Quello che le donne dicono


Le vicende e le parole della show girl Ilary Blasi, della giornalista e scrittrice Cinzia Sasso e della delegata Pd Filomena Mastromarino hanno provocato polemiche e commenti al vetriolo nell’universo maschile ma anche in quello femminile, riproponendo la vecchia discussione sul ruolo e sulla libertà di autodeterminazione delle donne

Il 2016 potrebbe essere l’anno della definitiva affermazione delle donne al potere. A novembre Hilary Clinton può diventare il primo presidente donna degli Stati Uniti, mentre dal 13 luglio scorso Theresa May è stata nominata Primo Ministro del Regno Unito (in questo caso non si tratta di una novità, c’è il precedente di Margaret Thatcher, Primo Ministro dal 1979 al 1990), 2 giorni dopo aver conquistato la leadership del Partito Conservatore.

Senza dimenticare Angela Merkel, da 11 anni Cancelliere federale della Germania, anche nel nostro paese quello in corso è un anno politicamente tinto di rosa. Nel giugno scorso per la prima volta una donna, Virginia Raggi, è stata eletta sindaco della capitale italiana, Roma, mentre un’altra donna, Chiara Appendino, ha conquistato Torino.

Il tutto considerando che già nel governo Renzi sono donne i ministri che più si stanno mettendo in evidenza (Maria Elena Boschi, Federica Mogherini, Roberta Pinotti, primo ministro della difesa donna).  Insomma le sorti del nostro paese e ancor più del mondo sembrano essere sempre più nelle mani delle donne. Allora questo vuol dire che i vecchi  stereotipi su di loro ormai sono definitivamente superati?

Assolutamente no, anzi, nonostante tutto, certi stereotipi sull’universo femminile nel nostro paese continuano a resistere e ad essere alimentati, a volte involontariamente, anche da parte di chi a parole dichiara invece di volerli abbattere. Basti pensare, ad esempio, ad alcuni dei manifesti  utilizzati negli ultimi mesi da alcuni partiti, che, probabilmente senza rendersene conto, hanno finito per riproporre quelle rappresentazioni semplificate sulle donne che, pure, si sostiene di voler evitare.

Pensiamo, ad esempio, all’immagine utilizzata dal Pd del “vento che cambia” che, però, solleva maliziosamente una gonna. O al tacco rosso fiammeggiante con lo slogan “mi iscrivo perché sono una donna di classe” di Rifondazione Comunista, per non parlare del manifesto per il referendum del Movimento 5 Stelle con l’immagine dei 4 si gridati da una ragazza sotto le lenzuola.

Paradossalmente, però, a volte sono le donne stesse a cadere in questo errore, in alcuni casi creando addirittura nuovi e non meno odiosi stereotipi. A raccontarcelo sono tre storie di questi ultimi giorni, tre vicende decisamente differenti ma con un unico comune denominatore, cioè la difficoltà delle donne stesse ad uscire da vecchi e nuovi stereotipi radicati  nel sentire comune.

A creare scompiglio e sollevare un vespaio di commenti, repliche “piccate”, dichiarazioni e polemiche in alcuni casi furibonde le dichiarazioni e le confessioni sorprendenti di tre donne più o meno note al grande pubblico. Parliamo di Ilary Blasi, Cinzia Sasso e Filomena Mastromarino.

La prima è la nota showgirl e moglie del capitano della Roma Francesco Totti che, in occasione dei 40 anni del marito, in un’intervista alla “Gazzetta dello Sport” è intervenuta a gamba tesa su Spalletti, allenatore della squadra del marito, e sul presidente della Roma James Pallotta.

Cinzia Sasso è, invece, una giornalista e una scrittrice di successo che nel 2011, dopo una lunga relazione, ha deciso di sposare l’allora sindaco di Milano Giuliano Pisapia e che nei giorni scorsi ha presentato un libro, dall’emblematico titolo “Moglie”, nel quale racconta la scelta d’amore che l’ha portata ad abbandonare il lavoro per dedicarsi semplicemente alla vita di consorte.

Filomena Mastromarino, invece, è una trentenne con in passato una breve apparizione televisiva, nel reality show condotto da Rossella Brescia “I mammoni. Chi vuole spostare mio figlio”, da sempre “renziana” di ferro che nel 2013 è stata eletta delegata nell’assemblea Pd ma che nei giorni scorsi ha stupito tutti annunciando, con dichiarazioni forti e per certi versi dirompenti, la sua nuova vita da pornostar, a fianco di Rocco Siffredi.

Un vero e proprio sacrilegio, almeno secondo i canoni tradizionali del mondo del calcio, è quello compiuto da Ilary Blasi che, nell’intervista per i 40 anni del marito, non ha nascosto ciò che pensa dell’allenatore della Roma Spalletti. “Le scelte calcistiche sono opinabili ma non si discutono, però forse avrei qualcosa da ridire a livello umano sulla persona – ha sentenziato – non critico la scelta tecnica, critico il comportamento e Spalletti è stato un uomo piccolo”.

Alla base del suo giudizio così negativo quanto avvenuto il 21 febbraio scorso, quando Spalletti mandò via da Trigoria Totti. “Lui a parole ha detto anche delle cose stupende – spiega show girl – ma a parole. Invece lo subisce. In un momento così difficile nella vita di un ragazzo che sta attraversando un passaggio importante c’è modo e modo per comportarsi. E’ giusto proiettarsi nel futuro e provare a fare grandi cose anche senza di lui, ma mi sembra che alla Roma rimanga ancora difficile. Certo si poteva essere più delicati e Spalletti sicuramente non lo è stato, non l’ha saputo guidare in questo percorso umano. Io le persone le giudico anche da questo. Quindi voto molto basso“.

La Blasi non risparmia neppure il presidente Pallotta reo di aver detto su Totti che “il corpo non fa più quello che gli dice la mente”. “Però anche la mente deve ragionare prima di parlare” replica senza peli sulla lingua la show girl. Apriti cielo, una moglie che si permette di esprimere giudizi così taglienti sull’allenatore e il presidente della squadra del marito è un  vero e proprio affronto per il mondo ingessato e pieno di “sacre” convenzioni come quello del calcio.

La cosa singolare, però, è che questa volta le critiche nei confronti di Ilary Blasi sono unanimi e arrivano da uomini e donne. I primi, in nome delle inviolabili regole del mondo del pallone, che accusano la showgirl di intromissione indebita e la invitano a dedicarsi ad altro, le seconde, invece, che la criticano perché così facendo avrebbe riproposto un clichè superato e poco gradito della moglie iperprotettiva, incondizionatamente a fianco del marito.

Tutto come previsto e ampiamente prevedibile, per carità si può discutere sull’opportunità dell’intervento della Blasi ma magari lo si poteva fare senza dover per forza ricorrere a certi stereotipi un po’ stantii, limitandosi a considerarlo solamente  una reazione, per quanto inopportuna e fuori dalla righe, di una persona ferita per il trattamento riservato al marito. Il fatto è che il ruolo di moglie, soprattutto quando il consorte è un personaggio di prestigio, oggi è particolarmente complesso e, quale che sia il profilo che si cerca di seguire, si finisce per essere comunque al centro delle critiche.

Ne sa qualcosa Cinzia Sasso, nota e valente giornalista (per 26 anni a “Repubblica”) e affermata scrittrice. Da anni compagna di Giuliano Pisapia, quando quest’ultimo è diventato sindaco di Milano ha deciso prima di sposarsi, poi, con una scelta  sicuramente dolorosa, e per certi rivoluzionaria,  ha abbandonato il suo amato lavoro per dedicarsi a tempo pieno ed esclusivamente al ruolo di moglie.

Un’esperienza  che ha fatto “inorridire” un determinato universo femminile, una scelta eretica per una donna che proviene da quella generazione che, al femminile, è stata segnata dalle “streghe femministe”. E proprio ora che l’esperienza da primo cittadino del marito è terminata, Cinza Sasso ha deciso di raccontare la sua esperienza in un libro, “Moglie”, che ha già scatenato discussioni infinite.

Sono diventata servizievole perché lui è al servizio degli altri. Lui fa il tanto che può per i cittadini, io il poco che posso fare per lui” spiega nel libro, aggiungendo poi considerazioni che fanno ancora più riflettere. “Quello che ho scoperto e che ho voluto raccontare – afferma la Sasso – è che la tua realizzazione può anche essere lo stare vicino all’altro se è una scelta libera e non a senso unico, destinata per forza solo alle donne. E’ la riscoperta dell’amore attraverso la chiave della condivisione”.

Un libro che arriva, per giunta, in un momento nel quale la condizione di single anima una serie di saggi che ne decantano le meraviglie. Alcuni di quei libri, “La meravigliosa vita delle single” di Imogen Lloyd Webber e “All the single ladies. Il potere delle donne singole” della giornalista americana Rebecca Traister, sono diventati dei veri e propri manifesti per un numero sempre maggiore di donne che vedono nella loro condizione di single, non forzata o casuale ma legata ad una ben determinata scelta di vita, quasi una naturale ed inevitabile evoluzione della propria emancipazione.

E che ora vedono con sbigottimento un libro che lancia un messaggio, sicuramente rivoluzionario di questi tempi: non bisogna più avere paura di volare per qualcun altro, di perseguire la propria realizzazione dedicandosi al proprio consorte. Tutto ciò, per giunta, assume ancora più rilievo se si considera che a sostenerlo è chi, come Cinzia Sasso, 20 anni fa raccontava le storie di successo di donne indipendenti, che avevano deciso di autodeterminare la propria vita per perseguire obiettivi ambiziosi, nel sentire comune patrimonio solitamente del mondo maschile.

“Donne che amano il lavoro e la vita. La via femminile al successo”, il libro della Sasso per anni è stato un punto di riferimento per un certo universo femminile che ora si chiede quasi sgomento le ragioni di quella che ai loro occhi appare una clamorosa involuzione. In realtà basterebbe ascoltarla per capire che non è certo così, anzi, chi la conosce comprende perfettamente come quella della Sasso è una scelta pienamente in linea con la sua storia, il suo modo di vedere le cose.

Perché lei non rappresenta certo una di quelle donne che nella coppia non si ritrovano perché sentono di aver perso quell’inafferrabile sogno che è la felicità. E quel libro non è tanto un modo per spiegare la sua scelta ma una dichiarazione di amore, la condivisione di un’esperienza che la porta con naturalezza a raccontare di come al mattino appena sveglia “gli prepara i vestiti sul letto” e di come la sera lo aspetta preparandogli il suo cocktail preferito.

E’ significativo, in proposito, che, al di là del titolo, all’interno del libro Cinzia Sasso utilizzi sempre il termine di consorte, inteso nel senso letterale della parola, cioè partecipare alla medesima sorte di un’altra persona. Un termine, si badi bene, che non è di genere maschile o femminile, indica entrambi, così come la Sasso, riferendosi al suo matrimonio con Pisapia, sottolinea come “ora siamo consorti”, condividiamo la stessa sorte. Che, se ha portato Cinzia a svolgere in quei 5 anni il ruolo di moglie in quel modo, ora spinge Giuliano ad accompagnarla ovunque, alle tante presentazioni del libri, ma sempre restando in disparte, per non rubarle il proscenio.

Al di là di ogni considerazione e di ogni opinione che si può avere su tutto ciò, sulla percorribilità di un rapporto del genere, quello che colpisce (ma non stupisce) è che intorno al racconto di questa storia siano fiorite discussioni con posizioni estreme da una parte e dall’altra. Se un numero non indifferente di irriducibili e nostalgici maschietti, in nome di un modello di società ormai ampiamente passato e non più riproponibile, cercano di strumentalizzare quel libro, quasi a voler dimostrare che, in fondo, il vero e naturale ruolo della donna è quello di essere madre, moglie, amante (e già c’è ancora chi ha questa visione…), dall’altro un non minore numero di donne “emancipate” lanciano strali di ogni tipo contro la Sasso, accusata di riproporre un ruolo di moglie perfetta, un po’ geisha e un po’ modello Doris Day, che riporta indietro di decenni le donne.

Anni di lotte per ottenere che l’affrancamento delle donne dal matrimonio, in conflitto con l’ordine patriarcale della società, diventasse una norma, una consuetudine per ogni donna, gettati via da una visione arcaica e terribilmente pericolosa, proprio perché proposta da chi fino a qualche anno fa raccontava ben altre storie di donne” si legge in alcuni blog vicini ad alcune associazioni femminili . Difficile capire, ci sembra evidente che siamo di fronte ad una libera scelta che, ovviamente si può non condividere e anche considerare sbagliata, ma che, proprio come scelta assolutamente autonoma e non influenzata da nulla, dovrebbe comunque essere apprezzata perché rappresenta quello che si è sempre dichiarato di voler ottenere (la libertà di autodeterminazione delle donne).

Così come libera scelta è quella di Filomena Mastromarino  la trentenne pugliese che in un attimo è diventata la donna più chiacchierata del momento. Diplomata e con una breve apparizione in tv in un reality show, “renziana” convinta,  Filomena nel 2013 era stata eletta delegata nell’Assemblea del Pd. Poi, nei giorni scorsi, la notizia, data da lei stessa, della sua nuova carriera, quella della pornostar, dopo aver superato il provino a cui l’ha sottoposta Rocco Siffredi.

Mi piace sentirmi tr… – ha detto spiegando le ragioni della sua decisione – finalmente ho ottenuto quelle che ho sempre desiderato, esprimere il mio lato erotico, vorrei che le ragazze mi prendessero ad esempio”. Sorvolando sulla provocazione finale , non è certo difficile immaginare il genere di commenti che una simile dichiarazione ha scatenato, inutile e superfluo stare ad evidenziare la solita ipocrisia tipicamente maschile sul differente giudizio che si ha riguardo al porno o ad un certo stile di vita se a praticarlo è un uomo o una donna.

Piuttosto ci sembra importante evidenziare  un’altra  imbarazzante ipocrisia, quella di qualche mezzo di informazione che ha ironizzato e sbeffeggiato la Mastromarino, con giudizi anche di tipo morale. Che, però, alla faccia della coerenza, scompaiono e passano in secondo piano quando si tratta di pubblicizzare in fondo alla propria pagina o al proprio sito internet annunci come“Trova la tua donna ideale in Ucraina” o qualcosa di simile.

Soprattutto, però, stupisce e fa riflettere leggere, tra i commenti agli articoli su questa vicenda, quelli di scatenate lettrici, in molti casi ben più duri e offensivi rispetto a quelli dei maschietti, che accusano la Mastromarino di svendere e umiliare quel ruolo e quella autodeterminazione che le donne hanno conquistato con tanta fatica, proponendo un modello di donna che, lungi dall’essere emancipata fino all’estremo, altro non è che la proiezione di ciò che desidera  il peggiore immaginario maschile.

Quello che colpisce nel raccontare le storie di Cinzia e Filomena, così diverse eppure così simili, è che nel leggere certi commenti sembra davvero di essere tornati agli anni ’70, al famoso slogan “Né puttane, né madonne, ma solo donne”. Da allora, però, sono passati 40 anni e le cose sono radicalmente cambiate, di strada ne è stata fatta parecchia, come dimostrano i fatti di questi mesi a cui accennavamo all’inizio. E se è vero che sarebbe da ipocriti pensare che tutti i problemi e tutte le differenze di trattamento e di pari opportunità tra uomini e donne siano superati, resta comunque sconfortante  ascoltare ancora certi commenti e certe considerazioni (al pari di quelli improponibili e totalmente fuori tempo di nostalgici maschilisti) da parte di un nutrito gruppo di donne di fronte alle storie di Cinzia e Filomena.

Che, con le loro scelte in apparenza in antitesi, in realtà dovrebbero essere considerate l’emblema di cosa significa quel “diritto all’autodeterminazione” così reclamato ancora oggi nelle manifestazioni dei movimenti femminili europei. Autodeterminazione e libertà di scelta significano poter decidere liberamente della propria vita, del proprio stile di vita, di come si vuole cercare di realizzare i propri sogni, le proprie aspirazioni, di come si intende perseguire la propria realizzazione, senza dover allinearsi a nessun stereotipo, che sia esso frutto del mondo maschile o del mondo femminile.

E senza, poi, dover essere costrette a spiegare a giustificare le proprie scelte. Che  sia quella di dedicare una parte della propria vita principalmente ad un’altra persona o che sia quella di non reprimere ma anzi vivere a pieno ed esaltare il proprio lato erotico. Come, appunto, hanno fatto Chiara e Filomena e, per certi versi, anche Ilary.

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