Guerra alle Ong, assist agli “scafisti”: l’Italia ai tempi di Salvini


Il 15 dicembre 2018 è stato chiuso il Gruppo interforze di contrasto all’immigrazione clandestina (Gicic), vero incubo per i trafficanti di esseri umani, che nel corso della sua attività ha arrestato 1051 scafisti. E, d’incanto, sono ripresi gli “sbarchi fantasma” sulle coste italiane

Nei giorni della vicenda della Sea Watch e del crescente delirio di onnipotenza del vicepremier Salvini, vale la pena raccontare una storia che ha come teatro il mare Mediterraneo e come protagonista principale il ministero dell’interno. In altra sede sarà opportuno fare le doverose puntualizzazioni sulla serie infinita di inesattezze (per essere magnanimi) raccontate dal vicepremier e prese per improbabili verità non solo dai suoi “accecati” fans.

Ma prima di addentrarci nelle pieghe sempre tortuose di leggi, norme, sentenze (che, comunque, alla fine risultano chiarissime se solo si ha la voglia di conoscere realmente come stanno le cose), è importante raccontare una storia di facile comprensione (e  ancor più facilmente verificabile), strettamente connessa alla vicenda di Lampedusa e, più in generale, alla politica dell’attuale governo (o meglio del vicepremier Salvini) in tema di migranti.

Il cacciatore di scafisti

E’ una storia che ha inizio 13 anni fa, nel 2006 a Siracusa. Dove, dopo i primi sbarchi di migranti, ad ottobre il commissario di PS Carlo Parini, d’intesa con il ministero degli interni (all’epoca guidato da Giuliano Amato), crea il Gruppo interforze di contrasto all’immigrazione clandestina (Gicic) che in breve diventerà un vero e proprio incubo per i trafficanti di esseri umani e, soprattutto, per gli scafisti.

Il pool è composto da 4 magistrati e 6 professionisti di polizia, marina militare, guardia di finanza e carabinieri, ha la possibilità di estendere le sue indagini oltre i confini nazionali e si interfaccia con l’Interpol. In breve tempo la sua efficienza e l’efficacia della sua attività lo porta ad essere considerato e citato come esempio virtuoso sulla scena internazionale. D’altra parte i numeri nei suoi 12 anni di attività sono clamorosi. Solo per limitarci agli effetti pratici del suo operato, il Gicic ha sequestrato 219 imbarcazioni e arrestato 1051 scafisti.

Numeri che non hanno eguali, tanto che il Dipartimento di stato americano per anni ha fatto sempre riferimento alla struttura italiana come miglior strumento a livello internazionale per la lotta al traffico di essere umani. In breve Carlo Parini si guadagna l’appellativo di “cacciatore di scafisti”, un vero e proprio incubo per i trafficanti di esseri umani messi spesso fuorigioco grazie alle approfondite e sofisticate indagini che permettevano al Gicic, unico in grado di farlo nel panorama internazionale, di smascherare facilmente gli scafisti anche quando cambiavano nome.

Efficienza e umanità: tutto il mondo applaude il Gicic

Un lavoro certosino, fatto anche di collegamenti e supportato dall’enorme banca dati, con volti e nomi, accumulata in questi anni, per scoprire gli “alias” e gli “altri nomi” che gli scafisti già arrestati le prime volte usano per cercare di passare inosservati. Ma anche un’attività svolta senza mai rinunciare a quella forte propensione umanitaria che sempre dovrebbe avere chi opera in questo campo. In tal senso si ricorda il grande impegno del Gicic, con ripetuti interventi anche presso la Corte di giustizia dell’Aia, per fare chiarezza sulle responsabilità nel naufragio del 4 giugno 2016 (una delle più grandi sciagure del mare degli ultimi decenni) tra le coste greche ed egiziane ma anche per dare un nome alle tante vittime e per cercare i parenti dei minori rimasti orfani.

Ma in questi 12 anni sono tanti i minori rimasti senza genitori che hanno potuto comunque riabbracciare parenti grazie all’opera e all’impegno del Gicic. Naturalmente, però, quello che resta nella storia è la feroce battaglia condotta contro i trafficanti di esseri umani E i 1051 scafisti arrestati in 12 anni (quasi 90 all’anno) sono un dato clamoroso, unico e irripetibile.

Eravamo l’unico gruppo che aveva una cognizione di tutto il traffico di esseri umani del Mediterraneo – afferma Parini – in particolare negli ultimi anni, fino a dicembre 2018, ci eravamo specializzati su alcune rotte particolari nelle quali i trafficanti utilizzano barche a vela e piccole imbarcazioni. Sono più sicure, ospitano da 30 ad un massimo di 70 persone che sborsano circa 5 mila euro ciascuna. Un giro di affari notevole, gestito da organizzazioni criminali turche, russe e ucraine. Sono rotte molto battute, con ogni condizione atmosferica. Gli scafisti sono russi, georgiani, ucraini e guadagnano 3 mila euro a viaggio”.

Negli ultimi mesi del 2018, dopo l’ennesima lunga serie di arresti e blitz anti scafisti, quelle rotte erano diventate poco o per nulla trafficate. Poi, inattesa e improvvisa, il 15 dicembre 2018 la clamorosa decisione.

Quelli che aspettano il nuovo pool

Il Gicic viene inspiegabilmente chiuso, Carlo Parini trasferito all’ufficio di polizia di frontiera del porto di Siracusa. In pratica in un attimo dal più temuto (dai trafficanti di esseri umani) “cacciatore di scafisti” passa ad essere un semplice funzionario addetto a timbrare i passaporti. Non molto meglio va ai componenti del suo pool, dirottati all’ufficio Ambiente. Quel che è peggio è che, come avviene spesso in questo sgangherato paese, con la sua chiusura va incredibilmente perso lo sterminato archivio dove erano catalogate, anno per anno, tutte le informazioni relative ad ogni migrante sbarcato dal 2006 al 2018, ad ogni scafista intercettato.

Dal ministero hanno motivato la decisione con il fatto che sarebbe stato istituito un pool simile presso la procura di Catania sotto il procuratore Zuccaro – racconta Parini – io e gli altri componenti del Gicic abbiamo dato la disponibilità a trasferirci a Catania e a collaborare con il nuovo pool ma ci è stato risposto di no”. Già è abbastanza difficile comprendere le ragioni per le quali si deve chiudere un pool così esperto e che ha portato a simili risultati per aprirne uno nuovo e inesperto, con tutti i dubbi che ciò comporta.

Se, poi, l’annunciato nuovo pool resta una chimera, allora il giallo assume contorni davvero inquietanti. Limitandoci ai fatti inequivocabili, il risultato di questa “genialata” del ministero degli interni (quello guidato da Salvini…) è che ora non c’è più nessun gruppo, nessun team di esperti che indaga e sorveglia. Con la conseguenza, assolutamente inevitabile, che quelle rotte tanto care agli scafisti e a quelle organizzazioni criminali sono tornate ad essere appetibili. E i risultati si sono immediatamente visti.

E’ ricominciata la “pacchia” per gli scafisti

Dall’inizio del 2019 sono ripresi i viaggi su quelle rotte e i cosiddetti “sbarchi fantasma” sulle coste italiane. Con l’arrivo della bella stagione ovviamente i viaggi e gli sbarchi sono clamorosamente intensificati. Solo per restare agli ultimi giorni (tutti sbarchi confermati da fonti ufficiali, italiane ed internazionali) il 1 giugno a Lampedusa arriva una barca a vela con 66 migranti di nazionalità non identificata, il 2 giugno a Torre Calimena altra barca a vela con 70 persone, il 3 giugno 21 migranti a Porto Pino. Il 7 giugno a Rocella Jovina arrivano 65 migranti, il giorno successivo a Crotone 53 pakistani. Il 9 giugno doppio sbarco a Lampedusa, in entrambi i casi su barca a vela, prima 38 migranti di nazionalità non identificata, poi 15 eritrei. Il 10 giugno 20 migranti ad Agrigento, il 17 altri 20 a Crotone.

Il 18 giugno in tre successivi sbarchi arrivano un centinaio di migranti a Lampedusa dove, il giorno successivo ne arrivano altri 45, mentre 11 migranti sbarcano a Porto Pino. Il 20 giugno ancora a Lampedusa arrivano 10 migranti, il 23 sulla costa jonica 59. Il giorno successivo in tre sbarchi differenti sempre a Lampedusa sono arrivati prima 45, poi 38 poi 15 migranti.

I fatti e i dati non mentono e parlano chiaro, per usare un gergo tanto caro a Salvini e ai suoi adepti, da fine 2018, grazie all’insensata chiusura del Gicic, per gli “scafisti” è ricominciata la pacchia. Solo nei giorni della vicenda della Sea Watch a Lampedusa sono sbarcati indisturbati ufficialmente 261 migranti, il quadruplo di quelli bloccati sull’imbarcazione battente bandiera olandese.

Dall’inizio di giugno gli sbarchi regolarmente verificati sono poco più di 600 (641 per l’esattezza) ma nessuno ha dubbi che i numeri reali sono molto più elevati. Perché è cosa ampiamente nota a tutti (compreso il ministero degli interni che, però, ovviamente non lo dirà mai neppure sotto tortura…), molte di quelle piccole imbarcazioni e di quei sbarchi non vengono neppure appurati.

Se per le Ong (che, ogni tanto occorre ricordarlo, raccolgono e portano in salvo naufraghi) è sempre più arduo proseguire nella propria opera, per gli “scafisti” e le associazioni criminali che vi sono alle spalle è tornata “la pacchia”, il Mediterraneo è diventato un’autostrada senza pedaggio. E questo, è del tutto evidente, è il risultato ottenuto dalla politica basata solo sulla propaganda attuata in questi mesi dal ministro Salvini. Sicuramente per la sua totale inadeguatezza, siamo certi che non ci sia la volontà di favorire volontariamente gli scafisti. Ma il risultato che ne è scaturito è comunque questo.

Lo dicono i fatti, lo sostiene (e chissà perché quasi nessuno tra i media l’ha sottolineato) anche il Dipartimento di stato americano. Che, nel rapporto annuale sul traffico di essere umani pubblicato il 22 giugno scorso, sottolinea la gravità della chiusura del Gicic ed evidenzia come “l’Italia ha diminuito le indagini e l’impegno contro la tratta degli esseri umani”.

“Mentre lo stolto guarda la Sea Watch, il saggio osserva i numeri” scrive “Il Sole 24 Ore” (che, per altro, da giorni chiede inutilmente a Salvini spiegazioni sulla chiusura del Gicic). Basta farsi un giro sui social per scoprire (non è una novità) che purtroppo la tribù degli stolti è molto più numerosa di quella dei saggi…

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