C’era una volta la libertà di stampa


Il giornalista Davide Falcioni condannato a 4 mesi di reclusione per una vicenda che dell’agosto 2012 legata alle manifestazioni di protesta dei No Tav. “Doveva farsi raccontare quello che è successo dalle forze dell’ordine” l’incredibile accusa che gli ha mosso il pm di Torino

Che nel nostro paese non tiri una buona aria l’avevamo già scritto sabato scorso (“Prove tecniche di regime”), evidenziando tra le altre cose lo sconcerto per provvedimenti, come la chiusura del sito “Butac” in seguito ad una querela per una articolo di 3 anni fa e il daspo per 8 tifosi perugini (di pallavolo) “colpevoli” di aver esposto uno striscione di protesta contro Erdogan, che qualcuno non propriamente a torto ha definito di “censura fascista”.

Per questo, purtroppo, non ci stupisce più di tanto, ma ci allarma e ci indigna profondamente, l’ennesima imbarazzante dimostrazione di quella sorta di “regime strisciante” che è pienamente in vigore nel nostro paese. Questa mattina il tribunale di Torino ha condannato il giornalista di Fanpage Davide Falcioni a 4 mesi di reclusioni per violazione di domicilio. Davide ha commesso qualcosa che in questo paese è ormai considerata una gravissima colpa, ha svolto pienamente il suo mestiere, ha fatto quello che ogni giornalista al suo posto avrebbe e dovrebbe sempre fare, cioè ha raccontato ciò che ha visto.

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Una colpa grave in un paese in cui raccontare i fatti ormai è cosa rarissima, in cui tutti strillano e invocano a parole una stampa libera  e non assoggettata ma in realtà, poi, vorrebbero semplicemente che fosse asservita alle proprie idee, alle proprie posizioni. Sono giorni terribili questi ultimi per quello che pure è un diritto costituzionalmente garantito, la libertà di informazione, la libertà di pensiero. La chiusura di Butac, l’accesso negato ad un giornalista “sgradito” ad un’iniziativa del Movimento 5 Stelle, ora la surreale condanna di Davide Falcioni.

Chi ha abolito l’art. 21 della Costituzione?

Lo abbiamo già detto ma ci sembra opportuno ribadirlo, magari ci siamo distratti e non ci siamo accorti che è stato abolito. Ma in caso contrario è opportuno ricordare a tutti, alla procura di Bologna che ha adottato quel gravissimo provvedimento contro Butac e ai giudici e al pm di Torino che hanno firmato la vergognosa condanna nei confronti del giornalista di Fanpage che l’articolo 21 della Costituzione recita testualmente: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Ecco, in particolare quest’ultimo passo andrebbe letto e ricordato ogni sera, ogni giorno, ogni ora a quel pm di Torino che ha chiesto la condanna e a quel giudice che ha accolto la richiesta nei confronti di Falcioni. La cui vicenda è indegna per un paese civile.

I fatti contestati risalgono al 2012 quando Falcioni seguiva per “AgoraVox” le vicende legate al movimento No Tav. Il 24 agosto di quell’anno alcuni di quegli attivisti entrarono nella sede torinese di un’azienda legata ai costruttori della tratta ferroviaria Torino-Lione. Davide è arrivato sul posto, è entrato anche lui e ha poi raccontato cosa era accaduto. Quei fatti avevano, poi, dato origine ad un procedimento giudiziario nei confronti di 19 manifestanti. Il giornalista di Fanpage era stato chiamato come testimone, per raccontare ciò che aveva visto e che aveva anche scritto, cioè per difendere gli imputati dall’accusa dalle accuse di danneggiamenti e di violenza.

Nel corso della sua testimonianza, però, era stato interrotto dal pm che gli aveva comunicato che sarebbe stato indagato per lo stesso reato contestato ai 19 imputati, violazione di domicilio.

L’accusa sostiene che, pur essendo presente sul posto, non avrei mai dovuto scrivere quello che avevo visto e che avrei dovuto chiedere alla polizia (che, tra l’altro, non c’era) – scriveva Davide il 19 marzo scorso su Facebook dopo l’ultima udienza in tribunale – secondo la Procura di Torino un giornalista che assiste a una notizia in prima persona deve chiedere alle forze dell’ordine, anche se assenti, cosa può scrivere e cosa no. Si tratta evidentemente di un’idiozia, comunque la si pensi, perché il giornalismo non è o dovrebbe essere guardiano del potere, né curarne gli interessi. Non solo, più volte mi è stato chiesto perché mai un giornalista marchigiano dovrebbe occuparsi di Tav. E qui siamo oltre il ridicolo…”.

Ennesimo colpo mortale al giornalismo libero e indipendente

Già solo ascoltando questa o altre domande simili (“perché è entrato? Non poteva farsi raccontare quello che era successo dalle Forze dell’Ordine?”) fatte dal pm nel corso di una delle udienze si poteva comprendere quanto surreale potesse essere il procedimento nei suoi confronti. Non è stato facile accettare che in un paese civile un giornalista possa finire sotto processo per questo, è impossibile anche solo immaginare che addirittura ci possa essere un tribunale in un paese che si definisce democratico che possa addirittura condannarlo.

Invece oggi ci troviamo di fronte ad una sentenza scandalosa che è l’ennesimo segnale e l’ennesima palese dimostrazione che in questo paese non c’è spazio per chi vuole fare seriamente il mestiere del giornalista, per chi ha solo il desiderio di raccontare i fatti. Il giornalismo libero e indipendente, non asservito al potere e non succube di questo o quel gruppo di potere, se non è morto è quanto meno agonizzante in Italia. E la vicenda di Butac e la condanna di Davide Falcioni sono degli ulteriori colpi, quasi definitivi.

Purtroppo non ci stupisce e non ci sorprende, sappiamo da tempo, anche perché l’abbiamo ampiamente sperimentato sulla nostra pelle, che non c’è spazio per la libera informazione, non c’è spazio e nessuno vuole per davvero, e non solamente a parole, giornalisti liberi, che facciano informazione seria e corretta ma non controllabile e non assoggettabile. Ci sarebbe da aggiungere molto altro, ma è già sufficiente così. In questa sede ci preme solo sottolineare che non ci sono mai piaciute le difese di categoria, che siamo pienamente e fermamente convinti che un giornalista che sbaglia, che scrive cose false meriti di pagare le conseguenze del proprio operato sbagliato.

Ma qui stiamo parlando di tutt’altro, in questo caso siamo di fronte a qualcosa che va ben oltre, che va a minare alla base, alla radice quello che dovrebbe essere il modus operandi di chi fa questa professione, senza considerare (particolare di certo non irrilevante) che siamo di fronte ad una sentenza che a nostro avviso contrasta con gli stessi principi costituzionali.

Dalla parte di Davide

Credo, ovviamente, di non aver commesso alcun reato, anzi di aver fatto quello che qualsiasi cronista dovrebbe fare se gli capitano delle cose davanti agli occhi” ha scritto nei giorni scorsi Davide. Aggiungendo, prima della sentenza che “comunque vada rifarei tutto allo stesso modo”. Per questo, per quanto può valere, ha tutta la nostra stima e la nostra solidarietà.

Siamo con te Davide, senza se e senza ma. Ci piacerebbe anche assicurarti che, fino a che se ne sarà data la possibilità, continueremo a batterci perché chi svolge questo mestiere seriamente non debba poi pagarne le conseguenze. Ma di fronte al susseguirsi di simili eventi, dopo aver più volte sperimentato direttamente cosa significa e quanto si deve pagare per fare informazione libera, è impossibile non chiederselo: ma davvero c’è spazio per la libera informazione in questo paese? E davvero c’è ancora chi ha interesse che ci sia un’informazione libera in Italia?

Vorremmo tanto poter rispondere affermativamente ma, giorno dopo giorno, ne siamo sempre meno convinti…

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