Terremoto a L’Aquila: il doppio volto di Bertolaso


L’ex capo della Protezione civile assolto “per non aver commesso il fatto” nel processo sulla Commissione Grandi Rischi. Come lui assolti tutti i partecipanti a quella riunione, ad eccezione del vice capo De Bernardinis, condannato a 2 anni per le incaute dichiarazione ad un’emittente privata. Ma resta aperta la discussione sulle responsabilità politiche del pre e del post terremoto

Assolto per non aver commesso il fatto. Si chiude così, con la sentenza assolutoria firmata il 30 settembre scorso dal giudice del tribunale dell’Aquila Giuseppe Grieco, la vicenda giudiziaria dell’ex capo della Protezione civile Guido Bertolaso, accusato di omicidio colposo plurimo e lesioni in relazione al terremoto che devastò L’Aquila e i comuni vicini il 6 aprile 2009.  Quello del giudice aquilano è probabilmente l’ultimo atto di una lunga vicenda, quella relativa alla riunione a L’Aquila della Commissione Grandi Rischi 6 giorni prima del terremoto che provocò 309 morti e quasi 2 mila feriti.

Anche in caso di ricorso, il prossimo 6 ottobre scatterà la prescrizione e quindi dal punto di vista giudiziario la vicenda si chiude qui, con la comprensibile ma pacata soddisfazione di Bertolaso (“Sono ovviamente soddisfatto ma il mio pensiero va alle vittime. Sono contento soprattutto per tutti coloro che insieme a me hanno dato l’anima per aiutare la popolazione dell’Aquila colpita da quella tragedia” ha dichiarato dopo la lettura della sentenza) e lo sgomento delle parti civili che, comunque, già si attendevano una simile soluzione dopo aver visto gli esiti della prima parte del procedimento, quella che vedeva coinvolti gli altri imputati: Franco Barberi (presidente vicario della Commissione Grandi Rischi dell’epoca), Enzo Boschi (all’epoca presidente dell’Ingv), Giulio Selvaggi (direttore del Centro nazionale terremoti), Gian Michele Calvi (direttore di Eucentre e responsabile del progetto Case), Claudio Eva (ordinario di fisica all’Università di Genova),  Mauro Dolce (direttore dell’ufficio rischio sismico di Protezione civile) e Bernardo De Bernardinis vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione Civile.

Tutti assolti ad eccezione di quest’ultimo, condannato in secondo grado a 2 anni di reclusione per “negligenza e imprudenza” sul fronte dell’informazione.  E’ la fine di marzo 2009 quando la Commissione Grandi Rischi si riunisce a l’Aquila. La cittadina abruzzese è da mesi scossa da un interminabile sciame sismico e tra gli aquilani cresce il timore che questo sia solo il preludio ad una violenta scossa. Alimentato, tra l’altro, da un ex tecnico dell’Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario, Giampaolo Giuliani, che sulla base della sua teoria legata al rilascio del radon (seguita tra gli anni ’70 e ’80 in California ma poi abbandonata perché considerata scarsamente attendibile), aveva più volte messo in guardia sulla possibilità di un evento sismico molto violento nella zona.

Lo aveva,  in realtà, confidato ad amici e non aveva reso pubblica la sua convinzione, anche in considerazione dell’avviso di garanzia ricevuto proprio in quei giorni per la precedente previsione errata, fatta 10 giorni prima, su un possibile fenomeno sismico che sarebbe dovuto scatenarsi a Sulmona. Molto si è discusso, nel post terremoto, anche di Giuliani, da molti accusato di fare sciacallaggio per aver dichiarato solo dopo la forte scossa che lui aveva previsto tutto. Nessuno, però, racconta che, proprio grazie ad una sua telefonata poche ore prima della violenta scossa, gli abitanti di un’intera frazione, Paganica, si salvarono dalla tragedia.

Ce l’ha svelato anni fa il responsabile della protezione di quella frazione, raccontandoci che quella sera Giuliani telefonò ad un parente di Paganica annunciandogli che nella notte sarebbe arrivata una violenta scossa e raccomandandogli di avvisare più persone possibile. Proprio grazie a quella telefonata, la notte del 6 aprile praticamente tutti i residenti di Paganica erano in strada al sicuro. La scossa ha poi raso al suolo la frazione  che, però, ha avuto una sola vittima, un uomo anziano che non ha voluto dare credito all’avviso di Giuliano. Tornando ai giorni precedenti il violento terremoto, l’allarme tra i cittadini aquilani, che comunque raccoglievano, certe voci era ai massimi livelli. E per tranquillizzare la popolazione Bertolaso decide di organizzare una riunione di tecnici.

E’ un’operazione mediatica perché vogliamo rassicurare la gente” afferma l’ex capo della Protezione civile in un colloquio telefonico intercettato con l’allora assessore regionale alla Protezione Civile Daniela Stati. Così il 31 marzo a l’Aquila va in scena questa riunione della Commissione Grandi Rischi alla quale partecipano esclusivamente tecnici. Riunione che trasmetterà un quadro rassicurante della situazione, anche se in concreto nessuno dei presenti si espone in maniera chiara. L’unico a farlo è De Bernardinis che ad un’emittente privata del luogo afferma: “Non c’è pericolo, anzi è una situazione favorevole perché c’è uno scarico di energia continuo”.

Appena 7 giorni dopo, però, la tragedia, con la violenta scossa che nella notte del 6 aprile porterà morte e distruzione. Inevitabili le polemiche nel post terremoto che si accentuano  quando emergono le vergognose intercettazioni delle ore immediatamente successive alla scossa mortale nelle quali alcuni imprenditori ridono di quanto accaduto, pregustando affari milionari grazie alla ricostruzione. E’ chiaro ed evidente che si tratta di due situazioni completamente differenti, che nulla hanno a che vedere l’una con l’altra.

Ma l’emozione, il comprensibile sdegno di fronte a quelle risate finiscono per confondere e per travolgere tutto. E, nella confusione più totale, figuriamoci se nel nostro paese non si trova un pm, un magistrato pronto a cavalcare l’onda e a lanciarsi in una campagna giudiziaria verso quei tecnici che, in quel modo, vengono ritenuti corresponsabili della tragedia. In un clima di “tutti contro tutti” i partecipanti a quella riunione del 31 marzo finiscono per ritrovarsi indagati con l’accusa di omicidio colposo e lesioni.

Tra loro, poi, inizia un indecoroso scambio di accuse , con Bertoloso che accusa Boschi di aver stabilito che “non era prevedibile alcuna situazione di terremoto più violenta di quelle che si erano registrate”. L’allora presidente dell’Ingv replica definendo assurde le affermazioni di Bertolaso e sostenendo di aver inviato alla Protezione civile un comunicato sulla sequenza in atto nel quale si sosteneva che “non poteva certo essere considerata tranquillizzante”.  Non solo, aggiunge, anche di non aver condiviso, ritenendola irrituale, la riunione della Commissione Grandi Rischi, a suo giudizio convocata da Bertolaso solo per motivi mediatici e non per un concreto interesse, lamentando l’assenza di una discussione sulle misure da intraprendere e il fatto che al termine dell’incontro non venne compilato alcun verbale, prodotto solo dopo il sisma del 6 aprile.

Si scoprirà che entrambi non raccontano la verità perché è vero che il comunicato stampa dell’Ingv esiste ma è del 9 aprile, cioè 3 giorni dopo la scossa mortale, e mette in allerta sul possibile ripetersi di episodi di grave intensità. Al tempo stesso i verbali di quella riunione compariranno, sul sito della Protezione, solo dopo il 6 aprile.

In ogni caso in questo clima esasperato e ormai incontrollato si arriva al rinvio a giudizio per i componenti della Commissione Grandi Rischi e al processo di primo grado. Seguito con grande interesse non solo dai cittadini aquilani ma, anche e soprattutto, dalla comunità scientifica, indignata dal fatto che, a loro dire, si potesse mettere sotto accusa la scienza stessa, l’idea che i terremoti non sono prevedibili. In realtà sono gli stessi magistrati e giudici che hanno svolto tutti e tre i gradi di giudizio a non negare un simile assunto.

E al centro del procedimento giudiziario c’è un’altra questione, anch’essa, per la verità, difficile da sottoporre a giudizio in un tribunale: se l’esito di quella riunione della commissione avesse influenzato i comportamenti dei cittadini aquilani la notte tra il 5 e il 6 aprile del 2009. Un quesito che appare più filosofico che materia di procedimento giuridico. Esito, quindi, scontato? Neanche per idea, il processo di primo grado si chiude con una clamorosa sentenza di condanna a 6 anni di reclusione per tutti gli imputati.

Che, però, verrà poi ribaltata in appello, con l’assoluzione confermata in Cassazione. “L’istruttoria non ha consentito – scrivono i giudici nelle motivazioni  – di raggiungere un sicuro convincimento di responsabilità in ordine alla stessa sussistenza del fatto contestato, condotta esente da colpa con riferimento alla ‘valutazione’ e insussistente con riferimento alla condotta di ‘informazione”. Come detto l’unico ad essere condannato sarà De Bernardinis per le sue dichiarazioni in tv che, secondo i giudici, esprimevano “concetti scientificamente errati e certamente rassicuranti” e “tale condotta viola i canoni di diligenza e prudenza”.

Una sentenza che ha fatto storcere la bocca a più di una persona che ha voluto vedere nella condanna di uno dei funzionari di “secondo piano” quasi la ricerca di un capro espiatorio, una sorta di “contentino” da dare in pasto a media e cittadini per giustificare un così lungo procedimento. In realtà c’è poco da discutere, è chiaro (lo evidenziano i fatti) che quella riunione sia stato voluta da Bertolaso ed è difficile pensare che quelle di De Bernardinis fossero dichiarazioni personali.

Ma agli atti non c’è alcuna evidenza che possa far pensare che quella fosse la posizione ufficiale emersa dalla Commissione Grandi Rischi e lo stesso De Bernardinis ha sempre negato di aver ricevuto indicazioni o pressioni per esprimere quelle rassicuranti opinioni. Senza girarci intorno e senza ipocrisia è opportuno sottolineare come tutto il procedimento giudiziario è sembrato a dir poco discutibile. Che il punto centrale del processo fosse l’assunto che i terremoti non si possono prevedere o l’influenza che quella riunione ha avuto sui cittadini aquilani non sembrano esserci differenze.

Il punto, semplice ed evidente, è che se si condivide quell’assunto allora tutto il resto si riduce a sterili discussioni, a indecoroso folklore, a propaganda di bassa lega ma che non possono certo essere oggetto di discussione in aula giudiziaria. Ha pienamente ragione la senatrice abruzzese del Pd Stefania Pezzopane a sostenere che  “le sentenze si rispettano sempre, ma resta l’amarezza per un dispositivo che ovviamente non affronta le responsabilità politiche di quanto accadde in quei giorni”.

Ma, proprio perché quanto accaduto nei giorni precedenti e anche in quelli successivi al 6 aprile 2009 deve essere oggetto di discussione in merito alle responsabilità politiche, quel processo non aveva ragione neppure di iniziare. Per questo è giusto riabilitare dal punto di vista giudiziario Bertolaso, che comunque ha dovuto sopportare un procedimento lungo anni privo di fondamento. Ma altro e completamente differente è il discorso circa le responsabilità politiche che, come capo della Protezione civile, ha avuto in quei giorni precedenti e in tutte le vicende “nebulose” e poco edificanti del post terremoto e della ricostruzione.

Il problema, però, è che nel nostro paese ormai da troppo tempo non si riesce più a disgiungere i due piani e sembra quasi che responsabilità politiche e giudiziarie ormai debbano viaggiare di pari passo e sovrapporsi. E invece non è così e non può essere più cosi, bisogna avere il coraggio di sostenere che dal punto di vista giudiziario (almeno in questo procedimento, vedremo cosa accadrà in altri che riguardano l’ex capo della Protezione civile) Bertolaso ha subito un trattamento non corretto e non meritato (del quale qualche organo di informazione dovrebbe quanto meno scusarsi).

Ma ciò nulla toglie alle eventuali responsabilità politiche di una gestione di tutta l’emergenza terremoto, prima e dopo il sisma, basata più sul desiderio e sulla preoccupazione di trasmettere un’immagine rassicurante e di efficienza piuttosto che di affrontare concretamente i problemi e le gravi questioni sul tavolo. Così, come è giusto sottolineare i limiti e l’insussistenza di quel procedimento giudiziario, è altrettanto innegabile che quella riunione del 31 marzo, voluta esclusivamente per una “operazione mediatica” da Bertolaso, fu un’indecorosa “pagliacciata” priva di una qualche utilità per i cittadini aquilani (se, come più volte ribadito, il terremoto non si può prevedere, che senso aveva farla? per raccontare cosa?).

Così come  discutibile è stata tutta la gestione del post terremoto, a partire dai funerali di Stato prima dei quali l’ex capo della Protezione Civile si è ripetutamente preoccupato di garantire in chiesa la massima visibilità al presidente del Consiglio (diverse le telefonate per scongiurare il rischio che “finisse in seconda fila, dietro al Presidente della Repubblica”). Per non parlare degli appalti per la ricostruzione, anch’essi finiti al centro di un’inchiesta penale, per i quali lo stesso Bertolaso in un’apparizione televisiva si è giustificato sostenendo che forse aveva sbagliato qualcosa per non aver verificato a fondo a chi venivano affidati. Responsabilità (non penale) non da poco per uno che rivestiva il ruolo che all’epoca aveva Bertoloso.

Per non parlare poi di tutta la storia delle “new town”, realizzate in tutta fretta pensando esclusivamente al ritorno di immagine politico e non certo alle reali esigenze delle persone colpite dal terremoto. Tutto ciò, naturalmente, non può in alcun modo essere di competenza giudiziaria, quindi Bertolaso ha tutte le ragioni per dichiarare ora la sua soddisfazione e per reclamare a gran voce quanto meno le scuse di chi in questi anni lo ha condannato senza neppure aspettare le sentenze. Altra cosa, però, è contestargli le responsabilità politiche delle sue scelte dell’epoca. Assolutamente opinabili e criticabili, senza per questo dover per forza tirare in mezzo pm, magistrati e giudici

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