Aborto e obiezione di coscienza, conflitto di diritti


Il 70% dei medici presenti negli ospedali pubblici sono obiettori di coscienza, con punte del  93% in Basilicata e alcune province (anche nelle Marche) dove di fatto è impossibile abortire. Ma, dopo i fatti di Catania, la piattaforma change.org lancia una petizione per chiedere che nelle strutture pubbliche operino solo medici non obiettori

Dalla documentazione esaminata e dalle numerose testimonianze raccolte dal personale non si evidenziano elementi correlabili all’argomento obiezione di coscienza“. Per il coordinatore degli ispettori ministeriali, inviati all’ospedale di Catania per far luce sulla morte di Valentina Milluzzo (la 32enne catanese deceduta il 16 ottobre dopo aver abortito spontaneamente i due gemellini, al quinto mese di una gravidanza ottenuta con la procreazione assistita), non ci sono dubbi. Anche se la relazione definitiva sarà pronta solo tra un mese, già ora sono certi che in questa vicenda l’obiezione di coscienza non c’entra nulla.

Di diverso avviso i parenti della donna che sin dall’inizio avevano denunciato ritardi nell’assistenza dovuti, a loro dire, al rifiuto di uno dei medici del reparto di intervenire tempestivamente, prima della morte del primo feto, perché obiettore di coscienza. Nelle tre pagine redatte dagli ispettori si parla di “evento abortivo iniziato spontaneamente, inarrestabile, trattato in regime d’emergenza” e si escludono implicazioni in qualche modo legate all’obiezione di coscienza. Gli ispettori ricostruiscono tutta la vicenda, dal ricovero della donna del 29 settembre alla tragica conclusione il 16 ottobre, e di fatto assolvono l’equipe di ostetrici e anestesisti che, per altro, secondo gli inviati del ministero hanno sempre informato e sostenuto i parenti della donna. Ed anche questa conclusione è totalmente in contrasto con le testimonianze dei parenti che, invece, denunciano gravi difetti nella comunicazione.

Come detto le dichiarazioni rilasciate dal legale dei familiari della donna, basate sulle testimonianze dei familiari stessi, forniscono un quadro della situazione decisamente differente. “Dai controlli emerge che uno dei feti respira male e che bisognerebbe intervenire – afferma il legale – ma il medico di turno, mi dicono i familiari presenti, si sarebbe rifiutato perché obiettore: “fino a che è vivo io non intervengo”, avrebbe detto loro“. Situazione che, a suo dire, si sarebbe ripetuta anche quando il secondo feto mostra difficoltà respiratorie.

Senza voler sminuire il lavoro degli ispettori ministeriali, sarà comunque la procura a cercare di fare luce e a delineare i contorni della vicenda. E’ infatti subito partita un’inchiesta, con la contestuale iscrizione nel registro degli indagati di 12 medici (come detto dalla procura un atto dovuto per consentire l’effettuazione di esami irripetibili). Di certo, però, i tragici fatti di Catania hanno riportato al centro dell’attenzione il problema dell’obiezione di coscienza che, secondo una larga parte dell’opinione pubblica, non può essere ammessa quando si opera in una struttura sanitaria pubblica.

Opinione che, al di là di come sono realmente andate le cose, la vicenda della povera Valentina ha rafforzato, anche a causa della convinzione che l’eventuale mancato intervento del medico verrebbe comunque giustificato dal suo essere obiettore. Per questo, prima di tutto, è comunque opportuno fare un po’ di chiarezza sull’argomento. Sottolineando, innanzitutto, che è vero che attualmente in Italia,  se il medico dichiara di essere obiettore e non effettua l’interruzione di gravidanza, non rischia la radiazione dall’albo professionale o il licenziamento e l’interessata non può chiedere il risarcimento del danno biologico. E’ l’art. 9 della legge 194 che sancisce il diritto all’obiezione di coscienza.

Ma quello stesso articolo e, successivamente,una pronuncia della Cassazione hanno tracciato un confine netto. Infatti nel comma 3 dell’art 9 si legge che “l’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento”. Concetto ribadito dalla Cassazione che stabilisce come l’obiezione di coscienza non autorizza il medico ad “omettere di prestare l’assistenza prima ovvero successivamente ai fatti causativi dell’aborto, in quanto deve comunque assicurare la tutela della salute e della vita della donna, anche nel corso dell’intervento di interruzione della gravidanza“.

Importante evidenziare, poi, come sempre la Cassazione sancisca che l’obiezione può essere invocata “solo con riguardo alla fase propriamente causativa dell’aborto  e sempre che la partoriente non corra pericolo di vita… diversamente il medico incorre nel delitto di rifiuto di atti d’ufficio”. Questo significa che, ribadendo quanto stabilito dagli ispettori ministeriali e in attesa delle conclusioni dell’inchiesta, il comportamento di un medico come quello descritto dal legale dei familiari della donna, sarebbe comunque passibile di denuncia perché non giustificato dal suo essere obiettore.

Chiariti i termini legali della questione, resta il problema della compatibilità dell’obiezione di coscienza con lo svolgimento di una determinata attività in una struttura sanitaria pubblica. Attualmente, secondo il dato del ministero della salute,  il 70% dei medici sono obiettori. In alcune regioni la situazione è al limite, nel Molise sono obiettori il 93,3% dei ginecologi, in Basilicata il 90,2%, in Sicilia l’87,6%, in Puglia l’81,8%. Sopra l’80% anche la Campania, il Lazio e l’Abruzzo. Secondo i dati dell’Istat 21 mila donne su 100 mila sono state costrette ad emigrare per abortire e di queste quasi una su due è stata costretta a cambiare regione.

Inoltre, secondo la relazione del ministero della salute, su 94 ospedali con un reparti di ostetricia e ginecologia il 35% (31) non effettua interruzioni volontarie di gravidanza. Di fatto in alcune province è praticamente impossibile abortire. E tra queste c’è anche quella di Fermo dove, qualche mese fa, un comitato cittadino denunciò il fatto che nessuna residente in provincia potesse abortire in quanto il 100% dei medici e dei paramedici era obiettori di coscienza. Situazione analoga, nelle Marche,  si riscontra anche a Jesi e Fano che, però, possono contare sulla vicinanza di ospedali come quello di Ancona e Pesaro.

Quanto il problema investa la nostra regione è dimostrato dal fatto che, già 2 anni fa, alle Marche era arrivato il richiamo dall’Unione europea per il mancato rispetto della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. La Ue, tra l’altro, evidenziava come fossero troppi gli obiettori nelle strutture sanitarie marchigiane, ben il 68% dei medici ed il 73% dei paramedici. Qualche mese dopo addirittura il caso Marche finì sulle pagine del “New York Times” che raccontò il calvario di una donna che, dopo aver scoperto che il bambino tanto desiderato aveva problemi genetici molto gravi, decise di ricorrere all’aborto.

Al centro dell’attenzione del quotidiano americano finì l’ospedale Mazzone di Ascoli dove la presenza di ginecologi obiettori di coscienza raggiungeva il 100%. In realtà il caso dell’ospedale ascolano è differente rispetto a quelli di Fermo, Fano e Jesi, visto che l’interruzione volontaria della gravidanza era ed è garantita dalla presenza di medici dell’Aied (Associazione italiana educazione demografica) con la quale l’Area Vasta 5 di Ascoli ha stipulato una convenzione.

Naturalmente ciò non cambia la sostanza di una situazione che sta diventando sempre più inaccettabile. Nessuno vuole discutere il legittimo diritto di medici e paramedici di rifiutare di praticare l’aborto per motivi di coscienza. Ma dovrebbe essere altrettanto chiaro che una struttura sanitaria pubblica non può per questo  mettere a rischio la salute e il benessere delle donne. Anche perché, è giusto ricordarlo, quello della salute è un diritto fondamentale ed inderogabile, tutelato non solo dalla Costituzione (art. 32) ma anche da una serie di norme. Allora sarebbe necessario che anche in Italia succeda quel che accade in Francia dove tutti gli ospedali pubblici hanno l’obbligo per legge di rendere disponibili i servizi di interruzione della gravidanza.

E, forse, è arrivato il momento di avere il coraggio di stabilire che nelle strutture pubbliche operino solo medici non obiettori, pur rispettando pienamente chi per motivi di coscienza o per motivi religiosi non voglia effettuare determinate pratiche. D’altra parte, però, sarebbe giustificato un medico che, in virtù dalla sua fede religiosa come testimone di Geova, rifiutasse di effettuare trasfusioni del sangue ad un paziente in caso di necessità?

Proprio sull’onda emotiva di quanto accaduto a Catania, la piattaforma Change.org ha lanciato una petizione, da presentare al ministero della salute, proprio per chiedere che nelle strutture pubbliche operino medici non obiettori. “Chiediamo a gran voce che i legislatori facciano uscire la sanità pubblica da questo medioevo – si legge nel sito – imponendo l’assunzione nelle strutture pubbliche solo e unicamente di medici non obiettori per evitare le molte tragedie già consumatesi”. Decine di migliaia le firme già raccolte in pochi giorni per una battaglia culturale che, in un paese come il nostro, appare davvero una “mission impossibile”.

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