Freddo, neve e i soliti “sciacalli” sul post terremoto


L’allarme per la difficile situazione degli animali da allevamento nelle zone del terremoto, alle prese con freddo, neve, gelo e con i soliti ritardi burocratici, diventa per i soliti “sciacalli” dell’informazione il pretesto per speculare e raccontare “balle ad effetto” che fanno presa su un gran numero di persone

Lasciati al freddo e al gelo, dimenticati dai politici che hanno fatto solo promesse e poi, spenti i riflettori, li hanno abbandonati in una situazione drammatica. Non finiscono mai di volteggiare sopra le rovine e le disgrazie provocate dal terremoto gli sciacalli.  Per i quali ogni minimo pretesto diventa un’occasione propizia per speculare, per fare bassa demagogia, per raccontare “balle ad effetto” che inevitabilmente fanno presa su un gran numero di persone che, magari hanno il torto di essere poco informati, ma che sono particolarmente sensibili a certi argomenti  perché  hanno umanamente a cuore le sorti di quelle sfortunate persone che dal 24 agosto e dal 31 ottobre sono sprofondati in questo dramma.

Il freddo e la neve arrivati nei giorni dell’Epifania, il problema (questo si reale) degli animali da allevamento al gelo e bisognosi di determinate strutture hanno dato spunto a questa nuova polemica che, come ormai avviene costantemente, ha pian piano spostato il tiro, innescando il solito putrido meccanismo della menzogna amplificata, delle informazioni distorte e strumentali per soffiare sul fuoco della protesta e dell’indignazione popolare. Come sempre a contribuire e ad alimentare questo indecente spettacolo sono i vari mezzi di informazione, un paio di testate nazionali di un certo rilievo, qualche giornaletto o quotidiano locale di basso livello in cerca di 5 minuti di gloria, il web con i soliti siti “spazzatura” produttori a getto continuo di bufale o di storie fantasiose, qualche ex politico e ex amministratore che non vedevano l’ora di sfruttare l’opportunità per ritornare a far parlare di se. Non facciamo i nomi, ma ci limiteremo a raccontare quanto accaduto, perché non ci interessa polemizzare con chi è caduto così in basso né, tanto meno, contribuire ad aumentare la notorietà di questi soggetti.

I mezzi usati sono sempre gli stessi, titoli ambigui e ad effetto (spesso del tutto avulsi da quello che poi è il contenuto degli articoli), accuse senza riscontri oggettivi, numeri e dati “a casaccio”,storie strappalacrime di dubbia autenticità, slogan gridati e di sicuro impatto, improbabili paragoni con situazioni passate, trasformate per convenienza in travolgenti successi. Come detto, partendo dalla reale situazione problematica relativa agli animali da allevamento (che poi vedremo in che termini si sta sviluppando), si distorce volutamente la realtà per trasmettere un messaggio semplice ma di sicuro impatto: il governo aveva promesso ai terremotati di non lasciarli soli e invece addirittura li ha abbandonati al freddo e al gelo.

Chi conosce davvero ed è informato realmente su quanto sta accadendo sa perfettamente che la situazione è decisamente differente,  ma in un momento come questo, con la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni quasi vicina allo zero (per molti versi a ragione), basta davvero poco per scatenare un putiferio. Ed è quello che stanno facendo, con indubbi risultati, questi  veri e propri “sciacalli”, nei modi che ora vedremo. “Befana 2017: gelo nelle aree terremotate, 3 morti” si legge, ad esempio, nel titolo di un noto quotidiano nazionale. Che, se scritto in lingua italiana, lascia addirittura intendere che nelle zone colpite dal terremoto si sono verificati 3 decessi a causa del freddo. In realtà poi l’articolo quasi neppure si occupa della situazione delle zone del terremoto (a parte un accenno marginale per dire che la neve è caduta anche sulle macerie, nulla di più) e, ovviamente, spiega che  i 3 morti per freddo sono tre senzatetto, deceduti  in ben altre zone d’Italia (il che, ovviamente, non rende meno grave l’accaduto…).

Naturalmente non è da meno il web, con alcuni siti già noti per le continue invenzioni sul terremoto (e non solo) che non perdono l’occasione con i soliti slogan ad effetto e, in alcuni casi, improbabili testimonianze shock. “I terremotati, quelli a cui Renzi e Mattarella avevano promesso “non vi lasceremo soli” sotto la neve. Ma State sereni, 20 miliardi per salvare le banche li hanno trovati” titolava il 7 gennaio scorso uno di questi che, poi, all’interno dell’articolo mischiava informazioni improbabili con notizie vecchie di alcuni mesi, sfornando alla fine dati assolutamente “sballati” per cercare di dare una parvenza di credibilità a queste fandonie. “La Protezione civile ha aggiornato i dati sulle persone assistite nei campi, nelle strutture o negli alberghi dopo il sisma del 24 agosto, sono 1319” si legge all’interno dell’articolo .

E questo dovrebbe essere già sufficiente per far capire quanto poco attendibile sia l’articolo stesso (un dato così basso non era realistico neppure dopo il primo terremoto). In un crescendo di “schifezze” di ogni genere, ecco che qualche altro sito riporta improbabili confessioni shock,  mentre qualcun altro non si fa scrupolo di sbeffeggiare  la popolazione aquilana, esaltando le gesta berlusconiane del post terremoto abruzzese. “Le casette de L’Aquila salvano gli sfollati di Amatrice” si legge in un noto sito di bufale che, poi, all’interno dell’articolo addirittura racconta che “la memoria corre veloce al 2009, al dramma de L’Aquila e ai cento giorni che occorsero al governo Berlusconi per consegnare le famose casette. 5653 abitazioni, 4.449 in muratura, 1.204 in legno  per circa 25 mila sfollati” (neppure lo stesso Berlusconi avrebbe osato parlare di appena 100 giorni…).

E la fantasiosa ricostruzione del post terremoto aquilano ricorre anche in un profilo facebook nato sulla scorta di questa ennesima esplosione di follia e molto enfaticamente chiamato “Terremoto così non va. Noi vogliamo ripartire”. “A L’Aquila – si legge all’interno del profilo – 30 mila sfollati. Dopo 4/5 mesi erano già rientrati nelle case provvisorie, molti sono ancora lì nelle case”.  Una “favoletta”  (con dati completamente sballati, nell’aquilano erano circa 70 mila gli sfollati…) che trova immediato sostegno anche in un “illuminato” intervento di qualche politico ed ex amministratore locale, che evidentemente non ha voluto perdere l’occasione per ritrovare 5 minuti di notorietà dopo essere finito a lungo nel dimenticatoio, che non si limita a parlare delle “miracolose” casette aquilane ma evidenzia anche la differenza per quanto riguarda la rimozione delle macerie che questa volta dopo 4 mesi non sono state ancora tolte.

A completare il quadro ci hai, poi, pensato  un quotidiano locale, che probabilmente senza terremoto non saprebbe cosa scrivere,  sparando cifre assolutamente improbabili. “Decine di migliaia di senzatetto perseguitati dalla furia della natura e annientati dall’inefficienza della politica. Che, a distanza di 4 mesi dalla prima terribile scossa, ancora non è riuscita a sistemarli in adeguate abitazioni alternative”. Inevitabile che un simile “martellamento” abbia sortito degli effetti, basta vedere le reazioni che ha scatenato in rete. Allora è opportuno cercare di ripristinare un minimo di verità in una situazione che sicuramente è molto difficile ma che presenta contorni assolutamente differenti.

Prima di tutto, però, smontiamo subito il campo da ogni equivoco riguardo la favoletta del post terremoto a L’Aquila. Dove, secondo un’approfondita e dettagliata inchiesta condotta da “La Stampa”, ad inizio 2016 (a 7 anni dal sisma) c’erano ancora 12 mila sfollati in attesa di una sistemazione. Quanto alle famose casette (il progetto C.A.S.E.) e le conseguenti new town, le prime furono inaugurate a fine settembre e le prime famiglie ci entrarono ad inizio ottobre, 6 mesi dopo il terremoto (altro che 100 giorni…). Tralasciando per decenza le tante vicende giudiziarie che hanno accompagnato la realizzazione delle new town (tra appalti dichiarati illegittimi e infiltrazioni mafiose), chiunque conosce un minino la situazione del capoluogo abruzzese sa perfettamente che disastro è venuto fuori.

Al di là di una scelta “scellerata” (e imposta contro la volontà degli aquilani) da un punto di vista sociale, già dopo pochi mesi quelle casette presentavano problemi a non finire tra balconi inagibili, crolli, infiltrazioni, allagamenti, pavimenti sollevati, fogne che si intasano. Tra l’altro dopo  i recenti crolli di un paio di balconi, la procura ha deciso di sequestrare ben 800 balconi e c’è il concreto rischio che presto il sequestro si estenda anche agli appartamenti stessi. Dai quali, comunque, oltre un terzo delle famiglie è già fuggito. Potremmo proseguire parlando del fatto che ad inizio 2016 ancora non c’era alcun istituto scolastico ricostruito e che le previsioni più ottimistiche parlano di una ricostruzione che non terminerà (in buona parte, non completamente) prima del 2021-2022.

Per non parlare, poi, dell’enorme fesseria riguardante le macerie. Ricordo ancora (sono immagini che non si possono dimenticare) quando, a 2 anni dal terremoto, insieme ad alcuni amici aquilani e della protezione civile del posto mi sono recato a L’Aquila e a Paganica, come, a 2 anni dal sisma, in quella frazione tutto era rimasto come quella tragica notte, con le macchine seppellite ancora dalla macerie, le case “squartate” dalla violenza del terremoto che mostravano ancora all’interno la situazione che c’era quando è arrivata la forte scossa. Per intere notti mi sembrava di sentire ancora il rumore dei nostri passi tra le macerie che, ancora allora, invadevano tutte le strade di quella frazione. Per non parlare dell’immagine dei massi caduti dalle mura di L’Aquila, due anni dopo il sisma ancora sul ciglio della strada.

Prima di parlare a sproposito di interventi miracolosi che non ci sono stati bisognerebbe riflettere, almeno per rispetto nei confronti degli aquilani. Così come bisognerebbe avere la decenza di raccontare come sono davvero le cose nelle zone colpite dal terremoto, senza fare inutile sensazionalismo e senza sparare cifre a caso solo per destare maggiore impressione. Partiamo dai dati, quelli reali ufficiali e verificabili da chiunque. Dei quasi 30 mila sfollati dei due terremoti (quello di agosto e quello di ottobre) solo qualche centinaio è ancora in roulotte o in una sistemazione simile.

Nelle Marche, ad esempio, su circa 8 mila senza tetto quasi tutti sono stati sistemati in hotel e abitazioni (ovviamente pagate dallo Stato), mentre alcune centinaia di persone sono sistemati in altro genere di abitazioni (da parenti o amici). Solo un centinaio di persone ha rifiutato qualsiasi sistemazione proposta per restare nella propria terra. E questo è il punto fondamentale della vicenda, tutte quelle poche centinaia di persone che, tra Marche, Abruzzo, Umbria e Lazio, sono ancora in quelle condizioni, lo sono per una propria irremovibile scelta, avendo rifiutato qualsiasi sistemazione provvisoria più comoda per restare nella propria zona. Libera scelta, quindi, e non certo situazione dettata dal disinteresse del governo e della protezione civile (che hanno fatto di tutto per convincerli ad accettare altra sistemazione).

E, soprattutto, inaccettabile parlare di “decine di migliaia di persone”, come se davvero tutti gli sfollati fossero stati lasciati senza alcun tipo di sistemazione. E’, tra l’altro, a dir poco singolare che, tra quelli che oggi lanciano quel genere di accuse a sproposito, ci sono alcuni quotidiani che, nei giorni successivi al terremoto, quando si cercava di convincere centinaia di residenti ad accettare la sistemazione negli alberghi, parlava di “inaccettabile deportazione”. Alla faccia della coerenza… In un paese che ha sempre la memoria molto corta, sarebbe sufficiente ricordare il vivace scambio di battute tra il presidente del Consiglio e diversi residenti a Norcia dopo che il premier, in una riunione del Consiglio dei ministri, aveva annunciato la chiusura delle tendopoli.

Non possiamo avere le tende per qualche mese in montagna sotto la neve, gli alberghi ci sono per tutti” aveva annunciato Renzi. Al quale avevano immediatamente risposto gli abitanti di Norcia attraverso una dichiarazione rilasciata dal loro rappresentante all’Adnkronos. “Scrivetelo che devono darci le tende, i cittadini di Norcia sono abituati al freddo, non ci spaventa. Preferiamo avere la tenda e restare vicino alle nostre case”. Molti di loro poi si erano convinti ad accettare la sistemazione provvisoria in albergo. Ma per quelli che sono rimasti è stato fatto uno sforzo in più, sono stati realizzati all’interno del paese ben tre moduli abitativi collettivi (grazie anche all’immenso sforzo compiuto dalle forze armate) che stanno dando un caldo riparo a circa una trentina di famiglie che non hanno voluto abbandonare momentaneamente la propria terra.

Soluzione, quella dei moduli abitativi, che non è purtroppo praticabile in altre zone per la particolare conformazione del territorio. Alimentare inutili e improbabili polemiche per chissà quali scopi significa anche non riconoscere e in un certo senso svilire l’opera e l’impegno di quanti in questi mesi si stanno dannando l’anima per aiutare e supportare le popolazioni colpite dal terremoto. “E’ stato fatto un lavoro eccezionale, grazie anche alla Protezione civile, alle forze armate e alle associazioni di volontariato – spiegava ad inizio novembre il sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi – fuori dalle tende dopo 48 giorni, è un record perché a L’Aquila le tende sono rimaste da aprile fino ad ottobre, siamo soddisfatti perché la gente troverà la propria sistemazione e la propria dignità. Nelle tende sono rimasti quasi tutti allevatori che si sono rifiutati di lasciare Amatrice. Ora sono in arrivo per loro le roulotte”.

Stessa situazione in tutte le altre zone del terremoto, chi è rimasto ed ora affronta questo difficile periodo in roulotte l’ha fatto per libera scelta, impuntandosi e rifiutando ogni soluzione alternativa. Certo l’hanno fatto quasi tutti per cercare di tutelare la propria attività, che nella maggior parte dei casi consiste nell’allevamento di animali. E da questo punto di vista la situazione è realmente critica, ci sono tanti buoni motivi per protestare e chiedere maggiore attenzione.

Abbiamo perso due mesi. Moduli su moduli da riempire, un sacco di burocrazia e intanto le mucche rischiano di morire assiderate sotto la neve – spiega un allevatore maceratese – abbiamo 150 mucche da carne, casa inagibile due stalle senza tetto. 40 le ospita la stalla di un amico, le altre le abbiamo sistemate sotto una tettoia esterna. Ma di notte fa -15, l’acqua nelle tubature gela e gli animali non potranno andare avanti a lungo in queste condizion. Eravamo pronti ad acquistare una stalla mobile ma ci hanno detto di aspettare, un rimpallo continuo tra Protezione civile e Regione”. Una situazione inaccettabile, così come inaccettabile è che in un paese civile la burocrazia penalizzi anche chi è già stato pesantemente colpito dal terremoto.

”Con le temperature a picco e l’aumentare dei disagi per le aziende è importante l’arrivo e il completamento delle strutture previste dal decreto varato dal Governo, risolvendo anche i problemi dell’allaccio di energia e acqua. La neve aggrava la situazione degli animali, che hanno bisogno di ricoveri con le stalle distrutte o inagibili” afferma la Coldiretti Marche. Il problema è che non si riesce a tradurre in concreto quanto è stato previsto sulla carta. E, oltre alla burocrazia, a complicare le cose ci si mettono anche le Regioni.

La Regione ha fatto una gara che stata vinta da una ditta che però non ce la fa, è in ritardo di 27 stalle – spiega il sindaco Pirozzi – nel frattempo è stato emessa un’ordinanza del Commissario Errani che esortava le Regioni ad attivarsi al più presto perché permetterebbe agli allevatori di fare da soli queste strutture provvisorie con spese a carico dello Stato, anche se vorrei che fosse chiarito al più presto che nessuno dovrà anticipare con propri fondi le spese”. Nei giorni scorsi la Coldiretti ha reso noto che il Commissario Errani ha emanato un’ordinanza, immediatamente recepita dalla Regione Lazio, che autorizza gli allevatori a comprare direttamente tutto ciò che serve per garantire la continuità produttiva delle proprie aziende, con spesa a totale carico dello Stato. Le spese ammesse e rimborsabili sono quelle per acquisto di bestiame e di stalle provvisorie, di attrezzature, impianti di mungitura, contenitori refrigeranti per la conservazione del latte, gruppi elettrogeni e per gli allacci delle utenze.

E’ auspicabile che l’ordinanza venga al più presto recepita anche dalla Regione Marche, visto che in una situazione simile a quella di Amatrice ci sono anche decine di allevatori marchigiani. Certo l’ordinanza arriva con un po’ di ritardo, sarebbe stato opportuno verificare subito se c’erano dei ritardi nella consegna delle stalle e, di conseguenza, muoversi prima di Natale. Anche perché, come dice giustamente Pirozzi, “un ritardo di tempo in un periodo di emergenza rischia di diventare una tragedia”. Ora, però è fondamentale che quell’ordinanza venga immediatamente tradotta in fatti concreti, senza ulteriori indugi. Ed è importante che l’opinione pubblica e tutto il sistema dell’informazione restino vigili, che incalzino chi di dovere a non perdere ulteriore tempo, che, come ormai è diventata moda in questi tempi, non spengano i fari.

Ma nel modo corretto, senza inventare improbabili “favole” e senza voler speculare sulla pelle dei terremotati, come purtroppo continuano a fare tanti, troppi “sciacalli”

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