Bentornati alla Prima Repubblica


La legge elettorale che ci restituisce la Consulta rischia di farci tornare indietro di 30 anni, ai tempi della Prima Repubblica. Eppure il “popolo” in proposito si era espresso in maniera inequivocabile in favore di un sistema uninominale maggioritario. Che, però crea problemi a tutti i principali partiti…

Bentornati nella Prima Repubblica. Un periodo nel quale i cittadini contavano molto poco, quasi niente, ma decidevano tutto i partiti al loro interno. Dove a nessun cittadino sarebbe neppure venuto in mente di chiedere di andare al voto “per poter scegliere chi ci governa” (cosa, per altro, non prevista dalla Costituzione che, però, non impedisce certo ai cittadini di dare un’indicazione chiara ed inequivocabile su chi vorrebbero far governare) e tanto meno di poter scegliere i propri rappresentanti in Parlamento.

Dove i governi venivano liberamente scelti con accordi, spesso “sotterranei”, tra i vari partiti, senza alcun scrupolo e senza alcuna vergogna (con la DC indiscusso punto cardine si poteva passare nel giro anche di pochi mesi a governi  con il sostegno dell’ala più moderata della sinistra , di quella più moderata della destra o, addirittura, anche di entrambe contemporaneamente). Dove la maggior parte di coloro che sedevano in Parlamento era rigorosamente ed esclusivamente scelto dai partiti stessi (quello che oggi  verrebbe definito un “Parlamento di designati”).

“La Prima Repubblica non si scorda mai” cantava Checco Zalone nel film “Quo vado”. Evidentemente la nostalgia è tale che pian piano si cerca creare le condizioni per riprodurre una situazione il più simile possibile. Un passo importante, forse decisivo, per il ritorno alla tanto agognata (almeno dalla maggior parte dei partiti) Prima Repubblica (magari 2.0, per usare un linguaggio ora tanto in voga) è sicuramente stata la sentenza dei giorni scorsi della Consulta sulla nuova legge elettorale voluta dal governo Renzi, l’Italicum.

Per carità, la Consulta ha semplicemente fatto quello che le impone la sua funzione, era chiamata ad esprimersi sulla costituzionalità della legge elettorale e non certo su eventuali conseguenze politiche che ne potrebbero scaturire. E, d’altra parte, il giudizio della Consulta sull’Italicum (che vedremo meglio in seguito) non impedisce certo al Parlamento e ai partiti che ne fanno parte di approvare una legge elettorale differente. Il punto di tutto, però, è proprio questo, praticamente quasi nessun partito ha davvero voglia di approvare una legge differente da quella che ha restituito la Consulta e che rappresenta un’occasione irripetibile per i partiti per tornare ad essere realmente liberi di fare ciò che vogliono in Parlamento, a scegliere a piacimento con chi e per cosa allearsi per formare un governo, di cambiare schema in qualsiasi momento, con qualsiasi giustificazione, non avendo ricevuto dai cittadini alcuna indicazione in proposito.

Esattamente, appunto, come accadeva nella Prima Repubblica. D’altra parte già ora, come allora, anche la partecipazione nelle scelte all’interno dei partiti è pressoché ridotta a zero. Passato il tempo della partecipazione, della cosiddetta “consultazione della base”, ora stiamo sempre più tornando al vecchio modo di intendere la politica, quando determinate scelte venivano prese esclusivamente all’interno delle segreterie dei partiti o , peggio ancora, imposte da un solo uomo, dal leader del partito. A rafforzare questa situazione, che di fatto rappresenta un clamoroso passo indietro di una trentina di anni, come detto è arrivata la sentenza della Consulta che ha modificato l’Italicum. Una legge che, al di là del legittimo pronunciamento della Consulta stessa, nelle intenzioni del presidente del Consiglio Renzi aveva un obiettivo che credo sia condivisibile da tutti (altro è il giudizio su come si cerca di raggiungere l’obiettivo stesso): sapere già la sera stessa delle elezioni (o del successivo ballottaggio) chi ha vinto e chi avrà l’onere e l’onore di governare il paese nei successivi 5 anni.

La legge che è stata ridisegnata dalla Consulta, invece, va esattamente nella direzione opposta, solo un “miracolo” potrebbe consentire di avere un verdetto chiaro che indichi senza discussioni e senza dubbi a chi spetterà governare il paese per il quinquennio successivo, lasciando tutto al libero arbitrio dei partiti in Parlamento.   Perché questo è il vero succo della sentenza sull’Italicum che, a differenza di quanto scritto e sostenuto da molti, non è stato spazzato via dalla Consulta che, in sostanza,  ha semplicemente bocciato il ballottaggio. Che, appunto, avrebbe comunque assicurato la governabilità nel caso (al momento più che probabile) che nessun partito raggiunga il 40% dei voti al primo turno che farebbe scattare il premio di maggioranza (il 55% dei seggi, cioè 340 seggi).

Praticamente immutati tutti gli altri aspetti della legge, la Consulta si è limitata a stabilire, per quanto riguarda le candidature multiple, che in caso di elezione in più collegi non sia l’eletto a scegliere ma interverrà il sorteggio. Restano, quindi i capilista bloccati, la soglia di sbarramento al 3%, le circoscrizioni più piccole, le preferenze, le quote rosa e le eccezioni per Trentino e Valle d’Aosta. E’ chiaro, però, che senza possibilità di ballottaggio cade l’impalcatura e la ratio principale di tutta la legge. E, soprattutto, rischia seriamente di svanire la possibilità concreta per i cittadini non diciamo di scegliere chi deve governare (ripetiamo, non è previsto dalla nostra Costituzione) ma anche solamente di fornire una precisa indicazione in proposito.

A meno di clamorosi exploit, se davvero si andrà a votare entro giugno con questa legge elettorale (per la Camera, per il Senato di fatto è rimasto un proporzionale puro che, se possibile, complica ancora di più le cose), sarà quasi impossibile che qualcuno riesca a raggiungere la soglia del 40%. Pur prendendoli con le dovute cautele (visto le “stecche” delle ultime occasioni), tutti i sondaggi attuali indicano chiaramente che non c’è nessuno che neppure si avvicina a quella soglia. Il Pd è dato tra il 29 e il 32%, il Movimento 5 Stelle tra il 26,5 e il 29%, il centrodestra (quant’anche si unisse) al massimo viene accreditato intorno al 30%. Con un simile scenario, praticamente identico al Senato,  non c’è maggioranza, non c’è possibilità di coalizione e la conseguente distribuzione dei seggi lascerebbe aperta la possibilità di governi di larghe intese di qualsiasi genere, variabili a seconda delle scelte e delle convenienze dei partiti.

E’ questo quello che chiedono gli italiani? Non sono stati sufficienti tutti questi anni di governi di “solidarietà nazionale” o di larghe intese? Con, poi, il solito balletto e il solito scarica barile quando si tratta di indicare di chi sono le responsabilità se le cose non sono andate come si sperava.  Non solo, andando davvero a votare con queste due leggi elettorali si avrebbe ancor più un Parlamento di designati, quello contro cui almeno a parole si battono da anni la maggior parte delle forze politiche. Infatti secondo uno studio effettuato dal professor D’Alimonte, con l’Italicum modificato dalla Consulta oltre il 70% dei deputati che siederà alla Camera risulterà scelto dalle segreterie di partito. Eppure per anni ci siamo sentiti ripetere che gli italiani voglio scegliere, oltre che il governo, anche i propri rappresentanti in Parlamento. Già, ma interessa a qualcuno, a qualche partito  cosa vogliono davvero gli italiani?

La risposta negativa è scontata, anche perché basterebbe poco per cercare di correggere, migliorare e armonizzare le due leggi elettorali (quella per la Camera e quella per il Senato) e mettere gli italiani nelle condizioni di provare davvero a scegliere chi dovrà governare per 5 anni, fino alle successive elezioni, e chi deve rappresentarli in Parlamento. Anzi, per la verità la legge elettorale da utilizzare già ci sarebbe ed è quella che hanno già scelto gli italiani: il maggioritario uninominale. La tanto reclamata “volontà popolare” in questo caso si è espressa in maniera chiarissima, addirittura per due volte, con due referendum nei quali si sono espressi prima 30, poi ben 37 milioni di italiani. Che hanno scelto, in entrambe le occasioni, il sistema maggioritario uninominale. Al punto che nel 1993 al Parlmento non restò che prenderne atto, varando la nuova legge elettorale che, dal nome del suo relatore (l’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella), fu definita il “Mattarellum”.

Eravamo al tramonto della Prima Repubblica (ed il nuovo sistema elettorale gli diede il definitivo colpo di grazia), quel Parlamento era tra i più bistrattati dall’opinione pubblica ma su vicende così importante vigeva ancora il rispetto (reale, non strumentale come ora) della volontà popolare. Tanto che la nuova legge elettorale che venne fuori era davvero ben fatta, con il 75% di seggi attribuiti con il sistema maggioritario (475 collegi uninominali per la Camera, 232 per il Senato) ed il 25% con il proporzionale. In quel modo, non solo si rispettava l’espressione chiara e inequivocabile della volontà popolare, ma si riusciva a coniugare perfettamente la governabilità con la rappresentanza, introducendo anche il deputato di collegio che restituiva all’elettore quel rapporto diretto con il proprio eletto.

E questo è un altro aspetto che non piace ai partiti attuali, per i quali il parlamentare l’unico rapporto che deve avere è con la segretaria di partito o con il capo del partito, non con i cittadini. Va aggiunto, inoltre, che quello non era un sistema elettorale fatto per favorire qualcuno o per usarlo contro qualcun altro.  Con quella legge si è votato per tre volte alle elezioni politiche, in due occasioni (1994 e 2001) ha vinto il centrodestra guidato da Berlusconi, in una (nel 1996) il centrosinistra guidato da Prodi.

Poi nel dicembre 2005, in vista delle elezioni della successiva primavera, prevedendo una quasi certa sconfitta, il centrodestra allora al governo decise che era il caso di cambiare quella legge, approvando quella “schifezza” di legge elettorale poi passata alla storia con il nome di “porcellum” (visto che il suo stesso ideatore, il leghista Calderoli, la definì poi una vera e propria “porcata”), che aveva come unico obiettivo di fare in modo che la quasi certa vittoria del centrosinistra fosse comunque “monca” e, almeno al Senato, non garantisse una maggioranza ampia e tranquilla per poter governare.

Una legge, quindi, fatta contro qualcuno, sicuramente (almeno in quel periodo) contro il centrosinistra probabile vincitore ma anche e soprattutto contro la volontà popolare che si era così chiaramente espressa. Quello che invece ora stupisce è che chi in questi anni ha sempre fatto appello alla volontà popolare non abbia mai pensato a farlo in uno degli aspetti più importanti, se non decisivi della vita democratica, le elezioni. La legge c’è, i collegi sono praticamente pronti, basta pochissimo tempo per approvarla e si può subito andare a votare (senza ulteriori slittamenti, già a maggio giugno come richiesto da tutti), nel pieno rispetto della volontà popolare.

Il problema, però, è che quando non è utile alla causa, quando non corrisponde ai propri interessi politici la volontà popolare non conta nulla, si può tranquillamente ignorare e tradire. Ed è paradossale e per certi versi sorprendente, che i più fieri oppositori, chi da sempre ha fatto una battaglia per non rispettare, per quanto riguarda la legge elettorale, la “volontà popolare” sia proprio quel Movimento 5 Stelle che, pure, quasi quotidianamente si riempie la bocca con quello slogan. Certo, rispetto alle elezioni che si sono svolte con il Matterellum negli anni passati, c’è da dire che il quadro politico è decisamente mutato, gli schieramenti sono diventati tre e, di conseguenza, anche quella legge non potrebbe garantire la certezza che ci siano i numeri per governare in entrambi i lati del Parlamento.

Però le probabilità sarebbero sicuramente più elevate e, soprattutto, finalmente i cittadini tornerebbero davvero a scegliere i propri rappresentanti in Parlamento. Ed è probabilmente proprio questo che fa paura alla maggior parte dei partiti, anche e soprattutto a quelli che a parole inveiscono contro l’eventualità di un Parlamento di designati ma, poi, in realtà è proprio questo quello che vogliono. Fregandosene spudoratamente di quello che vogliono davvero i cittadini.

Ai quali non resta che sperare che alle prossime elezioni, se davvero come sembra sarà questa la legge elettorale con cui voteremo, ci sia un insperato exploit da parte di qualcuno dei contendenti (quale che sia…), in grado così di arrivare a quel 40% che permetterebbe di avere davvero un governo designato realmente dai cittadini stessi. In caso contrario si compirà quel famoso salto indietro di 30 anni per tornare ai “fasti” della Prima Repubblica…

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