E’ sempre il sesso debole


Nonostante negli anni la situazione sia sicuramente migliorata, le differenze tra uomini e donne nel nostro paese restano marcate e le “pari opportunità”, sia in campo sociale che nel mondo del lavoro, continuano ad essere un miraggio. Per non palare di quanto debole sia la lotta contro la violenza sulle donne e di come vengano sempre pià spesso tollerati comportamenti sessisti

Occorre fare la festa dell’uomo: è lui il sesso debole”. Chissà quanti, tra ieri ed oggi, avranno seriamente pensato, magari senza rifletterci troppo, che in fondo la battuta provocatoria di Vittorio Sgarbi in vista dell’8 marzo è più che condivisibile. D’altra parte le donne stano conquistando sempre più prestigio e potere in ogni campo, almeno questo è quello che sentiamo ripeterci sempre più spesso, e pian piano stanno mettendo in soggezione i maschietti. Ma è davvero così? E, di conseguenza, non ha più senso festeggiare l’8 marzo la festa della donna? Prima di addentrarci nella discussione, una breve digressione di carattere storico.

In molti, erroneamente, fanno risalire la scelta della data dell’8 marzo all’ipotetica morte di centinaia operarie in un’inesistente fabbrica di camicie avvenuta nel 1908 a New York, probabilmente facendo confusione con una tragedia avvenuta, sempre a New York, nella fabbrica Triangle il 25 marzo 1911 , con la morte di 146 lavoratori (uomini e donne). Altre versioni fantasiose fanno riferimento a presunte manifestazioni sindacali o scioperi a Chicago, Boston e New York. In realtà quella data fa riferimento alla grande manifestazione dell’8 marzo 1917 a San Pietroburgo nella quale le donne russe rivendicarono al fine della guerra. La reazione molto fiacca dei cosacchi incoraggiò successive manifestazioni che portarono al crollo dello zarismo. Tanto che l’8 marzo è rimasto nella storia ad indicare l’inizio della rivoluzione russa di febbraio (nel 1917 era ancora in vigore in Russia il calendario giuliano secondo il quale l’8 marzo corrispondeva al 23 febbraio).

Nel 1921, poi, la seconda conferenza internazionale delle donne comuniste fissò, per tutti i paesi,  all’8 marzo la “giornata internazionale dell’operaia”. Successivamente un articolo di Lenin pubblicato dal periodico quindicinale “Compagna” nel 1925 (un anno dopo la scomparsa del tiranno sovietico),  nel ricordare il ruolo attivo delle donne nelle lotte per il rovesciamento dello zarismo, trasformò la festa dell’8 marzo nella giornata internazionale della donna. Al di là dei cenni storici, in via preliminare confesso la mia più assoluta diffidenza nei confronti di questo genere di feste che considero assolutamente ipocrite e inutili. Per un paio di giorni si accendono i riflettori sull’argomento che, poi, puntualmente finisce nel dimenticatoio.

Venendo, invece, alla domanda e alla provocazione di Sgarbi da cui siamo partiti, la risposta appare sin troppo scontata. Mi sembra del tutto evidente (e tutti i dati che vedremo in seguito lo testimoniano in maniera indiscutibile) che certamente negli anni la situazione è sicuramente migliorata ma le differenze restano marcate, le “pari opportunità” e la pari dignità continuano ad essere un  miraggio. La provocazione di Sgarbi semmai può avere un minimo di fondamento (ma parziale e con dei doverosi distinguo) nelle differenti dinamiche che, rispetto a diversi anni fa, spesso caratterizzano il rapporto tra uomo e donna.

Ma al di la e al di fuori di questo il nostro continua a non essere un paese per donne e la vita delle donne italiane è sicuramente molto più difficile e complessa rispetto a quella degli uomini. E non solo per il problema della violenza sulle donne, che nel nostro paese continua ad essere in crescita e che nei fatti si continua a non combattere seriamente, e del sessismo che continua a pervadere la nostra società. Certo è, però, che quella della violenza sulle donne non può essere un’emergenza di cui ci si ricorda in occasione di determinate date o dopo il verificarsi di determinati fatti. E invece è quello che puntualmente accade in Italia dove ancora la lotta contro la violenza sulle donne continua a scontrarsi contro pregiudizi arcaici, quasi di stampo medievale, mentre il sessismo viene tollerato senza troppi problemi, quasi considerandolo inevitabile e fisiologico.

Alcuni fatti accaduti negli ultimi giorni sono emblematici in tal senso. E’ dei giorni scorsi, ad esempio, la storica condanna nei confronti dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti umani per non aver agito in tempo e tutelato, nonostante le denunce, una donna nell’ennesimo caso di violenza. Un caso finito in maniera drammatica quello che, in provincia di Udine, ha portato alla morte del figlio della donna (una moldava che dal 2011 viveva in Friuli), scampata per pura fortuna alla stessa sorte. Eppure Elisaveta si era rivolta più volte a polizia e carabinieri per denunciare le violenze subite dal marito, c’erano anche rapporti in cui si attestavano lesioni corporali, maltrattamenti e minacce. Nonostante ciò non era accaduto nulla, nessuna protezione, nessun provvedimento nei confronti del marito. Addirittura sono dovuti passare 7 mesi, dopo l’iniziale denuncia, prima che la donna venisse sentita. Qualcuno può forse pensare che sia un caso ma non  è così.

Le violenze domestiche, le violenze che una donna subisce a casa ad opera del marito già vengono denunciate di rado e con enormi difficoltà. Poi, però, quando questo accade troppe volte succede che vengano sottovalutate, quasi considerate se non “fiosologiche” comunque meno censurabili di altre situazioni, in una sorta di “tra moglie e marito non mettere il dito” che definire vergognoso è riduttivo. Ora c’è la Corte di Strasburgo che evidenzia come l’Italia, in queste circostanze, non reagisce con sufficiente rapidità per proteggere una donna (e in questo caso anche suo figlio) dagli atti di violenza domestica perpetrati dal marito.

In Italia c’è una legge sul femminicidio che punisce chi commette un reato contro le donne, ma sulla loro protezione e quindi sulla prevenzione del fenomeno si fa ancora troppo poco – afferma l’avv. Carla della cooperativa sociale Be Free, che si occupa di tratta e violenza sulle donne – purtroppo in Italia presentare una denuncia per violenza non implica l’obbligo di intervento con una misura cautelare come per esempio il divieto di avvicinamento, che rimane a discrezione dell’autorità giudiziaria. Il problema è che spesso viene sottostimato il pericolo per l’incolumità della donna e dei suoi famigliari, e non viene richiesta o concessa la misura cautelare nei confronti di chi invece rappresenta a tutti gli effetti una minaccia”.

Al di là di una legge assolutamente inefficace per quanto riguarda la prevenzione,  c’è anche il fatto che, a fronte di un numero di casi sempre più numerosi, sono in costante diminuzione i fondi per la lotta alla violenza stessa. Quando si tratta di tagliare gli amministratori locali partono quasi sempre dai centri antiviolenza (basti pensare a cosa ha fatto la sindaca Raggi appena si è insediata). Quello di Roma, purtroppo, non è un caso isolato, diversi centri antiviolenza chiudono o, con risorse sempre più risicate, vedono seriamente compromessa la propria attività.  Ma i fatti di questi giorni ci raccontano anche che, se la violenza contro le donne è un problema a cui si continua a non dare la giusta importanza, il sessismo praticamente è quasi tollerato come una cosa fisiologica. Non vogliamo tornare sulla vicenda di Nadia Toffa e lo striscione della curva sud, incautamente condiviso dall’assessore Brugni.

Ancor più emblematico, a nostro avviso, è quanto sta accadendo in alla giornalista della “Stampa” Fiorenza Sarzanini. Finita, insieme al suo collega Carlo Bonini con cui aveva condiviso alcuni articoli sulle vicende romane, nell’ignobile “black list” diffusa da Di Maio sui social network  e poi pubblicata anche sul blog di Grillo, è diventata oggetto di un vero e proprio fiume di insulti. La maggior parte dei quali, naturalmente, a sfonda sessista, con battute e riferimenti volgari e spudoratamente espliciti di ogni genere. E non stiamo parlando di un paio di idioti, sono decine e decine i commenti di questo genere di cui la Sarzanini è stata fatta oggetto. Il tutto senza che nessuno dei vertici (ma anche della base) del Movimento 5 Stelle si sia sentito in dovere di rimuovere almeno i commenti più pesanti o magari di stigmatizzare questo ignobile comportamento.

Sia ben chiaro, non è certo un problema che riguarda solo i grillini, per certi versi nella stessa situazione della Sarzanini  si è trovata anche la sindaca Raggi, nei confronti della quale spesso sono stati rivolti insulti e commenti sessisti. Ovviamente non è e non può essere in discussione il sacrosanto diritto di criticare, anche duramente, quella giornalista (ma le liste di prescrizione dei giornalisti date in pasto alla rete è qualcosa che solo un paese incivile come il nostro può tollerare) e quella sindaca. Ma non si può in alcun modo accettare che il tutto avvenga non nel merito delle questioni, mettendo in discussione le loro capacità e le loro competenze, ma semplicemente facendo pesanti riferimenti tipicamente “maschilisti” sul loro aspetto fisico o sulla loro sfera sessuale.

Ma al di là di questi due aspetti, che sicuramente già da soli sono sufficienti per dimostrare quanta strada ancora bisogna fare nel nostro paese in tema di pari opportunità e pari dignità, allargando lo sguardo più in generale anche ad altre vicende, questa convinzione non può che rafforzarsi. I dati Istat, infatti, ci dicono ad esempio che l’Italia è ancora un paese dove per quanto riguarda l’occupazione c’è una netta differenza tra i due sessi, con la percentuale di uomini occupati che sfiora il 70%, mentre quella delle donne non arriva neppure al 50%. Sempre l’Istat ci dice che il divario tra la retribuzione media degli uomini e delle donne negli ultimi anni addirittura sta aumentando, con i primi che in media guadagnano 1.556 euro al mese (1.435 nel 2013) mentre le donne si fermano a 1.192 euro al mese (1.115 nel 2013).

Ancora, l’Istituto nazionale di statistica evidenzia come ancora oggi in Italia la maternità per le donne rappresenti un rischio concreto di fuoriuscita dal mercato del lavoro, visto che il 23% delle madri che lavoravano prima della gravidanza dopo due anni avevano perso il lavoro. I dati di altri istituti di rilevamento confermano in pieno questa tendenza, così come confermano che il nostro paese resta fanalino di coda in Europa nel superare le differenze di genere. Il Censis, ad esempio, conferma come  l’Italia sia al penultimo posto in Europa per occupazione femminile (e molto più avanti nella graduatoria per l’occupazione maschile) e addirittura all’ultimo posto per il tasso di disoccupazione femminile.

Non solo, detto che anche secondo il Censis c’è una netta differenza di retribuzione tra uomini e donne (anche nel pubblico), ancora più significativo è il fatto che le italiane risultano in Europa all’ultimo posto sia come possibilità di fare carriera sia anche nella stessa percezione della possibilità di fare carriera, con il 55% di donne lavoratrici che si dichiara assolutamente sfiduciata. Eppure dal 1991 nel nostro paese il numero di donne laureate è sempre stato superiore rispetto a quello degli uomini.

A tal proposito molto interessante è una ricerca effettuata da AlmaLaurea nel 2015 che evidenzia come le donne italiane sono più istruite e preparate rispetto ai colleghi maschi, con il 35% delle donne tra i 25 e i 34 anni che ha una laurea rispetto al 18% degli uomini nella stessa fascia di età. Situazione che, però, si ribalta completamente quando si va ad analizzare la percentuale di laureati che poi trovano un occupazione, con l’88% degli uomini che lavora a 5 anni dalla laurea, rispetto al 63% delle donne. Qualche timido segnale differente arriva, ironia della sorte, proprio dal mondo della politica nel quale da anni le donne stanno, sia pure lentamente, guadagnando posizioni.

Basterebbe, ad esempio, citare il fatto che la capitale italiana (Roma) da alcuni mesi è guidata da una sindaca (Virginia Raggi), così come un’altra grande città italiana (Torino) ha un sindaco donna (Chiara Appendino). Segnali importanti anche se, poi, c’è il dato che evidenzia come, su oltre 8 mila comuni italiani, appena il 12,5% ha un primo cittadino di sesso femminile, addirittura in leggera diminuzione rispetto a due anni fa (14%). Ciò che invece non cambia e non muta nei tempi è lo steroreotipo che vuole che sia la donna ad occuparsi dei lavori domestici (lavare, stirare, cucinare, fare i letti, pulire, fare la spesa, ecc.).

Secondo un’indagine dell’Ocse, infatti, gli uomini italiani dedicano ad aiutare le partner nei lavori domestici in media meno di 100 minuti al giorno. Una minore condivisione del lavoro domestico si riscontra solamente in Turchia, Portogallo e Messico che notoriamente non sono certo paesi che brillano per emancipazione femminile. Certo, magari l’Italia non sarà certo ai livelli di quei tre paesi quanto ad emancipazione della donna. Ma alla luce di tutto ciò appare del tutto evidente come quella di Sgarbi debba essere considera una provocazione che di certo non ha alcuna attinenza con quella che è la condizione reale delle donne nel nostro paese.

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