Esame di maturità 2019: non ci resta che piangere…


Il prossimo dovrebbe essere il primo esame di maturità con le nuove regole previste dal decreto 62/2017, con le modifiche apportate dal recente “milleproroghe”. Ma, ad anno scolastico già in corso, permangono tanti dubbi e troppi aspetti non chiariti

Solo in quel meraviglioso e singolare paese che è l’Italia può accadere che, ad anno scolastico iniziato, non si sappia ancora come sarà strutturato l’esame di maturità per gli oltre mezzo milione di studenti che a giugno 2019 dovranno affrontare la prova conclusiva del proprio percorso scolastico. Secondo quanto stabilito dall’art. 26 del decreto legge 62 del 13 aprile 2017 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 16 maggio 2017), la maturità 2019 dovrebbe essere la prima con le nuove regole previste dal decreto stesso (e già, come vedremo, ci sarebbe molto da discutere).

Dilettanti allo sbaraglio…

Il “milleproroghe” recentemente licenziato dal Parlamento, con la legge di conversione (n. 108/2018) già pubblicata in Gazzetta, ha però apportato delle ulteriori modifiche. Il ministro della pubblica istruzione Bussetti, inoltre, nel corso dell’estate e anche nei giorni scorsi ha più volte ribadito l’intenzione di cambiare ulteriormente, annunciando molto presto (quando?) un provvedimento articolato che andrà in questa direzione.

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In poche parole la confusione più totale, con alcuni maturandi che raccontano di come gli stessi docenti forniscano informazioni del tutto in contrasto tra loro (evidente ed imbarazzante segnale del caos che regna sovrano), indegna di un paese civile ma che, purtroppo, non sorprende più di tanto. Soprattutto se si pensa che ai vertici istituzionali di un settore che dovrebbe essere cruciale continuano ad alternarsi “dilettanti allo sbaraglio”. Basterebbe pensare al precedente ministro dell’istruzione, Valeria Fedeli, che non era neppure laureata. O, peggio ancora, all’attuale presidente della Commissione istruzione del Senato, il leghista Mario Pittoni, che addirittura ha solamente la licenza media.

Allora in un paese dove la competenza, in qualsiasi settore, non solo non conta, ma viene quasi vista con fastidio, non ci si può certo stupire se poi vengono fuori simili “pastrocchi”.

Perchè la nuova maturità non deve partire da quest’anno scolastico

Prima di cercare di capire qualcosa di più sulle nuove regole e sulle successive modifiche, va preliminarmente sottolineato quello che, a prescindere dal giudizio sul contenuto, è il grave errore originario del decreto legge 62 del 13 aprile 2017.

Quando quel decreto è stato approvato e, più ancora, quando la legge di conversione è stata pubblicata in Gazzetta (maggio 2017), gli studenti che per primi si cimenteranno con le nuove regole stavano terminando il terzo anno. Che è anche il primo anno del trimestre che porta e contribuisce a determinare l’esito finale dell’esame di maturità. Non bisogna certo essere dei geni per comprendere che non dovevano essere quegli studenti i primi ad affrontare la maturità con le nuove regole ma, eventualmente, chi iniziava il triennio finale a partire dall’anno scolastico 2017-2018 (con il nuovo esame di maturità operativo dal prossimo anno scolastico, 2019-2020).

Non si capisce perché, invece, si sia anticipato il nuovo corso di un anno, di fatto cambiando le regole in corsa per chi aveva già iniziato il percorso verso la maturità con criteri che ora non sono più validi o comunque sono stati modificati.

Un errore grave, un’incomprensibile superficialità di cui si sono resi responsabili in primis il precedente governo (e, ovviamente, il vecchio ministro dell’istruzione). Che avrebbe dovuto tener presente questo importante aspetto, preparando con serietà e attenzione alle novità introdotte gli studenti che anno iniziato il terzo anno nel 2017-2018 (e che quindi affronteranno la maturità il prossimo anno scolastico), lasciando invece che i maturandi del prossimo giugno affrontassero ancora l’esame di maturità con le vecchie regole.

Una grave leggerezza che, comunque, poteva tranquillamente essere corretta dall’attuale governo (e dal ministro Bussetti) che poteva e doveva intervenire (teoricamente sarebbe ancora in tempo per farlo, ma dovrebbe muoversi subito…), inserendo magari nel milleproroghe la logica decisione di far slittare al prossimo anno scolastico l’avvio del nuovo sistema. Ma forse sarebbe chiedere troppo a chi si trova a rivestire certi fondamentali ruoli istituzionali non certo per la propria competenza in materia ma, più che altro, per una sorta di “grazia ricevuta”.

Ammissioni e prove d’esame: tutte le novità

Fatta questa lunga e fondamentale premessa, cerchiamo di capire come è strutturato il nuovo esame di maturità. Partendo ovviamente da quanto previsto dal decreto legge 62/2017 che ha previsto importanti novità sia per quanto riguarda i requisiti d’accesso all’esame, sia per quanto riguarda lo svolgimento e la conseguente valutazione. Per quanto concerne i requisiti d’accesso sono 4 le novità importanti introdotte dal decreto.

In particolare ha stabilito che per essere ammessi all’esame i maturandi devono avere frequentato per almeno tre quarti del monte ore annuale personalizzato, devono aver partecipato, durante l’ultimo anno di corso, alla prova Invalsi e devono aver svolto l’attività di alternanza scuola – lavoro secondo quanto previsto dall’indirizzo di studio nel secondo biennio e nell’ultimo anno di corso. Sempre per quanto concerne l’ammissione, pur restando il requisito dell’aver conseguito la sufficienza in tutte le discipline (compresa la condotta), viene comunque lasciata la possibilità al Consiglio di classe di ammettere, con adeguata motivazione, chi ha un voto inferiore a 6 in una disciplina.

Per quanto concerne la prova d’esame verterà su due prove scritte, la prima d’italiano e la seconda su una o più materie caratterizzanti per ogni indirizzo, ed un colloquio orale nel quale, tra l’altro, secondo il decreto 62/2017 i maturandi avrebbero dovuto presentare una relazione sulla loro esperienza di alternanza scuola-lavoro. Cancellata, quindi, la terza prova d’esame (che verteva su più materie), mentre le commissioni d’esame saranno ancora miste, con tre commissari interni e tre esterni e il presidente della commissione esterno.

Novità anche nell’assegnazione del voto finale, con sostanziali cambiamenti nell’assegnazione dei vari punteggi che alla fine andranno a comporre il voto. A cambiare un po’ quanto previsto dal decreto 62/2017 ci ha, però, pensato il milleproroghe recentemente licenziato dal Parlamento che ha modificato due dei requisiti sopra citati, quindi per essere ammessi all’esame di maturità (almeno per quest’anno) non sarà obbligatorio partecipare alla prova Invalsi né conterà l’alternanza scuola lavoro. Che, ovviamente, non farà parte della prova orale, pur restando obbligatoria.

La confusione regna sovrana e, approfondendo meglio, la sensazione generale di caos e inadeguatezza purtroppo si amplifica. Detto che togliere qualsiasi rilevanza all’alternanza, dopo che comunque i maturandi del prossimo giugno le hanno dedicato diverse ore in questi 3 anni, è quanto meno discutibile, grossi dubbi si addensano anche sulle prove d’esame.

A partire da quella d’italiano che, secondo quanto trapela dallo stesso Miur, dovrebbe subire delle consistenti modifiche. Indiscrezioni che, inevitabilmente, hanno dato luogo ad una serie incontrollata di supposizioni e illazioni, in particolare sulla possibilità che non ci sia più il saggio breve (molto amato dagli studenti) e sul fatto che non ci siano più tematiche differenti in base all’indirizzo scolastico. A nostro avviso sarebbe un grave errore se davvero così fosse, quel che è certo è che è inaccettabile che ancora non si sappia nulla di preciso in proposito.

Incertezza sulla seconda prova, dubbi sull’assegnazione del voto finale

Situazione se possibile ancora più confusionaria per quanto riguarda la seconda prova scritta. Che, a differenza di come è stato fino ad ora, sarà multidisciplinare. Che significa, secondo quanto riportato nel decreto 62/2017, che potrebbe avere come oggetto una o più materie caratterizzanti di ognuno degli indirizzi di studio. Una spiegazione che chiarisce poco, anzi nulla.

Perché dire che “può avere come oggetto una o più materie” significa lasciare aperta la possibilità a qualsiasi possibilità. Compresa la più probabile, cioè che la seconda prova potrebbe avere tracce in materie diverse, quelle fondamentali per ogni indirizzo. In pratica latino e greco per il Classico, matematica e fisica per lo Scientifico, diritto ed economia politica per gli indirizzi di scienze umane, addirittura tutte e tre le lingue studiate nel liceo linguistico. In che modo, poi, possa essere strutturata una prova su due (o più materie) è difficile da comprendere. E non è certo secondario saperlo al più presto.

Perché, ad esempio, prendendo come riferimento il Classico c’è un’enorme differenza tra una prova che prevede traduzioni sia in latino che greco piuttosto che una prova basata sulla letteratura di quelle due materie o, ancora, con una traduzione e una prova basata sulla letteratura. Dal Miur (e il ministro Bussetti conferma) fanno sapere che molto presto verranno chiariti tutti i dubbi in proposito.

Aspettiamo, con la consapevolezza che comunque sarà già troppo tardi, bisognava quanto meno avere tutto chiaro prima dell’inizio dell’anno scolastico. A maggior ragione sarebbe stato (e sarebbe tuttora) molto più opportuno posticipare al prossimo anno scolastico la partenza delle nuove regole per l’esame di maturità.

Anche perché, particolare non certo secondario, il decreto 62/2017 ha previsto novità anche nell’assegnazione del voto finale. Prima era previsto un massimo di 25 per i crediti scolastici accumulati, più massimo 15 punti per ogni prova scritta (tre) e 30 per l’orale.

Ora, invece, il punteggio per i crediti arriva fino a 40 ed è prevista l’assegnazione di massimo 20 punti per ogni prova, i due scritti e l’orale. In altre parole chi sosterrà a giugno l’esame di maturità è partito con un criterio di assegnazione dei voti e con un determinato valore attribuito all’andamento dei tre anni di superiori e, all’improvviso, proprio all’ultimo anno si ritrova con un criterio differente.

Una “genialata” a cui si aggiunge la considerazione che, secondo nuova tabella di conversione dei crediti scolastici (vedi allegato al decreto 62/2017), si accorciano le distanze tra chi in questi tre anni ha ottenuto risultati buoni e chi invece meno buoni. Alla faccia del tanto decantato “merito”…

E’ sin troppo evidente che in un paese “normale”, alla luce di queste considerazioni, già da un pezzo si sarebbe intervenuti quanto meno per rimandare di un anno l’applicazione delle nuove regole (utilizzando questi mesi per fugare i troppi dubbi che ci sono). Già, in un paese “normale”…

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