Troppo care e di bassa qualità, incubo mense scolastiche


Mentre  ancora infuria la battaglia per il “panino libero” a scuola, l’indagine dei Nas condotta su oltre 2500 mense scolastiche evidenzia carenze  e violazioni diffuse, con una mensa su 4 che presenta irregolarità. E il rapporto di Cittadinanzattiva mette sotto accusa l’eccessivo costo per le famiglie

Tanto rumore e infinite discussioni sulla battaglia per il “panino libero” a scuola, inquietanti silenzi e generale disinteresse per la condizione non particolarmente edificante delle nostre mense scolastiche. Siamo alla solita storia della trave e della pagliuzza, esiste (lo dimostrano accurate indagini) un serio problema mense nel nostro paese ma da mesi ci accapigliamo a discutere se è giusto o meno consentire di portare il panino a scuola, tra sentenze, ricorsi, furibondi scontri tra genitori e presidi, articoli di giornali, servizi in tv. Senza neppure renderci conto che, molto probabilmente, se affrontassimo in maniera seria e concreta tutti i problemi e le carenze che in generale caratterizzano il servizio mense scolastiche, vicende come quella nata a Torino forse non accadrebbero mai. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza, ricapitolando cosa è accaduto.

Poco meno di 2 anni fa un gruppo di 58 genitori di Torino presentarono un’instanza in tribunale per chiedere che venisse sancito “il diritto di scegliere per i propri figli tra la refezione scolastica ed il pasto domestico da consumarsi nell’ambito delle singole scuole e nell’orario destinato alla refezione”. Una richiesta nata da una serie di considerazioni, inerenti sia il livello qualitativo del servizio e sia l’elevato costo che le famiglie devono sostenere per il servizio stesso. Il 30 gennaio 2015 il tribunale di Torino respingeva la richiesta ma quel gruppo di genitori non si è dato per vinto e ha proposto ricorso in appello, contro il quale si sono opposti il Comune di Torino e il Miur. Il 21 giugno scorso la Corte di Appello di Torino ha parzialmente accolto il ricorso, sancendo il diritto di scelta (il cosiddetto “panino libero”) per i 58 ricorrenti.

Come inevitabile che fosse, quello di Torino si è ben presto trasformato in un caso nazionale, accentuato dal fatto che una successiva sentenza di agosto del tribunale piemontese ha specificato che il diritto a consumare il pasto portato a casa non è limitato alle 58 famiglie ricorrente. Proprio in concomitanza con l’avvio del nuovo anno scolastico, poi, sempre il tribunale di Torino ha respinto il ricorso presentato dal Miur. Che, come gli uffici scolastici regionali e i presidi delle varie scuole si sono trovati completamente impreparati di fronte a questa nuova situazione.

Ma, proprio mentre il ministro dell’istruzione Giannini si apprestava a varare le linee guida precise su come e dove far mangiare i bambini provvisti di pranzo domestico (in particolare c’è la delicata questione della sicurezza del pasto e del rischio contaminazione che potrebbe avere ripercussioni in termini di eventuale responsabilità o meno sull’azienda di ristorazione che eroga il servizio),a riaccendere la discussione ci ha pensato il sindaco di Torino Chiara Appendino che ha presentato ricorso in Cassazione contro il “panino libero”. Una decisione che ha scatenato la reazione polemica del comitato dei genitori, soprattutto in considerazione del fatto che l’attuale primo cittadino, in campagna elettorale, aveva più volte sottolineato l’eccessivo costo del servizio mensa a carico delle famiglie torinese. Costo che, ovviamente, con il suo insediamento non è cambiato o diminuito (non ne avrebbe avuto il tempo per quest’anno) e, per questo, i genitori si attendevano una maggiore coerenza dal sindaco.

Al di là di queste considerazioni sulla vicenda torinese, è singolare che, di contro, sono passati quasi sotto silenzio i risultati di due importanti indagini condotte sulle mense scolastiche, una  dai carabinieri e l’altra da “Cittadinanzattiva”, che forniscono un quadro della situazione davvero inquietante, che dovrebbe indurre profonde riflessioni. Quella dei carabinieri, per altro, è stata resa nota a giugno, proprio in concomitanza con la “storica” sentenza della Corte d’Appello di Torino. Si tratta dei risultati delle indagini condotte dai Nas su 2.678 mense scolastiche di tutto il territorio nazionale. Il quadro che emerge è imbarazzante.

Una mensa su 4 presenta irregolarità, con ben 37 mense fatte chiudere. Complessivamente 164 le violazioni penali rilevate, 764 quelle amministrative (di cui ben 695 per carenze igienico strutturali). Sono 101, invece, le persone deferite all’autorità giudiziaria, 487 all’autorità amministrativa. Complessivamente sono state elevate sanzioni per circa mezzo milione di euro. Per quanto riguarda le violazioni penali più ricorrenti riscontrate si va dalla frode nelle pubbliche forniture al commercio di alimenti nocivi, dalla detenzione di alimenti in cattivo stato di conservazione, fino alle inadempienze riguardo la normativa sulla sicurezza dei luoghi di lavoro. Oltre 4 le tonnellate di derrate alimentari sequestrate, tra carne, pesce, formaggi.

Dopo quello dei Nas di giugno, nei giorni scorsi è arrivato il rapporto di Cittadinanzattiva che dedica alle mense un focus. Dal quale emerge che più di un bambino su tre non vorrebbe mangiare in mensa, la maggior parte perché non gli piace il modo di cucinare e perché il cibo è sempre lo stesso ma una buona parte anche perché ritiene troppo scarse le porzioni. E i bambini che si dichiarano felici di mangiare a mensa lo fanno soprattutto perché sono contenti di mangiare insieme ai compagni, anche se non amano particolarmente il cibo delle mense stesse. Particolarmente significativo anche il fatto che la grandissima maggioranza dei bambini (circa l’85%) ritiene tristi e inadeguati i locali delle mense scolastiche.

Solamente un bambino su 10, poi, dice di mangiare tutti i cibi della mensa. E quello degli avanzi di cibo è un problema non da poco perché è legato strettamente allo spreco. Secondo un’indagine condotta dall’Osservatorio sulla Ristorazione Collettiva e Nutrizione il 13-14% di un pasto cucinato per ciascun alunno rimane ogni giorno nel piatto. Da un punto di vista economico lo spreco quantificato è di circa 20 centesimi a pasto. In una scuola con 400-500 ragazzi lo spreco si aggira intorno ai 20 mila euro all’anno.

A chiudere il cerchio il problema dei costi  che devono sostenere le famiglie, secondo il rapporto di Cittadinanzattiva (che prende in considerazione una famiglia tipo con reddito isee intorno ai 19 mila euro) in media la mensa costa 700 euro all’anno, con l’Emilia che risulta la regione più cara (media di mille euro) e la Calabria la più economica (500 euro), con punte di 1400 euro all’anno per le famiglie torinesi. Di fronte ad un simile quadro della situazione è evidente che il problema non è certo il “panino libero” ma tutto il sistema di ristorazione scolastica che così come è inteso oggi non funziona e provoca grandi proteste e preoccupazioni tra i genitori.

Manca il controllo, non è considerato un tempo “scuola”, è gestito male, è costoso e soprattutto non permette al bambino di mangiare bene e in una situazione di benessere. Eppure secondo l’articolo 28 del contratto nazionale della scuola la mensa è considerata parte dell’attività d’insegnamento. In altre parole il tempo trascorso a pranzare in un locale adibito a tale scopo dovrebbe essere considerato  come quello in aula. Sappiamo bene che non è così e che non potrà mai essere così. Però questo non significa che non si debba ripensare tutto il sistema di ristorazione scolastica.

A tal proposito è molto interessante la proposta di legge sulla refezione collettiva presentata dalla senatrice Angelica Saggese e attualmente in discussione alla Commissione Agricoltura del Senato. Una legge che prospetta una visione differente, partendo dalla definizione della mensa come servizio pubblico essenziale anziché a servizio a domanda individuale come è attualmente. D’altra parte se la mensa deve essere considerato un tempo “scuola” è giusto partire quindi con una definizione del servizio differente. L’altro punto fondamentale è quello del coinvolgimento dei genitori, cosa alla quale si oppongono le associazioni delle aziende della ristorazione collettiva.

Eppure ci sono le evidenze che dimostrano che proprio quella sembra essere la strada giusta. Non è, infatti, un caso che le città dove le mense scolastiche funzionano meglio seguono tutte quel tipo di sistema. Secondo la classifica compilata dalla Rete nazionale delle Commissioni mense, la realtà migliore d’Italia è nelle Marche, a Jesi dove Comune, Asl, genitori e Jesi Servizi (la società che garantisce il servizio) collaborano con successo per la gestione dei quasi 2 mila pasti al giorno.

Con il 90% di cibo bio, controlli sul costumer satisfaction (cioè su quello che mangiano i bambini) praticamente giornalieri, materie prime quasi tutte locali ed un’organizzazione del servizio che permette di evitare qualsiasi spreco. I costi del servizio, ovviamente suddivisi per fasce di reddito, sono pienamente in media con il resto della regione. Risultato, nessuno vuole fare a meno della mensa, le defezioni dal servizio sono praticamente ridotte a zero e nessuno si sognerebbe neppure di pensare di portare il panino da casa. Stessa cosa accade a Trento, la seconda classificata, e situazione simile anche a Bologna. I genitori vengono coinvolti prima, insieme si programma il tipo di alimentazione da proporre, senza porre inutili steccati. E pensare che a Bologna tre anni fa le mense erano tra le più care e si succedevano scioperi e boicottaggi, da quando si è scelta la strada della collaborazione sono scesi i costi ed è migliorata nettamente la qualità.

Dove mamme e papà latitano – spiega Sabrina Calogero della Commissione nazionale – i guai aumentano. Il controllo, tra l’altro, è indispensabile perché il business è milionario. La refezione scolastica è una delle prime voci di bilancio dei Comuni, se il capitolato non è rigoroso si va al ribasso e si comprano materie prime scadenti. Il nostro obiettivo è fare da pungolo, non certo distruggere il servizio ma migliorarlo”.

Dove questo invito è stato accolto, i risultati si sono subito visti.  Sarebbe opportuno che anche il ministero riflettesse su questi dati, invece di continuare a perdere tempo ed energie per cercare di capire come gestire la vicenda del “panino libero”

 

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