Scivolone sull’olio di oliva


Il via libera del Parlamento europeo, nel marzo scorso, alla possibilità di esportare in Europa 70 mila tonnellate di olio di oliva tunisino senza dazi nel 2016 e nel 2017 ha provocato polemiche e toni da crociate. Assolutamente infondate, però, perchè la produzione italiana di olio di oliva non è sufficiente a coprire neppure la metà del fabbisogno interno

Era il marzo scorso quando nel nostro paese si scatenò una bufera senza precedenti sull’olio di oliva. Il 10 marzo l’aula del Parlamento europeo aveva approvato una misura voluta dalla Commissione Ue per sostenere l’economia del paese nordafricano della Tunisia, dando il via libera alla possibilità di esportare in Europa altre 70 mila tonnellate  di olio di oliva senza dazi  nel 2016 e nel 2017. Nel testo approvato dal Parlamento erano incluse norme di salvaguardia per i produttori europei e l’impegno ad aggiornare la misure in caso di effetto negativo nella Ue, con tanto di valutazione a medio termine degli effetti della liberalizzazione temporanea delle importazioni. Tutto inutile, in Italia meno di 24 ore e subito partono polemiche durissime e violenti accuse.

Oggi a Strasburgo è stata scritta l’ennesima brutta pagina di un libro ormai troppo lungo che racconta lo sfregio e il disinteresse dell’Europa nei confronti delle nostre produzioni agricole di qualità – tuonò il governatore del Veneto Luca Zaia –  il ministro dell’agricoltura Martina invece di commentare la decisione quando non si torna più indietro, avrebbe dovuto esercitare il ruolo forte che gli competeva lavorando concretamente contro questo scempio e invece pare proprio che non sia riuscito a convincere a votare no nemmeno i parlamentari europei italiani che fanno parte dell’attuale maggioranza di Governo nazionale”.

E’ un provvedimento letteralmente scandaloso –  rincarava l’eurodeputata leghista Mara Bizzotto – e dalle conseguenze devastanti per i produttori italiani  e per l’intero “made in Italy”. L’ennesima folle decisione presa dall’Europa contro i nostri produttori e contro i consumatori”.

Come al solito molto “pacato” il commento del Movimento 5 Stelle e del suo leader Beppe Grillo che, sul suo blog, scriveva. “Altro che ministro dell’agricoltura, chiamatelo ministro dell’invasione. Maurizio Martina non ha bloccato (e come avrebbe potuto?) in Consiglio europeo l’importazione senza dazio di 70 mila tonnellate di olio tunisino in 2 anni, dando cosi carta bianca al Parlamento europeo che oggi ha dato il via libera definitiva all’invasione. Il Pd è il grande architetto di questo operazione. E’ del Pd Federica Mogherini, l’Alto Commissario per la politica estera che ha negoziato la misura direttamente con il premier tunisino (che guarda caso è anche uno dei più grandi produttori di olio del Paese). Sono del Pd i voti favorevoli nella plenaria di Strasburgo (in realtà il voto in aula risultò piuttosto trasversale, con alcuni europarlamentari del Pd che votarono contro e alcuni del Movimento 5 Stelle che, invece, votarono a favore) e in tutte le commissioni parlamentari in cui il testo è stato discusso. Gli europarlamentari del Pd hanno votato in massa l’invasione dell’olio tunisino. Quando si tratta di rovinare gli italiani non si spaccano e non litigano, come hanno fatto alle primarie di Napoli e Roma, sono uniti e compatti”.

Addirittura il parlamentare europeo del Movimento 5 Stelle, Ignazio Corrao, pochi giorni dopo pubblicò sul proprio sito le foto dei parlamentari europei del Pd che avevano votato a favore del provvedimento Ue,  con lo slogan sicuramente ad effetto “Ecco chi ha svenduto il nostro olio”

Nel vortice di dichiarazioni intrise di bassa demagogia e di infondato allarmismo (semplicemente ridicolo parlare di invasione a fronte di 35 mila tonnellate in più l’anno…), anche il ministro Martina fece sentire la sua voce dichiarandosi fortemente contrariato.  Anche i parlamentari europei del Pd si unirono al coro gridando allo scandalo e scontrandosi con i propri parlamentari europei che avevano votato a favore.

Non mancarono neppure iniziative “teatrali e folkloristiche”, protagonisti i militanti di Casapound che, con un blitz notturno a Prato, affissero una bandiera con il simbolo Ue barrato davanti al palazzo comunale per protestare contro “l’invasione dell’olio tunisino”. In un crescendo di incontrollata e ingiustificata isteria si susseguirono le iniziative ad effetto, come la mobilitazione dei 10 mila agricoltori, con tanto di trattori, al Mandela Forum di Firenze al grido “salviamogliulivi”.

Naturalmente, come sempre avviene, i social diventarono la cassa di risonanza della sempre più veemente protesta , con toni da crociata e post ai limiti del delirio, pieni, per giunta, di dati errati e gonfiati. Tanto rumore per nulla. E come al solito tanta demagogia da parte di chi sfrutta, anche quando non ci sono motivazioni reali, l’ignoranza dei cittadini in materia, mista a quella smisurata “esterofobia” che, spesso, sfiora il razzismo vero e proprio.

E’, infatti, dei giorni scorsi l’annuncio della Coldiretti (che a sua volta, sia pure con toni meno violenti, si era dichiarata contraria al provvedimento europeo) che, secondo i dati Ismea/Unaprol, nel 2016 si stima che la produzione dell’olio di oliva in Italia scende addirittura sotto le 300 mila tonnellate, a fronte di un consumo annuo che si aggira intorno alle 650 mila tonnellate. In pratica i nostri produttori non riescono a coprire neppure la metà del fabbisogno italiano annuo.

Quindi, alla luce di questo dato, si capisce quanto ininfluente sia stata quella decisione, visto che quelle 35 mila tonnellate all’anno in più concesse alla Tunisia (per altro su tutto il territorio europeo…) rappresentano appena un decimo della quota che serve all’Italia, oltre alla produzione propria, per far fronte al fabbisogno interno.

A voler essere pignoli bisognerebbe anche sottolineare che una parte della produzione italiana di olio di oliva va in esportazione e, quindi, in realtà la quota da importare è addirittura maggiore (circa 400 mila tonnellate). Un dato sorprendente che cambia le carte in tavola, direte voi. Assolutamente no, che la situazione fosse più o meno questa (forse non ci si aspettava un ulteriore calo della produzione rispetto agli anni precedenti ma parliamo di qualche decina di migliaia di tonnellate che, comunque, non cambia per nulla la sostanza delle cose) si sapeva ampiamente da tempo.

Tra l’altro, proprio nel periodo dell’approvazione dell’atto al Parlamento europeo, era stato commissionato uno studio al Centro studi Unimed della Sapienza di Roma per valutare i possibili effetti del provvedimento sul sistema italiano. E i risultati, ampiamente noti negli ambienti dei mercati e della politica italiana, non lasciavano spazio a dubbi, anticipando quello che poi i dati della Coldiretti hanno sentenziato senza possibilità di discussione.

Esaminando più nel dettaglio il mercato interno – si legge nello studio – vediamo che l’Italia non autosufficiente. Infatti in media produce quasi 400 mila tonnellate mentre ne consuma circa 650 mila. Deve quindi importare l’olio dall’estero”. Come visto la produzione è ulteriormente scesa e, quindi, a maggior ragione dobbiamo importare dall’estero.

Ne consegue, come evidenzia lo studio della Sapienza che “le quantità di olio tunisino importato in Europa, tutto sommato modeste, non possono in alcun modo rappresentare una minaccia reale per i produttori italiani”. Che dire, già all’epoca, quando si è scatenato il putiferio, si sapeva ampiamente che non ce ne era in alcun modo motivo. Ma non basta.

Oltre al problema della concorrenza per i produttori italiani (che abbiamo visto essere inesistente), anche se in maniera meno violenta, le critiche al provvedimento del Parlamento europeo si concentravano anche sul rischio speculazioni e frodi, paventando un ulteriore aumento di scarsa trasparenza in etichetta, truffe e inganni, il tutto a tutela dell’olio extravergine di oliva di cui Italia e Spagna sono i maggiori produttori.

Il rischio concreto – spiegava allora il presidente della Coldiretti Moncalvo – è il moltiplicarsi di frodi, con gli oli di oliva importati che vengono spesso mescolati con quelli nazionali per acquisire, con le immagini in etichetta e sotto la copertura di marchi storici, magari ceduti all’estero, una parvenza di italianità da sfruttare sui mercati nazionali ed esteri, a danno dei produttori italiani e dei consumatori”.

L’incremento di ingresso di olio dalla Tunisia senza pagare dazi – aggiungeva il presidente della Camera di commercio di Trieste Antonio Paoletti – aumenterà in maniera considerevole il rischio frodi. L’olio di qualità italiano esce danneggiato da questa scelta e, con esso, l’immagine del nostro Paese”. Anche in questo caso, però, le critiche e le preoccupazioni sembrano infondate. O meglio, le eventuali preoccupazioni devono guardare altrove e non certo al provvedimento del Parlamento europeo.

Occorre, infatti, ricordare che se è vero che l’Italia è il secondo produttore di olio dopo la Spagna, è altrettanto indiscutibile che siamo anche il primo paese importatore di oli di oliva e sansa che spesso vengono mescolati con quelli italiani. Mescolamento che, appunto, avviene perché la produzione italiana di olio non è sufficiente e rispondere alla richiesta del mercato interno.

Di per sé il mescolamento non è un problema e il suo risultato può essere anche un buon prodotto. L’importante è che il consumatore al supermercato sappia cosa sta comprando e, poi, che il costo dell’olio “mescolato” sia inferiore a quello dell’extravergine di oliva. L’Italia già negli anni passati importava l’olio di oliva e sansa da Spagna, Tunisia, Marocco e Grecia. E anche ora, dopo il provvedimento europeo, nel 2016 e nel 2015 continuerà ad importare olio di oliva e non extravergine di oliva (è scritto espressamente nel testo della legge approvato dal Parlamento europeo).

Quindi nessun rischio per il made in Italy, il problema semmai riguarda come poi sarà trattato una volta sbarcato in Italia. Il rischio truffe, quindi, sicuramente c’è ma parliamo di una storia che in Italia è vecchia e che c’è da anni, non certo amplificata dalle norme sulla Tunisia.

Non solo, come evidenzia lo studio della Sapienza “i produttori italiani dovrebbero temere il possibile comportamento delle imprese importatrici italiane più grani che, nei due anni di vigore dell’accordo, potrebbero sostituire parte delle 57.000 tonnellate obbligatoriamente destinate alla riesportazione fuori dall’Europa, con le 35.000 tonnellate del nuovo provvedimento, libere da questo obbligo, per immetterlo sul mercato interno. L’effetto di questa manovra, poiché l’olio tunisino costa meno di quello italiano, provocherebbe una pressione al ribasso dei prezzi di vendita anche dell’olio italiano, danneggiando i piccoli produttori”.

E’ la storia di sempre, si sfrutta demagogicamente questa esterofobia, questa vena di razzismo che è indiscutibilmente presente in molti italiani ma in realtà, poi, i problemi sono altri e dipendono da noi e non certo dagli altri.

E’ così anche per il problema dei rifugiati e degli extracomunitari, il cui costo per l’accoglienza sostenuto dalla Ue, circa 12 miliardi l’anno, fa gridare allo scandalo, mentre passa quasi sotto silenzio che, sempre nell’area Ue, ogni anno l’evasione brucia mille miliardi.

Già, ma un conto è se ad evadere e a bruciare così tanti fondi siamo noi europei, un conto è se una parte dei nostri soldi, sia pure minore (rispetto a quella voragine), è utilizzata per accogliere chi arriva da altri paesi…

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