Scandalo illuminazione: costi “alle stelle”, città senza luce


Mentre non diminuiscono disagi e disservizi, con diverse zone della città  quasi al buio, dagli ultimi atti comunali emergono nuovi inquietanti particolari: il servizio costa molto più di prima, 15 minuti di luce in più costano 50 mila euro e per i presunti interventi migliorativi gli ascolani pagheranno un surplus di un milione di euro. Resta il mistero sul numero di punti luce

Si spende più di prima per un servizio di gran lunga peggiore, per 15 minuti di luce (molto flebile) in più bisogna pagare circa 50 mila euro, le cosiddette “pezze” messe successivamente per rendere solo un tantino meno indecente il servizio  sono costate oltre un milione di euro. E, dulcis in fundo, bisogna  pure pagare l’utilizzo del servizio pubblico da parte di qualche “scroccone”. Basterebbero queste brevi pillole per descrivere  il disastro senza precedenti e di dimensioni imbarazzanti che caratterizza il servizio di illuminazione pubblica.

Se per le vicende inerenti la raccolta differenziata e i rifiuti si poteva a ragione parlare di clamorosa “Caporetto” dell’amministrazione comunale, in questo caso è addirittura riduttivo parlare di Waterloo per il Comune. Il guaio è che in entrambi i casi a pagarne pesantemente le conseguenze sono i cittadini ascolani, nel primo caso costretti ogni anno a pagare una tassa sempre più cara (colpa degli aumenti provocati dalla ridicola percentuale di differenziata), nel secondo a pagare addirittura di più (quando era stato dichiarato che si sarebbero risparmiati centinaia di migliaia di euro) per un servizio decisamente peggiorato rispetto a prima, scadente e indegno per una città capoluogo (ma anche per un paesino di campagna).

Un vero e proprio scandalo quello che sta montando intorno al servizio della pubblica illuminazione, che pesa come un macigno su questa amministrazione, responsabile di questo indecoroso disastro. Ora che il referendum è alle spalle e che il sindaco non ha più quello che in queste settimane è stato il suo principale impegno, cioè girare i comuni marchigiani per presentare il suo libro sulla riforma costituzionale “No caro Matteo” , si spera che finalmente abbia il tempo e il coraggio per intervenire e innanzitutto spiegare le ragione di questa “Waterloo” e, poi, possibilmente anche cercare di porvi rimedio.

Perché in un quadro già decisamente sconfortante, sono emersi nei giorni scorsi dei nuovi atti comunali che hanno ulteriormente allargato le proporzioni dello scandalo. Parliamo, in particolare della delibera n. 210 dell’8 novembre (“Attuazione della DCC n. 34 del 28/72016-Adeguamento dei capitolati tecnici al contratto di servizio Rep. 29095 del 9/11/2013) e della determina n. 1620 del 25 novembre (“Canone servizio illuminazione pubblica: conguaglio anno 2016 relativo al piano di riequilibrio ed al contratto transattivo”), entrambe pubblicate sull’albo pretorio comunale venerdì 2 dicembre. Sono davvero tanti gli aspetti che non tornano in questa vicenda  per cui è il caso di fare un breve sunto di quella che è la situazione.

Nel 2013, dopo un iter che ha provocato non poche polemiche e perplessità (e che è finito anche nel mirino dell’autorità anticorruzione), era stata scelta la società Ecoinnova come socio privato della società Ascoli Servizi Comunali (ASC) proprio per la gestione di alcuni servizi come, appunto, anche l’illuminazione pubblica. A fine 2014, però, con un’altra procedura molto discutibile e controversa, Ecoinnova ha ceduto in affitto l’attività di gestione del servizio della pubblica illuminazione stradale a favore della società personale “Opera Light srl” di Cartoceto (Pesaro), con il sindaco Castelli che nell’assemblea dei soci di ASC del 31 ottobre 2014 aveva espresso parere favorevole alla richiesta di cessione di affitto. Quindi, anche se inspiegabilmente non risulta in alcun atto comunale, attualmente a gestire il servizio di pubblica illuminazione è la società pesarese.

chiesa_al_buioLa nuova gestione, con la “rivoluzione” led, sbandierata con la solita enfasi dall’amministrazione comunale , ha però subito prodotto una serie incredibili di disagi e situazioni insostenibili per i cittadini. In alcune zone la città era praticamente al buio, i primi tempi addirittura erano stati oscurati anche alcuni dei beni architettonici più suggestivi e affascinanti della città, come ad esempio la chiesa di San Vittore (foto a sinistra del 10 novembre 2015). Le proteste crescenti dei cittadini portarono allora (23 novembre 2015) alla convocazione di un Consiglio comunale aperto sul tema, durante il quale il sindaco e l’assessore Tega parlarono di un risparmio per la casse comunali di qualche centinaio di migliaia di euro (rispetto ad una spesa che prima si aggirava intorno ad 1,3 milioni di euro), promettendo di verificare attentamente la situazione e far apportare correttivi e miglioramenti.

Lo stesso primo cittadino, per spiegare le difficoltà incontrate dalla nuova gestione, nel corso di quel Consiglio comunale parlò di “infrastruttura complessa e articolata, avendo anche 420 km di strada e oltre 12 mila punti luce”. Un dato, quest’ultimo sui punti luce, da tenere bene a mente perché in seguito vedremo che è al centro di una delle tante questioni controverse di questa vicenda. Allora l’opposizione avanzò subito dubbi sul reale risparmio per le casse comunali, sostenendo che in realtà era solo il frutto di abili artifizi escogitati dall’assessore (che avrebbe omesso, secondo il consigliere comunale Ameli, di considerare l’iva nelle nuove fatture). Quel che è certo è che i presunti interventi migliorativi promessi dall’amministrazione comunale nel corso del 2016 non hanno certo portato alcun concreto miglioramento e, anzi, sono continuate a verificarsi situazioni al limite del paradosso.

Come, ad esempio, quelle accadute in occasione delle due edizioni della Quintana, con a luglio la sfilata dopo la giostra conclusa in una piazza del Popolo praticamente in penombra, mentre ad agosto stessa sorte era toccata alla parte conclusiva della cerimonia della benedizione dei ceri. Sempre questa estate, poi, era arrivata la determina n. 986 del 7 luglio che aveva definitivamente spazzato via la “favola” del risparmio che avrebbe prodotto per il Comune il nuovo servizio, ammettendo che “occorre impegnare per il canone del servizio della pubblica illuminazione per l’anno 2016 una somma superiore rispetto agli precedenti, quantificata in 334 mila euro”.

Una maggiore spesa che, tra l’altro, veniva giustificato dall’aumento dei punti luce apportato “autonomamente” dalla società che gestisce il servizio, rispetto agli 11 mila (ma non erano più di 12 mila secondo il sindaco?) consegnati dal Comune al socio privato. Con la fine dell’estate ed il cambio di stagione, poi, sono emersi nuovi problemi e disagi con gli orari di accensione e spegnimento delle luci, al punto da spingere il sindaco ad intervenire per “concedere” un quarto d’ora di luce in più ai cittadini ascolani, un palliativo che non ha certo cambiato di molto la situazione.

Sarebbe già sufficiente tutto ciò per decretare, senza troppi giri di parole, il fallimento di questa incomprensibile operazione. Che, però, ora alla luce di quei nuovi atti assume le proporzioni di un vero e proprio scandalo. Infatti la determina n. 1620 del 25 novembre scorso mette “nero su bianco” che fino a novembre 2016 (quindi il dato sarà da aggiornare a fine anno)  gli ascolani spenderanno 1.420.080 euro per il servizio di illuminazione pubblica. “In pratica spendiamo  più di prima per un servizio di minor valore, l’amministrazione comunale ha preso in giro gli ascolani” commenta il capogruppo del Pd Francesco Ameli.

In effetti quel dato (ancora parziale)  certifica in maniera incontestabile che non solo non c’è alcun risparmio, ma addirittura c’è un consistente aumento della spesa (anche se l’assessore Tega continua a sostenere, non si capisce bene in base a cosa, che “i led sono un notevole risparmio”). Non solo, come se non bastasse la delibera n. 210 dell’8 novembre scorso  svela anche che tutti gli interventi effettuati in questi mesi per cercare (visti i risultati inutilmente) di migliorare un servizio pessimo saranno anche essi a carico degli ascolani. Complessivamente poco più di un milione di euro da pagare in 17 “comode” rate annuali di circa 60 mila euro più iva, ad un tasso di interesse del 3%.

Una spesa, è opportuno ricordarlo, che i cittadini ascolani dovranno caricarsi per pagare le correzioni ad un servizio che era stato concepito male e che è stato attuato ancora peggio.   “E’ scandaloso – aggiunge Ameli – viene speso oltre un milione di euro per continuare a non vederci. Il Comune si pone in sudditanza, sembra che non voglia tutelare gli interessi pubblici della città”.  “Le inefficienze appartengono ad uno scellerato sistema di potere – accusa il consigliere comunale Valentina Bellini – non è solo incapacità, è troppo lunga la storia di soldi e servizi pubblici piegati ad esigenze di bottega. Ed oggi questa pratica è diventata più urgente perché c’è il dramma del collasso delle finanze pubbliche”.

E a proposito di questi interventi migliorativi (si fa per dire), dal capitolato tecnico allegato a quella delibera emerge come siano stati ben 5 gli interventi effettuati per cercare di migliorare il servizio (22 e 28 ottobre, 9 novembre e 3 dicembre 2015, 29 febbraio 2016), che complessivamente hanno riguardato ben 44 tra vie e piazze , in tutti i quartieri cittadini. Più che “interventi miglioramenti”, in pratica, siamo di fronte ad un vero e proprio nuovo piano. Segno evidente che quello concordato inizialmente era del tutto inadeguato. Quindi amministrazione comunale e società che gestisce il servizio all’inizio hanno clamorosamente “toppato”, però a pagare le conseguenze sono ancora una volta i cittadini ascolani.

C’è un’evidente cifra politica – spiega il consigliere comunale Luciani Castiglia – manca trasparenza, non c’è una programmazione finanziaria, i cittadini pagano un’impressionante incapacità dell’amministrazione”.  Da quel capitolato, poi, emergono altri aspetti decisamente sconcertanti. Partiamo dai punti luce che, secondo l’art. 9 del capitolato stesso, al 17 ottobre scorso risultano complessivamente essere 12.233. Ed è subito evidente che qualcosa non riporta, qualcuno ha detto cose non vere. Nel Consiglio comunale aperto del novembre 2015 il sindaco Castelli aveva parlato allora di oltre 12 mila punti luce.

Contemporaneamente aveva evidenziato come ogni punto luce costasse circa 85 euro. Nella determina 986 del 7 luglio 2016, però, la società che gestisce il servizio sostiene che gli impianti consegnati al privato dal Comune erano circa 11 mila (quindi oltre mille in meno rispetto a quanto sosteneva il sindaco). Nella stessa determina si parlava di una spesa aggiuntiva da rimborsare al privato di 334 mila euro per i nuovi punti luce installati. E, se dobbiamo credere al costo di 85 euro a punto luce dichiarato dal sindaco, vorrebbe dire che il privato ha installato poco meno di ulteriori 4 mila punti luce. Che, però, dai sopralluoghi effettuati il 17 ottobre risultano essere 12.233 e non quasi 15 mila come dovrebbero essere considerando reali i dati forniti dal sindaco e riportati nei vari atti comunali.

Sarebbe interessante e opportuno fare un po’ di chiarezza e, soprattutto, spiegare chi ha fornito o ha scritto numeri sbagliati e inattendibili. Nessun dubbio o incertezza, invece, sul fatto che costa carissimo ai cittadini ascolani il quarto d’ora di accensione in più ottenuto dopo le proteste per la situazione insostenibile che si è verificata in determinate orari nel cambio di stagione, quasi 50 mila euro (36.873,64 + iva). Riguardo il discorso degli orari di accensione all’art. 16 del capitolato si legge che “in base alle verifiche effettuate sugli impianti di pubblica illuminazione si ritiene opportuno predisporre l’orario di accensione circa 15 minuti dopo il tramonto e lo spegnimento circa 30 minuti prima dell’alba”.

Accensione e spegnimento avvengono sulla base di un orologio astronomico – spiega Ameli – e non come, avviene di solito, sulla base di un sensore che si innesta anche sulla base della situazione della visibilità”. In pratica in una giornata particolarmente grigia e nuvolosa, con la visibilità estremamente ridotta, il sensore farebbe scattare l’accensione in anticipo rispetto all’orario stabilito (o lo spegnimento dopo), mentre con l’orologio astronomico si rispettano comunque gli orari, anche se non si vede praticamente nulla.  Meno male, verrebbe da dire da un punto di vista economico, visto il carissimo prezzo pagato per appena 15 minuti in più, ma è l’ulteriore conferma di una situazione che fa acqua da ogni punto di vista.

E che raggiunge il paradosso quando si scopre che i cittadini ascolani devono anche pagare un’ulteriore quota (9 mila euro + iva) per l’utilizzo del servizio pubblico da parte di qualche “scroccone”.  Si tratta di “pompe per irrigazione o fontane, prese elettriche a servizio di eventi o altre attività, impianti estranei alla pubblica illuminazione etc” che sono difficilmente quantificabili, almeno secondo il gestore del servizio. Dulcis in fundo, il capitolato ci dice anche che la società privata non si carica l’onere di ripagare eventuali danni causati da terzi agli impianti di illuminazione che, invece, spetta al Comune (e quindi, tanto per cambiare, agli ascolani).  Un vero e proprio disastro, sotto ogni punto di vista. E il guaio, per il sindaco, è che in questo caso non può neppure prendersela con il terremoto…

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