Se questo è un presidente…


La mancata partecipazione ai mondiali in Russia è solo l’ultima  dimostrazione della profonda crisi che  vive il nostro calcio. Che paga ritardi storici e la disastrosa gestione Tavecchio, voluto alla guida della Federazione dai “reduci” di Calciopoli e da una parte politica

Ci abbiamo messo un po’ di anni, ma finalmente abbiamo scoperto la radice di tutti i mali, l’origine della crisi del calcio italiano. E’ tutta colpa di Ventura, l’ormai ex ct della Nazionale che non solo ha la grandissima (e indiscutibile) responsabilità della mancata partecipazione dell’Italia ai prossimi mondiali di Russia, ma è il principale colpevole del crollo verticale e dei tanti problemi dell’Italia del pallone, fino ad alcuni anni fa leader in Europa e nel mondo ed ora lontano “anni luce” rispetto ai paesi leader (Inghilterra, Germania, Spagna) e indietro anche alla Francia, fino a qualche anno fa considerato il nostro parente povero.

Ora, però, che abbiamo scoperto e allontanato il colpevole, il nostro calcio tornerà a splendere sotto la guida “illuminata” di Carlo Tavecchio. Non siamo improvvisamente impazziti né siamo ubriachi, semplicemente questa sembrerebbe la conclusione che si ricava da quanto sta accadendo dopo la traumatica eliminazione della Nazionale dai mondiali, in attesa di un Consiglio federale dall’esito scontato (a meno di clamorose e improbabili sorprese). Che, oltre a ribadire la fiducia a Tavecchio, confermerà ancora una volta che i destini del nostro calcio sono in mano ai dilettanti e non nel senso che la situazione che stiamo vivendo potrebbe far credere.

Semplicemente la cervellotica suddivisione dei voti in Consiglio fa si che l’ago della bilancia siano la Lega Dilettanti e la Lega Pro che possono contare su 9 dei 20 voti complessivi. E lo sarà ancor più lunedì prossimo, visto che la serie A (3 voti) e la serie B (1 voto), entrambe commissariate (altro grande successo della gestione Tavecchio…), non potranno esprimere alcun voto (quindi con 9 voti Lega Pro e Dilettanti hanno la maggioranza). Quindi per Tavecchio, che in qualsiasi paese civile si sarebbe dimesso pochi minuti dopo il termine della partita di San Siro, non dovrebbero esserci problemi, lui che ha concretamente contribuito ad “affossare” il calcio italiano avrà il compito di risollevarlo. E già questo dovrebbe far capire molto.

Sinceramente non ci ha stupito più di tanto il flop della Nazionale quanto, piuttosto, il fatto che solo dopo quel risultato finalmente si è presa coscienza dello stato in cui versa il nostro calcio. Perché l’eliminazione dell’Italia dal mondiale è solo l’ultimo brutto tassello di un puzzle che parte dalla disastrosa situazione degli impianti (Hansik ha sottolineato che la Slovacchia sta molto meglio di noi…), alla gestione e allo svilimento dei settori giovanili (da dove, soprattutto a certi livelli, è scomparsa da tempo la meritocrazia), alla mancanza di una seria riforma dei campionati (professionisti e dilettanti), alla chiusura verso ogni innovazione già positivamente avviata in altre nazioni al vertice, fino allo strapotere dei procuratori.

Un disastro che ha origini lontane e che ha dei precisi e ben noti corresponsabili. Perché “l’impresentabile” Carlo Tavecchio, ex parlamentare della destra Dc e in Federazione da decenni, non è arrivato alla presidenza “per grazia ricevuta” ma grazie ad un preciso progetto di “restaurazione”, ovviamente camuffato da cambiamento radicale, che ha origini nel post Calciopoli e ha alla base il sostegno di ben precise forze politiche. Già Calciopoli, una ferita che sembra non doversi rimarginare mai, un’occasione persa per il calcio italiano che all’epoca dell’esplosione dello scandalo era all’apice del calcio internazionale (e non solo per la vittoria al Mondiale del 2006).

Da allora sono trascorsi 11 anni, c’è stato tutto il tempo per assorbire l’inevitabile contraccolpo che quell’immenso scandalo ha prodotto nel sistema calcio. Con gli anni sono pian piano scemate le pesanti e le violente frizioni tra le parti, conseguenze di quelle sentenze, e c’erano i presupposti per ripartire, sia pure in ritardo rispetto alle principali nazioni europee, con una profonda riforma del sistema calcio, assolutamente necessaria per non restare indietro. Il problema, però, un po’ come è avvenuto anche con “Tangentopoli”, quella che poteva e doveva essere l’occasione per “ripulire” il mondo del calcio, si è trasformata solo in un’esecuzione mirata.

In uno scandalo che ha coinvolto tutti i vertici, tutte le principali società, gli unici a pagare (radiati e fuori dal calcio) sono stati Giraudo, Moggi (con il suo sistema di potere che si allargava anche in altri ambiti, procuratori compresi) e in parte la Juventus (a cui furono tolti due scudetti vinti sul campo e che, dopo la retrocessione in B, ha impiegato anni a ritornare agli antichi fasti). Tutti gli altri grandi dirigenti coinvolti se la sono cavata e sono saldamente rimasti al timone non solo delle proprie società ma anche del sistema calcio. E Tavecchio è diventato il loro autorevole (si fa per dire…) rappresentante.

Non è certo un mistero che la sua candidatura nel 2014 è stata voluta e progettata da Lotito e Galliani (entrambi pesantemente coinvolti in Calciopoli) insieme a quel Preziosi a cui, per qualche misterioso motivo, è stata risparmiata la radiazione che doveva scattare dopo l’illecito commesso nel 2005.Come se non bastasse a supportare la sua candidatura una larga parte del centrodestra (come non ricordare gli appelli in suo favore della Santanchè e di Gasparri…), senza dimenticare che al suo fianco si sono da subito schierati i vecchi “padroni” del calcio italiano, Carraro, Matarrese e Beretta, tutti politicamente schierati con Forza Italia e Silvio Berlusconi.

Per molti già allora era chiaro quale fosse la contrapposizione in atto, da un lato c’era Demetrio Alberti che, con tutti i suoi limiti, rappresentava comunque la speranza di una vera ventata di aria nuova nel calcio italiano. A sostenerlo, non a caso, c’erano quei dirigenti di quelle società (Juventus, Roma, Napoli soprattutto, poi più defilata anche l’Inter) che sono state in grado di cambiare, di comprendere che era arrivato il momento di rivoluzionare l’intero sistema calcio. Non a caso quelle sono da anni le società di vertice del nostro calcio e non a caso il presidente della Juve Agnelli allora, dopo l’elezione di Tavecchio, aveva previsto quello che poi è puntualmente accaduto.

Tutto ampiamente previsto, non solo dal presidente della Juventus. Emblematico, in proposito, un pesantissimo articolo del compianto Oliviera Beha, con il suo solito stile tranciante, pubblicato subito dopo l’elezione di Tavecchio. “La situazione del nostro calcio trasforma la democratica elezione di Tavecchio a presidente della Federcalcio in un burlesque in cui il convento passa di tutto, meno che la affidabile speranza che questa balorda Rotolandia possa davvero cambiare – scriveva Beha – il punto è che Tavecchio pare essere il metro del pallone contemporaneo (…) Il pallone come il Paese sta rotolando giù per un piano inclinato? E dunque perché preoccuparsi di rimettere in asse il piano italiano (del calcio, del Paese) con l’aiuto di tutti, se quello che vogliono è continuare così, con Abete, senza Abete, con tutto il cocuzzaro di una dirigenza sportiva (Lotito, Galliani…) per lo più omologa a questo andazzo?

La vera notizia sarebbe stata che prima, molto prima dell’Assemblea dell’Hilton di Fiumicino, in questi ultimi anni, dopo lo schiaffone di Calciopoli affibbiato soltanto al Barbablu Moggi, i club, le Leghe, i sindacati del settore avessero creato le condizioni per degli Stati Generali Rotondocratici atti a modificare le cose in profondità, con uno straccio di serietà, in un paesaggio deformato dalla gravità”.

Tutto ampiamente previsto, tutto chiarissimo (per chi aveva la voglia e l’onesta intellettuale di vederlo) già allora. Per questo ora c’è poco da stupirci se, di fronte a quest’ennesimo flop del nostro calcio, Tavecchio resta ampiamente in sella ed è quasi inutile ricordare che il suo predecessore (Abete) diede le dimissioni poche ore l’eliminazione dell’Italia al primo turno dei mondiali in Brasile. D’altra parte in un paese “normale” uno Tavecchio sarebbe rimasto in carica solo pochi giorni, non avrebbe potuto evitare le dimissioni dopo la clamorosa “scivolata” razzista (il famoso “mangiabanane”). E, ancora, dopo le sue affermazioni intrise di “sessismo”, dopo la gaffe sugli omosessuali e sugli ebrei.

Soprattutto in un paese normale non sarebbe permesso di restare in sella ad un presidente che, di fatto, viola una precisa norma del Comitato olimpico, quella che impone ai presidenti federali di rinunciare ad ogni altro introiti dalla Federazione. “Il ragioner di Ponte Lambro (Tavecchio) – ci ricorda il Fatto Quotidiano – percepisce l’indennità per la guida della Federcalcio (36 mila euro), il compenso come commissario della Lega di Serie A e quelli come amministratore di tre società, due partecipate della Lega Nazionale Dilettanti e una della Figc”.

C’è davvero poco da aggiungere, se non che, vista la situazione, c’è quasi da sperare che Ancelotti rifiuti la panchina della Nazionale e, magari, come lui anche altri allenatori “quotati”. Forse, ma non siamo certo sicuri, solo in caso di problema a trovare un nome adeguato al ruolo di ct dell’Italia la posizione di Tavecchio potrebbe tornare in discussione.

Altrimenti non resta che rassegnarci e sperare almeno che non vada in porto una delle idee “bislacche” del presidente federale (la lap dance negli stadi nell’intervallo delle partite). Siamo già caduti decisamente in basso, così si toccherebbe il fondo…

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