioni entusiastiche che non accadano incidenti in occasione di un evento sportivo, in realtà il quadro emerso da quella doppia sfida è, a nostro avviso, tutt’altro che esaltante. Anzi, non c’è nulla di cui andare fieri ma ci sarebbe molto su cui riflettere. A partire già dalla semplice considerazione che, come è accaduto quando il Napoli ha giocato a Torino, c’era il divieto per i tifosi ospiti (cioè della Juventus) di recarsi al San Paolo.

Inoltre ci appare del tutto fuori luogo esaltarsi e parlare di lezione di civiltà di fronte alle immagini che mostrano, in entrambe le occasioni, l’autobus della Juventus che si reca allo stadio “scortato” da una ventina di mezzi di polizia e carabinieri (e nonostante la scorta abbiamo comunque dovuto assistere ad un, sia pure sporadico, lancio di oggetti contro l’autobus stesso). Sarebbe sufficiente questa immagine per indurci a riflettere, altro che “tanto rumore per nulla”. Ma non basta, in occasione della sfida di campionato una famiglia campana (padre, madre e due figli di 11 e 13 anni) tifosa della Juventus a metà partita è stata invitata da alcuni agenti di polizia ad abbandonare la tribuna centrale per motivi di sicurezza.

I due ragazzini avevano avuto l’ardire di esultare al gol dei bianconeri e intorno a loro si era creato un clima preoccupante, con un crescendo di insulti e minacce, che hanno spinto gli agenti ad allontanare quella famiglia per evitare problemi maggiori. Sia in occasione della prima che della seconda partita, all’uscita dal campo a fine gara i giocatori della Juventus sono stati oggetto di un fitto lancio di oggetti, con Dani Alves che è stato colpito in testa da una bottiglietta in occasione della partita di Coppa Italia. Nel corso della quale, tra l’altro, si è verificata a partita in corso un’invasione campo di un tifoso del Napoli che ha lanciato una sciarpa contro il “traditore” Higuain. Come detto, se ci aspettavamo morti e feriti allora possiamo dire che si può essere soddisfatti.

Ma davvero siamo arrivati al punto che certi indegni spettacoli e certi inquietanti scenari di guerra si possono considerare normali e fisiologici per un evento sportivo? A scanso di equivoci, non è certo un atto di accusa contro Napoli e i tifosi napoletani, purtroppo scenari e situazioni simili si verificano e si vedono nella maggior parte degli stadi italiani. La stessa “civilissima” Torino lo scorso anno in occasione del derby è stata teatro di uno spettacolo vergognoso, tra l’assalto dei tifosi granata all’autobus della Juventus, il lancio di una bomba carta da parte dei tifosi bianconeri in un settore dove c’erano i tifosi granata e il solito inqualificabile corollario di striscioni sulle tragedie di Superga e dell’Hysel.

Il punto della questione è che ormai siamo arrivati ad un livello tale che ci consideriamo soddisfatti quando, in occasione di eventi così sentiti, non ci sono conseguenze particolarmente gravi, invece di indignarci e di scandalizzarci di fronte a simili spettacoli, a scenari che non dovrebbero avere nulla a che fare con il mondo dello sport. Il problema è che ormai abbiamo perso il senso di cosa sia realmente lo sport e quel che è peggio che questa deriva non riguarda solo il calcio ad alti livelli ma, più in generale, tutto lo sport italiano, anche quello minore e giovanile.

E’ incredibilmente passato quasi sotto silenzio, ad esempio, il rapporto presentato a gennaio scorso dall’Associazione italiana calciatori (Aic), relativo alla stagione sportiva 2015/2016, secondo il quale le aggressioni verso i calciatori, dalla Serie A al settore giovanile, hanno avuto una crescita del 125%. Solo nella stagione scorsa, l’Aic ha censito ben 120 episodi di violenza, “maturati nel corso di 83 singoli eventi”. Molto allarmante è che nel 61% dei casi le violenze si sono verificate fuori dagli stadi e non immediatamente dopo una partita.

I calciatori – si legge nel rapporto – sono stati colpiti sia quando erano da soli sia quando erano in compagnia di colleghi e familiari, bambini compresi. Nessuna pietà, nessuna sensibilità: macchine bruciate, danneggiate, furti, rapine, spunti in faccia, calci e pugni”. Poco più della metà dei casi (il 55%) si sono verificati nei campionati professionistici (serie A e B e Lega Pro), mentre il 45% dei casi riguardano le serie minori e il calcio giovanile (una ventina di casi nella stagione scorsa, un vero e proprio record). Se per quanto riguarda i campionati professionistici nella quasi totalità dei casi gli episodi di violenza sono perpetrati dai tifosi nei confronti di giocatori della propria squadra, nel calcio minore e giovanile sono soprattutto i giocatori avversari a subire aggressioni e violenze.

Per quanto riguarda la nostra regione sono una decina i casi censiti nella stagione scorsa e significativo è il fatto che vanga espressamente citato anche l’Ascoli. “In serie B – si legge nel rapporto – le situazioni più critiche si sono registrate ad Ascoli (dove già nel 2013 furono piantate delle croci sul terreno di gioco), Avellino, Bari, Latina e Modena”.

Al di là della situazione specifica che riguarda l’Ascoli, anche la cronaca degli ultimi mesi mostra un quadro per nulla edificante nella nostra regione, con situazioni oltre il limite che non riguardano solo i giocatori. Lo scorso anno, ad esempio, il Sigim – Gruppo cronisti marchigiani e l’Unione sportiva italiana Marche lanciarono l’allarme per i troppi cronisti sportivi marchigiani oggetto di minacce e aggressioni. Nel dicembre scorso ha destato molto scalpore quanto accaduto al campo di Collemarino (An) dove, nel corso di una  partita di Prima categoria, un giovane arbitro fermano era finito al pronto soccorso in seguito all’aggressione subita, dopo aver convalidato un gol alla squadra avversaria, dal presidente (poi squalificato per 5 anni), da due dirigenti (rispettivamente squalificati per 2 e 1 anno) e 7 giocatori (tutti squalificati per 3 anni) della squadra di casa.

Nel febbraio scorso, sempre nell’Anconetano,  un’amichevole tra due formazioni giovanissimi (under 14) è incredibilmente finita in rissa, accesa dal litigio sugli spalti dal nonno 71enne di un ragazzino e dal padre 57enne di un altro ragazzino. Ma se c’è qualcuno che si illude che questa degenerazione sia un problema solamente del calcio è fuori strada. Sempre nei mesi scorsi nel Fermano una partita di basket tra due formazioni giovanili è stata sospesa per una rissa scoppiata prima sul campo e poi estesa agli spalti, con il risultato finale che un ragazzino 14enne è dovuto ricorrere alle cure del pronto soccorso.

Nel gennaio scorso nell’Ascolano solo per miracolo si è evitata la rissa fuori dal palazzetto al termine di una partita di pallavolo, dopo che  i genitori di una delle due squadre avevano pesantemente preso di mira, per tutta la partita, un paio di giocatrici dell’altra formazione un po’ sovrappeso. Potremmo proseguire a lungo, potremmo raccontare ancora numerosi altri episodi di cronaca che riguardano il calcio locale ma anche gli altri sport. Il problema è che ormai da tempo, a tutti i livelli, abbiamo perso il senso di cosa dovrebbe essere lo sport in un preoccupante corto circuito che parte dallo sport giovanile e arriva fino allo sport professionistico.

Lo sport come percorso educativo, come importanza della pratica sportiva ormai nel nostro paese è una mera chimera, soppiantato da una visione sempre più esasperatamente agonistica, dove al primo posto c’è sempre e comunque la vittoria e null’altro. Anche e soprattutto nelle società sportive giovanili ormai lo sport è quasi sempre proposto in forma selettiva, non inclusiva, discriminante, finalizzata solo all’agonismo. Ma è bene sottolineare come questo modo di intendere lo sport quasi esclusivamente come agonismo, non è certo il frutto di una visione esasperata ed esasperante solamente delle società sportive.

Molto più semplicemente è il frutto di una visione distorta che è di tutta la nostra società e che vede spesso negli stessi genitori i primi portatori di questa grave distorsione. Chiunque ha frequentato le palestre o i campi sportivi dove si svolge l’attività sportiva giovanile ha potuto verificare quale sia l’approccio della maggior parte dei genitori. Che, poi, viene in qualche modo incoraggiato e amplificato dal comportamento delle stesse società, dagli stessi allenatori che si approcciano alle prime competizioni agonistiche dei più piccoli come se fossero delle vere e proprie Olimpiadi o finali di Champions League nelle quali conta solo vincere e null’altro. In quest’ottica purtroppo non c’è alcuna differenza tra il calcio e gli altri sport, questo esagerato e esasperato agonismo lo troviamo tanto nei campetti di calcio quanto nelle palestre, nelle piste di atletica, nelle piscine, nei campi da tennis.

Emblematico, in tal senso, è quanto emerge da uno studio effettuato dal professore Mondoni, docente in teoria, tecnica e didattica dei giochi sportivi, per l’Università Cattolica di Milano sull’abbandono precoce dell’attività sportiva tra gli adolescenti. Un fenomeno che i dati ci dicono che oggi nel nostro paese ha raggiunto livelli clamorosi, con oltre il 30% dei ragazzini e circa il 40% delle ragazze che abbandonano precocemente la pratica sportiva. E significativo è il fatto che il drop out (l’abbandono) colpisce soprattutto ragazzi e ragazze tra i 15 e i 17 anni.

L’agonismo esasperato, i genitori e l’ambiente estremamente pressanti sono le principali motivazioni che inducono un sempre maggior numero di adolescenti a dire basta – spiega il professor Mondoni – il guaio è che sempre con maggiore frequenza nell’attività sportiva proposta dagli adulti non c’è gioco, non c’è allegria, non c’è interesse per la crescita. Al loro posto solo pressioni eccessive, agonismo esasperato e la vittoria a tutti i costi come unico interesse. Ormai la maggior parte degli allenatori delle giovanili si preoccupano solo di vincere piuttosto che della prestazione dei propri atleti, della loro crescita. A tutto ciò si aggiunge l’inadeguato supporto emotivo che spesso arriva dai genitori che riversano sui figli le proprie ambizioni e le proprie frustrazioni. Si crea così una sorta di circolo perverso che spesso finisce per stancare e sfinire i ragazzi, che quindi vedono nell’abbandono dell’attività sportiva una sorta di “liberazione”, ma che finisce per far passare sempre più l’idea che nello sport, a qualsiasi livello, l’unica cosa che conta è vincere, sempre e comunque, e che quindi l’avversario, ciò che ci può separare dall’agognato successo, è il nemico da abbattere ad ogni costo e che la sconfitta sia qualcosa di inaccettabile”.

Ed è sin troppo chiaro che, partendo da simili presupposti, non ci si possa poi stupire se si vivono situazioni paradossali come quelle accadute nei giorni scorsi a Napoli quando, a differenza di quanto fatto credere, lo sport italiano ha finito ancora una volta per soccombere…

 

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