Bambole non c’è una lira!


Sempre più in debito di ossigeno le casse comunali, non è stato sufficiente neppure “svendere” le quote di Piceno Gas Vendita, con gli oltre 6 milioni di euro ricavati serviti per tappare parte della falla. E ora sul Comune incombe anche la possibile multa da 900 mila euro della Corte dei Conti per irregolarità nei precedenti bilanci

Il titolo del famoso varietà televisivo di Antonello Falqui (“Bambole non c’è una lira”), mandato in onda su Raiuno nel 1977, risuona ormai da diversi anni nelle stanze del palazzo comunale. Le casse comunali sono in perenne situazione di difficoltà, ai limiti del collasso.  Emblematico, a tal proposito, il “tira e molla” per l’entrata nel cratere dopo il terremoto del 31 ottobre che, alla fine, su esplicita richiesta del sindaco, ha comportato per Ascoli l’uscita dai vincoli del patto di stabilità ma non la sospensione a cittadini e attività delle tasse comunali che avrebbe comportato il dissesto del già disastrato bilancio comunale. Sul quale ora, per giunta, incombe la grave minaccia di un’ulteriore “mazzata”: una sanzione di 900 mila euro da parte della Corte dei Conti per delle irregolarità riscontrate nel bilancio 2012.

In pratica all’amministrazione comunale viene contestato il fatto che in quel bilancio la quota ricavata dalla vendita dei beni della discarica all’Ascoli Servizi Comunali (effettuata nel dicembre 2009)  è stato inserita, secondo la Corte dei Conti “con grave irregolarità”, nella voce delle entrate correnti invece che nella voce delle entrate in conto capitale come avrebbe dovuto fare. La sanzione deriva dal fatto che lo spostamento da una voce all’altra ha delle precise conseguenze. Senza quella quota di 1,55 milioni di euro l’amministrazione comunale non avrebbe rispettato il patto di stabilità. Ed è’ opportuno ricordare che il mancato rispetto del patto di stabilità determina, in base all’art. 31 comma 26 della legge 12 novembre 2011 n. 183, una serie di sanzioni (a partire dall’anno successivo a quello nel quale si è verificato l’inadempimento) come la riduzione del fondo di solidarietà, l’impossibilità di contrarre mutui per investimenti, il divieto di assunzioni di personale a qualsiasi titolo e con qualsivoglia tipologia contrattuale ma anche la riduzione del 30% delle indennità di funzione (in pratica gli stipendi di sindaco e assessori) e dei gettoni di presenza.

Quindi sanzioni che pongono pesanti vincoli alla successiva attività amministrativa ma che, al tempo stesso, toccano le tasche degli amministratori stessi. Tornando all’irregolarità contestata al Comune, tutta la vicenda da un lato è abbastanza emblematica di come funzionano (anzi, non funzionano…) le cose nell’amministrazione comunale, dall’altro evidenzia come i problemi di bilancio si trascinano ormai da anni. Da questo punto di vista, dalla delibera della Corte dei Conti n. 164 del luglio 2015 emergono spunti particolarmente significativi.

Al di là di alcuni rilievi sulla scarsa attendibilità di alcune previsioni di entrate (per il recupero dell’evasione, ad esempio, la previsione originaria è di 2,1 milioni di euro per il 2011 e di 3,3 milioni di euro per il 2012 ma la Corte sottolinea che in concreto c’è una bassissima percentuale di riscossione,  20,61% per il 2011 addirittura 0,87% per il 2012), si sottolinea innanzitutto l’eccessivo ricorso all’anticipazione di tesoreria  e si pone l’accento sul volume delle entrate aventi carattere non ripetitivo, con in entrambi gli esercizi un’elevata percentuale di incidenza rispetto alle entrate correnti e alle spese correnti.

Discorsi molto tecnici che, però, vanno nella stessa direzione che è quella di evidenziare già allora le gravi sofferenze del bilancio comunale.  Come detto il rilievo della Corte dei Conti arriva nel luglio 2015. Il sindaco e il Comune hanno 60 giorni di tempo a disposizione per sistemare la situazione e ricalcolare i saldi in modo giusto ed il primo cittadino risponde il 7 settembre (qualche giorno dopo la scadenza) con una certa superficialità, in pratica sostenendo che avrebbe fatto il ricalcolo (che poi effettivamente è stato fatto) tenendo conto di alcuni fondi che non erano stati presi in considerazione a quel tempo, in fase di approvazione del bilancio.

In pratica il sindaco – commenta il consigliere comunale Castiglia – ha pensato di dire alla Corte dei Conti: nessun problema, il patto è rispettato, avevo qualche fondo che per distrazione non avevo considerato, con quelli siamo a posto”. Naturalmente la Corte dei Conti non può certo accettare una simile spiegazione e, con delibera n.99 del 19 maggio 2016, boccia ufficialmente la nuova versione dei fatti e concede 60 giorni per sistemare in modo giusto il bilancio 2012. C’è il rischio di una pesante multa, ma il sindaco farà trascorrere ben 6 mesi prima di portare la vicenda all’attenzione del Consiglio comunale del 14 dicembre scorso (chissà, potrebbe essere anche in questo caso colpa del terremoto…).

La soluzione pensata questa volta per cercare di risolvere il problema è quella di far approvare un  “Atto di ricognizione e di interpretazione del contratto” che il Comune ed Ascoli Servizi Comunali sottoscrissero, appunto, nel dicembre 2009. In pratica una scrittura privata che avrebbe lo scopo di dichiarare che le intenzioni dei due soggetti 7 anni fa sono quelle dichiarate nell’atto approvato il 14 dicembre. Senza addentrarci ulteriormente in un discorso prettamente tecnico, basterà sottolineare come lo stesso sindaco ha ammesso che ritiene alquanto difficile che la Corte dei Conti possa accettare questa versione dei fatti (che, per altro, sembra essere smentita dall’atto originario di vendita). Il vero obiettivo del primo cittadino, però, è un altro.

Il sindaco in Consiglio comunale – aggiunge Castiglia – ha candidamente ammesso di aver attuato una strategia di questo tipo per aprire un contenzioso con la Corte dei Conti in modo da prolungare il più possibile, in una logica costantemente dilatoria, l’applicazione di una sanzione che in questo momento non potrebbe certo essere pagata vista la situazione disastrosa delle casse comunali”. In altre parole, se non siamo alla canna del gas poco ci manca. D’altra parte nella precedente seduta di Consiglio comunale erano arrivate ulteriori ammissioni di quanto grave fosse una situazione al punto che non è servito a molto neppure vendere i “gioielli” di casa. Si perché in quella seduta è emerso con chiarezza quello che già si era ampiamente capito, cioè che la “svendita” di Piceno Gas è servita solo per tappare un po’ una falla simile a quella del Titanic.

Anche in questo caso ci sono alcuni passaggi tecnici che hanno portato ad una scoperta, per nulla sorprendente. Infatti nella variazione al bilancio di previsione 2016-2018 che è stata approvata in quella seduta di novembre c’è anche una maggiore spesa di 50 mila euro per interessi passivi per anticipazioni di cassa. In altre parole quei 50 mila euro rappresentano una variazione in aumento degli interessi passiva da utilizzo delle anticipazioni di cassa di ben il 20%. Originariamente il Comune aveva previsto di pagare per il 2016 interessi per 250 mila euro, in sostanza con la previsione di utilizzare la stessa quota delle anticipazioni di cassa (quelle che già la Corte dei Conti aveva, invece, suggerito di cercare di ridurre) utilizzata nel 2015 (circa 5 milioni di euro). Quei 50 mila euro in più di interessi, quindi, significano che alla fine del 2016 si toccherà all’incirca quota 7 milioni di euro. Nel luglio scorso la contestatissima vendita delle quote di Piceno Gas Vendita aveva portato nelle casse comunali oltre 6 milioni di euro.

Soldi che, in tutta evidenza, non sono confluiti per ripianare i debiti contratti verso le banche per le anticipazioni di cassa. Purtroppo non sono neppure finiti in qualche progetto, in qualche particolare politica amministrativa. Ma allora a cosa sono serviti? A svelarlo, alla fine, è stato l’assessore al bilancio incalzato da alcuni consiglieri comunali. “L’assessore ha ammesso che quei 6 milioni di euro sono serviti a pagare i “buffi” – spiega Castiglia – i debiti creati dalla cattiva amministrazione degli anni passati. Abbiamo venduto parte del patrimonio per pagare una totale mancanza di programmazione politica e finanziaria da parte delle amministrazioni Castelli. Lo avevamo già detto a giugno quando ci opponemmo alla vendita delle quote della Piceno Gas Vendita non per la vendita in se, condivisibile o meno, ma per l’utilizzo che sarebbe stato fatto dei soldi incassati. Avevamo paura che il sindaco potesse vendere un pezzo di futuro della città per comprare la sanatoria della sua mala gestio del passato e del presente. E così è stato”.

A rendere tutto più sconcertante e sconfortante è il fatto che è davvero difficile capire come si sia potuto arrivare a questo punto. Il sindaco ha più volte puntato il dito contro i tagli effettuati dal governo Renzi ma, come visto, i problemi del bilancio comunale partono da lontano, da molto prima che arrivasse alla guida del governo lo stesso Renzi. Se almeno una simile difficile situazione fosse stata determinata da scelte comunque importanti per la città e per le sue prospettive future. Invece nulla, anzi, da questo punto di vista è il caso di dire che oltre al danno c’è una doppia beffa. Perché, ad esempio, il ricavato della vendita delle quote di Piceno Gas Vendita poteva essere utilizzata per provare a ricomprare i parcheggi, per riportare la gestione della sosta (fondamentale sotto tanti punti di vista per la crescita della città) sotto l’amministrazione comunale.

Invece proprio la difficile situazione economica sta spingendo sempre il Comune ad affidare tutto quello che può ai privati, con l’unico obiettivo di fare cassa. Sono stati affidati a privati il servizio di illuminazione pubblica, quello della raccolta differenziata (per altro in entrambi i casi con risultati disastrosi sotto ogni punto di vista, anche economico) , anche il nuovo sistema di gestione di alcuni impianti sportivi comunali è dettato quasi esclusivamente da motivi economici, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Che ci mostrano, ad esempio, una piscina comunale chiusa senza previsioni di riapertura (con famiglie e società sportive costrette a pendolarismi assurdi).

Addirittura persino i necessari interventi nelle scuole, quelle verifiche di vulnerabilità sismica che devono obbligatoriamente essere fatte nei prossimi mesi (in realtà dovevano, altrettanto obbligatoriamente, essere fatte entro il 2013…), sono appesi all’intervento di privati, di qualche fondazione, perché il Comune non ha i fondi necessari neppure per la sicurezza dei nostri figli. E’ chiaro, quindi, che in una simile situazione qualsiasi imprevisto potrebbe dare il colpo di grazia. Per questo è fondamentale che la possibile multa della Corte dei Conti , se proprio non può essere evitata, deve comunque essere spostata il più in là possibile (ci sarebbe anche la possibile multa da un milione e mezzo della Corte di Giustizia europea per l’omessa bonifica dell’area ex Carbon). L’obiettivo è chiaro, bisogna aspettare che passi la nottata.

Prendiamo tempo – conclude amaramente Castiglia – in attesa di tempi migliori o in attesa che subentri qualche altra amministrazione a cercare di districare l’intricata matassa che verrà lasciata in eredità

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