La melma referendaria


Ancora una volta in vista di un appuntamento importante il nostro paese dimostra tutta la sua immaturità e un bassissimo livello socio-culturale,  con i due schieramenti che si sfidano a suon di insulti, “bufale” e “castronerie” di ogni tipo

Voterò si convinto ma sono 1 di 50 milioni; perché votare è un diritto ma rispettare chi la pensa diversamente sarebbe un dovere”. Non è certo caso che le parole migliori, in vista del referendum del 4 dicembre, arrivino da uno sportivo, Alex Zanardi. E non certo perché il pluri campione paralimpico voterà si, semplicemente perché dice una cosa che dovrebbe essere scontata in un mondo civile ma che, nell’isterico e sconclusionato paese che è l’Italia che si avvicina al referendum, sembra davvero un’utopia.

Basta navigare un po’ sui social (ma anche ascoltare le discussioni in piazza tra le persone) per capire quale sia il clima, con sempre più rari tentativi di discutere nel merito le riforme previste dalla modifica costituzionale su cui dovremo esprimerci il prossimo 4 dicembre e infiniti e ripetuti proclami da “fine del mondo”, con violente accuse e insulti di ogni tipo nei confronti di chi si azzarda a sostenere (e quindi a votare) la parte avversa. D’altra parte, però, in un contesto politico già da anni esasperato, entrambi gli schieramenti hanno fatto e stanno facendo di tutto per creare intorno al referendum un clima irrespirabile quasi da guerra civile.

Con la conseguenza che, poi, è quasi completamente saltato anche tra i cittadini stessi quel rispetto nei confronti di chi la pensa diversamente, che dovrebbe essere alla base non solo di una democrazia matura ma anche e soprattutto del vivere civile. La verità è che ancora una volta, come ormai accade costantemente da oltre 20 anni, il nostro paese nei momenti importanti (perché il referendum sulla riforma costituzionale è comunque un appuntamento importante) dimostra tutta la sua immaturità e un bassissimo livello socio-culturale.

E l’indegno teatrino globale che ormai da mesi va in scena intorno al referendum, non solo nel mondo politico ma anche sui social e nei vari luoghi di aggregazione, dimostra che in fondo abbiamo la classe politica che ci meritiamo, così come il sempre più basso livello dell’informazione italiana fotografa esattamente quello che è diventata oggi la società italiana. Certo, è innegabile che sin dall’inizio entrambi gli schieramenti politici si sono comportati come i peggiori ultras, cercando non di argomentare le ragioni del si o del no ma provando a motivare i possibili elettori con slogan ad effetto (“chi vota no è contro il cambiamento”, “se vince il si la democrazia è in pericolo”) o cercando di screditare la parte avversa (“la riforma è stata votata da un parlamento illegittimo”, “contro il no c’è un’armata Brancaleone che va dai leghisti all’estrema sinistra e l’estrema destra”).

Ma è altrettanto innegabile che i potenziali elettori di una e dell’altra parte hanno presto seguito il “cattivo” esempio dei politici, scatenandosi contro gli avversari (come se chi la pensa in maniera differente possa essere considerato tale…), puntualmente accusate delle peggiori “nefandezze” o, nella migliore delle ipotesi, considerati alla stregua di dei poveri dementi solo per il fatto di avere un’opinione differente. Naturalmente con il passare dei giorni e con l’avvicinarsi della fatidica data della consultazione la situazione è pian piano peggiorata ed ora, a 10 giorni dal voto, si è davvero toccato il fondo (almeno si spera…). Al punto che quasi più nessuno sa davvero su cosa dovremo esprimerci, quale sia il contenuto e cosa prevede in concreto la riforma, ormai travolti dall’irrefrenabile marea di insulti reciproci e dalle più incredibili tesi mistificatorie di una parte e dell’altra.

Tanto che ormai si ha la netta sensazione che domenica 4 dicembre si voterà non sul Senato, sul Cnel, sulla riforma del titolo V ma per scegliere se mandare a casa Renzi e Boschi da una parte o Di Battista e Salvini dall’altra (per fare in entrambi i casi una sintesi…). Oppure, fingendo per un attimo di credere alle tante “castronerie” che si leggono (purtroppo non solo sui social…) da mesi, per non consegnare il paese alla JP Morgan e ai poteri forti (magari se per una volta qualcuno ci spiegasse chi sono…) da una parte o per evitare il caos e il ritorno di tutta una serie di politici datati (da Monti a Berlusconi, da D’Alema a De Mita).

E’ giusto sottolineare che, se il dibattito intorno al referendum ha preso da subito questa piega, una grande responsabilità ce l’ha il presidente del Consiglio Renzi che non ha saputo resistere al desiderio di personalizzare il referendum, di trasformarlo in una sorta di “giudizio universale” nei suoi confronti. Molti l’avranno dimenticato, ma all’epoca, quando Renzi ha deciso di spostare l’attenzione su se stesso, i sondaggi davano abbastanza nettamente in testa i si. Il presidente del Consiglio ha forse pensato di poter sfruttare quella che all’epoca sembrava una vittoria quasi certa per rafforzare la sua posizione, sottovalutando il rischio che avrebbe corso in tal modo.

Un atteggiamento sbagliato sotto ogni punto di vista (seppure in maniera molto blanda lo ha ammesso lo stesso Renzi) che inevitabilmente ha finito per ritorcersi contro di lui. In un panorama politico globalmente di così basso livello (parliamo in generale di tutti gli schieramenti politici), ai principali avversari del premier non è parso il vero di poter spostare l’attenzione dai contenuti della riforma alla popolarità (in evidente calo) del presidente del Consiglio. L’altrettanto inevitabile conseguenza dell’errore del premier è che il dibattito intorno al referendum ha subito preso la stessa sconfortante piega di tutte le peggiori discussioni sui temi politici che da mesi, anzi da anni, infestano il nostro paese, tra slogan e improbabili promesse da una parte e altrettanto improbabili rischi per la democrazia e complotti di ogni genere dall’altra.

Si è partiti con da una parte proclami tra il demenziale e il surreale (“se vince il si diminuiranno le bollette di luce e gas”, “se vince il si diminuirà la disoccupazione”) e, dall’altra, annunci di possibili sciagure di ogni tipo (“se vince il si c’è il rischio che si scateni nel paese un’ondata di violenze senza precedenti”se vince il si non ci permetteranno più di andare a votare”). Poi con il passare dei giorni e l’avvicinarsi del referendum i toni si sono sempre più alzati, fino ad arrivare ad una guerra di insulti, di invenzioni fantascientifiche, di presunti complotti e di speculazioni in ogni occasione possibile. Fino a toccare il fondo, almeno si spera, in questi giorni, con il presidente del Consiglio Renzi che ha definito un’accozzaglia lo schieramento avverso (che comprende partiti sicuramente tra loro distanti sotto ogni punto di vista ma anche Pci e Msi votarono insieme nel 1985 nel referendum sulla scala mobile) e il leader del Movimento 5 Stelle che ha definito “serial killer” quanti voteranno per il si.

In una guerra senza esclusione di colpi e dove non c’è più alcun limite… all’indecenza, il fronte del si ha provato addirittura a” resuscitare” personaggi di spicco (come ad esempio Berlinguer e Falcone), sostenendo, non si sa bene in base a cosa, che anche loro avrebbero votato a favore della riforma.  Da parte loro i sostenitori del no hanno preferito concentrarsi su improbabili tesi cospiratorie e su interpretazioni a dir poco singolari sui reali contenuti della riforma. Il mega complotto più gettonato (e più demenziale) è quello che vorrebbe la riforma scritta “sotto dettatura” della JP Morgan con l’obiettivo di ridurre i diritti dei lavoratori.

A lanciare questa che definire una “bufala” è a dir poco riduttivo è stato Diego Fusaro (con i vari Travaglio, Scanzi, Paragone pronti immediatamente a rilanciare il molto presunto scoop)  che, però, non ha fatto altro che riprendere una farneticante già proposta da alcuni siti di estrema sinistra che, però, parlavano che a sostegno della riforma voluta dalla JP Morgan, c’era un’alleanza composita che andava dal governo, alla destra fino ai “fascisti” del Movimento 5 Stelle. Naturalmente Fusaro ha eliminato quest’ultima parte della delirante tesi dei gruppi di estrema sinistra, trovando sponda immediata nei “grillini” stessi e in parte del sindacato più a sinistra, la Cgil. Che ora è schierato apertamente per il no ma nel 2014 aveva presentato un documento nel quale auspicava una serie di riforme, praticamente identiche a quelle che ora sono oggetto di referendum. Chissà, forse anche il documento della Cgil era scritto sotto dettatura della JP Morgan…

Potremmo continuare a lungo a parlare delle tesi bislacche che propongono alcuni degli esponenti del fronte del no, dal rischio dittatura al farneticante rischio che si nasconderebbe dietro l’approvazione di questa riforma, cioè la successiva abolizione dei principi fondanti la costituzione stessa, fino alle sconclusionate tesi di Di Battista. Come se non bastasse a contribuire a rendere più caotico e irrespirabile il clima ci pensano gli organi di informazione che fanno di tutto per “abbassare” il già infimo livello della discussione. Nella quale una delle cose più importanti, che maggiormente sembra contare per l’informazione italiana, è sapere come vota questo o quel personaggio famoso.

E’ paradossale, tra l’altro, constatare come, dopo l’inatteso successo di Trump, quasi tutti gli organi di informazione italiani hanno “sbeffeggiato” i colleghi a stelle e strisce che, nei giorni precedenti l’appuntamento elettorale, facevano a gara nel pubblicare l’interminabile elenco di star (o presunte tali) che appoggiavano Hillary Clinton. La coerenza, si sa, non è certo una delle principali virtù dell’informazione italiana, come dimostra ampiamente “Il Fatto Quotidiano” che, martedì 22 novembre, per “vendicarsi” dell’infelice definizione data dal presidente del Consiglio ai suoi avversari, definisce alla stessa maniera (“Accozzaglia”) lo schieramento del si, sostenendo poi, con incredibile faccia tosta, che “il nostro No alla controriforma costituzionale è sempre stato motivato sul merito, mai sulle persone”.

Da non crederci, dopo che per mesi il quotidiano diretto da Travaglio ha “martellato” l’opinione pubblica con la storia della riforma impresentabile perché siglata da Boschi e Verdini (lo ha ripetuto ad “Otto e Mezzo” Scanzi anche lunedì sera), dopo che lo stesso Travaglio ci ha ripetuto fino all’esasperazione che non si può neanche prendere in considerazione una riforma scritta da determinati soggetti, ora si prova a far passare la “favoletta” del no “sempre motivato nel merito e non sulle persone”.

Superfluo ogni commento, così come è forse superfluo  l’invito, a 10 giorni dal referendum, ad informarsi e approfondire direttamente, senza filtri e senza ascoltare le improbabili tesi di una e dell’altra parte, magari consultando direttamente il sito della Camera (www.camera.it/leg17/465?tema=riforme_costituzionali_ed_elettorali) dove sono riportati i lavori parlamentari  e il testo integrale della riforma costituzionale.. L’unico modo per capire realmente su cosa dovremo pronunciarsi, cioè sulla fine o meno del bicameralismo perfetto, sulla nuova composizione del Senato, sulla riforma del titolo V, sulla riattribuzione al potere centrale di alcune competenze ora alle Regioni, sulle nuove disposizioni in merito alle leggi di iniziativa popolare e sul referendum e non sulla permanenza sulla scena politica di Renzi, Boschi, Di Maio, Di Battista, Salvini, D’Alema, Alfano, ecc.

Solo così si può esprimere un voto consapevole, che sia in un senso o nell’altro, senza aver bisogno di ricorrere a colossali “bufale” o a slogan e insulti nei confronti di chi non la pensa allo stesso modo. Perché anche nel nostro sempre più folle paese è possibile votare in un modo o nell’altro con motivazioni valide da entrambe le parti (poi ognuno decide quali sono anche condivisibili) e, soprattutto, nel massimo rispetto di chi invece si esprimere in maniera opposta.

Lo dimostrano il sindaco di Bari e presidente dell’Anci Decaro che vota si (“Ho il massimo rispetto e comprendo le ragioni di chi vota no ma io voterò si perché voglio un Paese più moderno e più veloce, voterò si per superare il bicameralismo perfetto, perché voglio che siano chiare le competenze tra Stato e Regioni. Voterò si non per il futuro di Renzi o del governo ma per quello dei miei figli e del mio paese”) e Massimo Camilleri che vota no (“Io comprendo chi vota si perché è stanco di sentir parlare di riforme e poi di non vederle mai realizzare, anche io voglio le riforme. Ma questa è troppo pasticciata e non ci consente di scegliere i nostri rappresentanti, per questo voterò no”). Due “marziani” in un paese ormai impazzito…

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