Fermo 100 giorni dopo l’omicidio tra novità, speculazioni e voglia di dimenticare


Mentre le analisi dei Ris di Roma escludono la presenza del Dna di Emmanuel sul paletto del segnale stradale, il Movimento 5 Stelle di Fermo presenta un’imbarazzante interrogazione per chiedere di aprire un contenzioso contro alcuni media per “danni all’immagine della città”

Non sappiamo se questo sarà il punto più basso e, visto il livello che la vicenda ha toccato in questi 3 mesi, c’è da temere di no. Ma è innegabile che quanto avverrà oggi pomeriggio (martedì 27 settembre) al Comune di Fermo è quanto mai inquietante. Nel corso del Consiglio comunale delle 18:30  dovrebbe essere discussa un’interrogazione  imbarazzante e farneticante, presentata dal gruppo comunale del Movimento 5 Stelle, sulla tragica vicenda di Emmanuel Chidi Nnamdi, il 36enne chiedente asilo nigeriano ucciso il 5 luglio scorso dall’ultras fermano Amedeo Mancini che poco prima aveva rivolto un insulto razzista alla compagna del nigeriano.

Mi ero ripromesso di non parlare più della triste vicenda fermana,  almeno fino a quando non fossero arrivati tutti i risultati dei vari accertamenti (dall’autopsia, alle analisi del dna sul famoso paletto del segnale stradale, ecc.). Ma da un mese a questo parte la situazione è precipitata, con dichiarazioni imbarazzanti, gruppi nati sui social dal non tanto  vago sfondo razzista, con Mancini definito addirittura una vittima e non solo dagli ultras della Fermana (di cui l’imputato faceva parte) ma addirittura anche da qualche  politico locale.

E’ già triste dover constatare come in questa brutta vicenda si siano da subito creati due schieramenti, entrambi fortemente ideologizzati, poco o nulla interessati a comprendere la portata del grave fatto accaduto, ancora meno disposti ad attendere le necessarie risultanze per capire veramente la dinamica dell’omicidio. E se è innegabile che, nelle ore successive al decesso del povero Emmanuel, si è dipinto un contorno ambientale a tinte fosche decisamente esagerato (come se a Fermo episodi di razzismo fossero all’ordine del giorno), è altrettanto vero che nei giorni successivi c’è stata una sorta di reazione contrapposta, quasi a voler derubricare un episodio comunque connotato indiscutibilmente (lo dice la stessa Procura) da una matrice razzista, in un semplice e fortuito evento dove colpe e responsabilità in fondo sono praticamente identiche.

Buona parte della stampa locale, in particolare, ha deciso di sposare aprioristicamente le tesi di una parte, addirittura qualche quotidiano ha evidenziato impensabili qualità divinatorie, anticipando i risultati di alcuni accertamenti (come l’autopsia) prima ancora che venissero effettuati. Così facendo, però, ha dato vigore a quanti, pur rifiutando l’etichetta di razzisti, hanno posizioni ideologiche estreme che, piaccia o no, sfiorano e spesso sconfinano comunque nel razzismo.

Sui social sono nati tre gruppi che hanno raccolto centinaia di messaggi a favore di Mancini, molti dal contenuto sconcertante. La Curva Duomo, il tempio degli ultras della Fermana, ovviamente si è schierata compatta a fianco di Mancini, con sciarpe, striscioni e cori ad ogni occasione anche se forse proprio quella della curva è la posizione più comprensibili. A parte alcune eccezioni, infatti, il messaggio trasmesso è “a prescindere da tutto ultras è soprattutto questo,  non abbandonare un amico in difficoltà”.

Meno comprensibili, invece, sono apparse alcune prese di posizione estreme, basate su supposizioni di giornali e sul sentito dire, volte a far passare lo stesso Mancini come una sorta di vittima, addirittura lui oggetto di una sorta di razzismo al contrario, con farneticanti richieste di scuse da parte di chi lo ha addebitato come razzista (quindi anche da parte della Procura?).

Ancora più ignobile è, poi, la solita campagna di fango che si è scatenata contro Don Vinicio Albanesi, “colpevole” di essersi schierato a fianco del nigeriano e della sua compagna, ora rimasta sola. Naturalmente anche in questo caso è giusto sottolineare che Don Vinicio Albanesi, le sue attività e le sue opere sono ovviamente criticabili (possibilmente con fatti concreti e non con illazioni), ma farlo prendendo a pretesto quanto accaduto è particolarmente squallido.

Ad onor del vero, però, va anche detto che le parti in causa hanno tenuto e stanno tenendo un profilo molto basso, cercando di non esasperare troppo i toni. L’avvocato di Mancini non si sbilancia, forse anche perché, a differenza di chi sbraita, qualche atto in più lo conosce. Nei giorni scorsi lo stesso legale dell’imputato ha reso noto l’incontro che si è svolto nel carcere del Marino tra il suo assistito e Don Vinicio Albanesi che non aveva voluto rendere pubblico il suo atto.

Più pilatesca la posizione del sindaco di Fermo Calcinaro che si è limitato ad affermare “non penso niente di male contro Emmanuel ( e ci mancherebbe pure…)  ma sicuramente la città si è schierata con Amedeo”. E proprio quest’ultima considerazione è probabilmente alla base dell’imbarazzante interrogazione del Movimento 5 Stelle, che parte dal presupposto, non si sa bene basato su cosa, che “si starebbero rilevando scenari diversi rispetto a quanto riportato dai media (quali? perché gran parte di quelli locali praticamente da subito hanno preso una posizione più favorevole a Mancini) nei giorni immediatamente successivi”, per arrivare a formulare l’improponibile richiesta, all’amministrazione comunale, di valutare se non sia il caso “di aprire un contenzioso per richiesta danni all’immagine della città verso chi dovesse essere ritenuto responsabile della strumentalizzazione mediatica del grave fatto”.

Strumentalizzazione che, secondo i grillini fermani, avrebbe “creato alla città un danno d’immagine difficilmente sanabile dal punto di vista turistico e culturale”. C’è da rabbrividire di fronte a tanta pochezza, c’è da sperare in un intervento dei vertici nazionali del Movimento per stigmatizzare il comportamento dei componenti fermani. Per i quali, al centro di questa tragica vicenda, non c’è la morte di una persona per una vicenda a sfondo razziale, non c’è il dramma che sta vivendo la compagna di Emmanuel e anche, perché no, quello di un ragazzo di 35 anni che, comunque siano andate le cose, ha commesso qualcosa di grave che condizionerà il resto della sua vita. C’è, invece, l’eventuale danno d’immagine (per chissà quale motivo) provocato dalla “strumentalizzazione mediatica”.

Durissimo il commento dell’ex presidente della Provincia di Ascoli e attuale consigliere comunale fermano Massimo Rossi. “Ora a pescare nel torbido ci si mettono pure i 5 Stelle – afferma – che squallore. Ciò che inquieta è che quanto accaduto avrebbe dovuto innescare una dolorosa riflessione autocritica sul generale scadimento del livello di civiltà che ormai caratterizza le nostre comunità, in cui possono impunemente svilupparsi movimenti e comportamenti disumani. Invece no: oltre all’indulgenza nei confronti dell’autore dell’omicidio, con l’aiuto di “certa stampa”, nella città si è compattato un grumo di risentimento nei confronti delle realtà dell’attivismo umanitario, che con la propria azione di denuncia e di tutela nei confronti delle vittime, avrebbero innescato, una sorta di oltraggio alla reputazione della città.  Questa ignobile iniziativa dei 5stelle, offrendo una sponda politica a queste inqualificabili posizioni, alla faccia della buona politica decantata da costoro, ha lo scopo evidente di pescare subdolamente consenso in questa torbida “zona grigia” dell’opinione pubblica. Che vergogna!”.

In un simile contesto il rischio ulteriore è quello di perdere di vista i fatti come al momento sono , la realtà che fino ad ora emerge (e che, naturalmente, è passibile di mutamenti nel momento in cui si conosceranno gli esiti di tutti gli accertamenti effettuati). E la realtà, cruda e sicuramente poco piacevole, dice con certezza che un uomo arrivato nel nostro Paese in cerca di protezione (Emmanuel era scappato dalla Nigeria dopo che l’organizzazione terrorista Boko Haram aveva incendiato una chiesa e, nell’assalto, erano morti i genitori di entrambi e una loro figlia) è stato ucciso nel centro di Fermo, dopo aver ricevuto (la sua compagna) un grave insulto razzista.

Poi quale sia stata la meccanica degli avvenimenti, come siano andate realmente le cose lo si capirà nei prossimi mesi e verrà sancito dal procedimento giudiziario. Al momento, però, al di là delle interpretazioni arbitrarie, delle voci raccolte da una o dall’altra parte, dalle tesi che molti cercano di sposare aprioristicamente, i fatti certi dicono alcune cose chiare e inconfutabili.

Innanzitutto che si è trattato di un omicidio a sfondo razziale, come sancisce la Procura (l’accusa nei confronti dei Mancini è di omicidio preterintenzionale con l’aggravante razziale). Poi che allo stato dei fatti non si può parlare di legittima difesa (che, d’altra parte, fino ad ora non è stata invocata neppure dalla difesa). Lo hanno ribadito il Gip di Fermo prima e il Tribunale del riesame poi che hanno respinto due istanze degli avvocati difensori di Mancini, la prima per la concessione degli arresti domiciliari, la seconda per la richiesta di scarcerazione.

Non può sussistere, allo stato dei fatti in mano alla procura, la giustificazione della legittima difesa – scrive il Gip Caporale – altrimenti la misura andrebbe revocata e non semplicemente sostituita. D’altra parte l’indiziato ha inferto il pugno letale dopo essersi avvicinato nuovamente”. Ed è sconcertante il fatto che, nonostante quanto riportato nella sentenza del Gip, alcuni quotidiani locali per giorni hanno continuato a parlare di “legittima difesa”, senza neppure l’uso del condizionale.

Il Gip, in realtà, aveva concesso a Mancini gli arresti domiciliari ma condizionati all’uso del braccialetto. Che però, nello sconfortante universo del sistema giudiziario italiano, non sono al momento disponibili e, quindi, l’ultras fermano deve restare in carcere (fino a che non se ne troverà uno). Ma la stessa Procura di Fermo ha sottolineato  come con  la concessione dei domiciliari “non ci sia stata alcuna attenuazione della misura”.

Questa è la situazione reale e concreta, al di là delle illazioni e delle interpretazioni di parte, ad oggi del tragico caso fermano. Ovviamente quando arriveranno gli esiti di tutti gli importanti esami effettuati forse si potranno chiarire meglio le dinamiche di quella giornata e, di conseguenza, la posizione di Mancini potrebbe cambiare (in senso positivo o negativo).

Rimanendo fedele al principio di non prendere neppure in considerazione le voci e le presunte anticipazioni che si rincorrono circa l’esito dell’autopsia, di certo c’è che un primo risultato è stato svelato, quello delle analisi compiute dai Ris di Roma sul paletto del segnale stradale che, secondo quanto dichiarato da Mancini, Emmanuel avrebbe prima impugnato per minacciarlo, per poi scagliarglielo contro.

Ebbene i risultati delle analisi del Ris hanno evidenziato che non sono presenti tracce del Dna di Emmanuel sul paletto, mentre ce ne sarebbero di Mancini. Un dato che potrebbe risultare importante, anche se è presto per tirare le somme.

Questo è quanto raccontano gli atti fino ad ora, non una verità definitiva e incontestabile, ma una storia decisamente diversa dai quella narrata, senza fondamento, da troppe persone. Poi, magari, tra qualche giorno i risultati degli accertamenti disegneranno un racconto differente.

Ma fino ad allora sarebbe opportuno che gli organi di informazione si sforzassero a raccontare la realtà per quello che è (e non per come vorrebbero che fosse). E che il mondo politico locale evitasse inutili salti in avanti, cercando di speculare e strurmentalizzare fatti ancora tutti da chiarire

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