Crimini di Stato


Dalla vicenda Aldrovandi alla recente condanna di 3 carabinieri per la morte di Riccardo Magherini, senza dimenticare i vergognosi fatti di Genova. Le violenze di una parte minotaria delle forze dell’ordine continuano a far discutere mentre Parlamento non riesce ancora ad approvare una serie legge sul reato di tortura, nonostante le pressioni delle Nazioni Unite

Sono passati 11 anni da quando, la mattina del 25 settembre, il 18enne studente ferrarese Federico Aldrovandi venne ucciso a calci, pugni, manganellate da 4 poliziotti (Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani, Luca Pollastri). Chi lo conosceva lo ha sempre descritto come un ragazzo tranquillo, allegro, di sicuro non un soggetto pericoloso. Gli amici che quella mattina lo lasciarono a poche centinaia di metri da casa, dopo una serata trascorsa al Link di Bologna, sono concordi nel dire che era sereno e tranquillo.

Dalle analisi successive risultò che nella notte aveva assunto sostanze stupefacenti ma in modica quantità. E di certo Federico non era un drogato e tanto meno un soggetto pericoloso. Cosa accadde quella mattina, come tutto sia iniziato è difficile da ricostruire. Quello che è certo, purtroppo, come tutto sia tragicamente finito, con la morte di Federico per asfissia da posizione (torace schiacciato sull’asfalto dalle ginocchia degli agenti)  e il corpo del povero ragazzo sfregiato da 54 lesioni ed echimosi.

Con un castello di menzogne e omissioni, costruito anche con il supporto di alcuni colleghi, gli agenti che poi verranno condannati in via definitiva a 3 anni e 6 mesi di reclusione per “eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi”, sostennero di essere intervenuti per “fermare un ragazzo che si stava facendo male” ( e per aiutarlo a non farsi male l’hanno ammazzato…), citando anche una chiamata in Questura che, però, poi si scoprirà essere stata fatta da alcuni residenti del luogo allarmati dalle grida che arrivavano dalla strada quando già la tragedia era in atto.

Ai genitori di Federico, che furono avvisati solo 5 ore dopo l’accaduto, fu detto che il ragazzo era morto per un malore, ma tutte quelle lesioni ed echimosi sul suo corpo resero da subito improponibile la ricostruzione. Solo grazie alla tenacia e alla forza della madre (soprattutto) e degli amici di Federico si è riusciti a fare un po’ di chiarezza, fino ad arrivare al processo e alle condanne. In un altro procedimento, poi, 3 poliziotti sono stati condannati per depistaggio, mentre un quarto agente (che non ha accettato il rito abbreviato) andrà a giudizio nei prossimi mesi.

Nonostante tutto la memoria di Federico e l’immenso dolore dei genitori continuano ad essere insultati ed oltraggiati. Basterebbe pensare che tre dei quattro poliziotti condannati hanno regolarmente ripreso servizio, sia pure in uffici amministrativi, mentre da anni il presidente del sindacato di polizia Sap sta conducendo una vergognosa campagna, con la delirante motivazione che “le vere vittime del caso Aldrovandi sono i 4 poliziotti”.

Un rappresentante della legge, un uomo delle forze dell’ordine per il quale la legge non conta, quello che è sancito da tre gradi di giudizio è soltanto un optional. Basterebbe questo per capire la gravità della situazione, il comportamento inqualificabile di una parte, sicuramente minima, dei rappresentanti delle forze dell’ordine che mina la credibilità, la fiducia che i cittadini dovrebbero riporre nelle forze dell’ordine stesse, la cui maggioranza è sicuramente composta da agenti e funzionari impeccabili, che svolgono il loro lavoro nel migliore dei modi. Però anche e soprattutto loro dovrebbero riflettere, ad esempio sul perché il caso Aldrovandi dopo 11 anni continua ad essere così di attualità.

Undici anni fa, una sera mentre tornava a casa fu fermato e poi colpito, di nuovo colpito, di nuovo e ancora colpito steso a terra fino alla morte Federico Aldrovandi – scrive la deputata del Pd Giuditta Pini sul proprio profilo facebook per ricordare Federico – quella sera in via dell’ippodromo ci potevo essere io, ci potevi essere tu. Undici anni, ma sembra ieri. Oggi un pensiero va alla mamma, al papà e al fratello di Federico che in tutti questi anni non hanno mai smesso di lottare per la verità e per la giustizia. Perché cose così non devono più succedere”.

Un post che, di fatto, è anche una risposta alla nostra domanda. E’ triste ammetterlo,  ma i fatti e le vicende di questi anni dimostrano che, in effetti, al posto di Federico ci poteva essere chiunque. Soprattutto, però, cose così, purtroppo, sono sempre successe e continuano a succedere.

E’ del luglio scorso la sentenza di condanna per tre carabinieri ritenuti responsabili della morte di Riccardo Magherini (figlio dell’ex giocatore dell’Ascoli)  “per arresto cardiocircolatorio per intossicazione acuta da cocaina associata ad un meccanismo asfittico”. Dopo una serata movimentata, in preda ad una crisi di panico, Magherini viene fermato ed immobilizzato dai carabinieri in una strada di Borgo San Frediano.

Secondo quanto riferito da tre testimoni, quando già Riccardo è immobilizzato e ammanettato per terra, un carabiniere gli sferra calci al fianco destro, mentre altri testimoni (diverse persone assistono alla scena dalle finestre) raccontano di un militare che tiene il ginocchio sul collo dell’uomo. Ci sono anche dei video sulla vicenda, in uno si sente un ragazzo che si trova a pochi metri dall’accaduto che dice al carabiniere di non dare calci, con il maresciallo che risponde di “non rompere i coglioni”. In un altro video si sente un’altra voce che dice non dategli i calci, chiamate l’ambulanza”, mentre Riccardo urla “vi prego chiamate l’ambulanza, salvatemi”.

Secondo la ricostruzione all’1:28 Riccardo smette di urlare, l’ambulanza comunica di essere arrivata sul posto all’1:33. La prima volontaria che si avvicina gli solleva le palpebre e vede le pupille dilatate, chiede immediatamente l’intervento del medico e, ai carabinieri, di togliere le manette a Riccardo e di girarlo ma i carabinieri rifiutano di farlo, nonostante dall’applicazione del saturimetro risulta che non c’è alcun parametro di vita (pensano che non funzioni…). L’automedica arriva sul posto all’1:45, dovendosi fermare 50 metri prima per le auto incolonnate. Appena giunti sul posto il medico e l’infermiere si accorgono che Riccardo è in arresto cardiaco.

Solo allora viene messo a pancia in su e solo successivamente, su richiesta del medico, gli vengono tolte le manette. Inutili, a quel punto, le manovre per cercare di rianimarlo. I giudici nella sentenza di condanna sosterranno che i tre carabinieri, giunti sul posto, “dopo non senza difficoltà averlo ammanettato e immobilizzato, ne hanno causato la morte tenendolo prono a terra in situazione idonea a ridurre la dinamica respiratoria per un tempo di almeno un quarto d’ora”. Una condotta che il pm Luigi Boccolini ha definito “contraria non solo a una circolare che raccomandava di sollevare da terra i fermati in stato di agitazione, ma anche al semplice buon senso”.

Potremmo proseguire parlando della vicenda di Stefano Cucchi, dei casi di Marcello Lonzi, Riccardo Rasman, Aldo Bianzino, Giuseppe Uva, Gabriele Sandri. Va detto che dopo il caso Aldrovandi qualcosa è cambiato nella percezione dell’opinione pubblica e dei media, tanto che sono venuti alla ribalta negli ultimi anni anche libri-denuncia su queste e altre vicende, come “Violenti in divisa” di Tommaso Della Longa e Alessio Lai e “Malapolizia” di Adriano Chiarelli.

E’ giusto anche ricordare che, alcuni anni prima del caso Aldrovandi, c’erano stati i fatti del G8 di Genova (luglio 2001), una delle pagine più buie della storia della nostra repubblica, una vera e propria onta per tutto il sistema delle forze dell’ordine italiane. Le cariche immotivate e violente in piazza Manin, le violenze e gli abusi nella caserma di Bolzaneto, la spedizione violenta e punitiva alla scuola Diaz, con quella che venne definita “la macelleria messicana”, sono fatti indegni persino per un paese del terzo mondo e che hanno gettato discredito nel panorama internazionale sulle nostre forze dell’ordine.

Solo per non dimenticare, per i fatti della caserma di Bolzaneto sono state 44 le condanne poi, a parte 7 casi, cadute in prescrizione ma con l’obbligo di risarcimento delle vittime delle violenze e degli abusi . Successivamente la Corte dei Conti ha quantificato in 12 milioni di euro il danno patrimoniale e di immagine, imputato anche a chi non era stato condannato, come il magistrato Sabella e il generale Doria.

Dopo tre gradi di giudizio, invece, per i vergognosi fatti alla scuola Diaz sono state emesse 25 condanne (su 27 citati in giudizio) tra cui gli alti funzionari della polizia presenti all’irruzione: il capo dell’anticrimine Francesco Gratteri (4 anni), l’ex comandante del primo reparto mobile di Roma Vincenzo Canterini (5 anni), Giovanni Luperi (a 4 anni), il dirigente della Digos Spartaco Mortola, ( 3 anni e 8 mesi), il vice direttore del Servizio Centrale Operativo Gilberto Calderozzi  (3 anni e 8 mesi).

Per i fatti accaduti in piazza Manin il Ministero dell’Interno è stato condannato a risarcire numerosi manifestanti per l’uso ingiustificato della violenza, da parte delle forze dell’ordine. Ma il Ministero non si è potuto rivalere nei confronti di nessun agente perché non è stata possibile alcuna identificazione a causa dei caschi della tenuta antisommossa e dei fazzoletti indossati davanti al viso. Impunità, purtroppo difesa a denti stretti dai vertici e da gran parte dei sindacati delle forze dell’ordine, da sempre tenacemente contrari ad ogni forma di possibile riconoscimento (interno) degli agenti in queste circostanze, come invece avviene in moltissimi paesi europei (ad esempio con un codice o un numero identificativo sul casco).

Nei mesi scorsi, poi, a gettare ulteriore vergogna su questa vicenda la scoperta delle sanzioni interne attribuite per i fatti della Diaz (i pestaggi violenti e le false prove), appena 47,57 euro. Senza dimenticare che anche chi è stato condannato dalla giustizia ordinaria non solo ha continuato a svolgere il proprio ruolo ma, addirittura, in alcuni casi ha anche ottenuto una promozione. E a 15 anni di distanza da quei fatti, così come in tutte le altre occasioni citate, dai vertici delle forze dell’ordine non sono mai arrivate parole di scusa. E tutto ciò è possibile anche e soprattutto a causa di un sistema politico che continua a rifiutare di intervenire con leggi che regolamentino meglio la materia.

Da anni, ad esempio, il nostro Parlamento non riesce ancora ad approvare una serie legge sul reato di tortura. In tal senso emblematiche le parole del ministro Alfano secondo cui “le forze dell’ordine stanno facendo un lavoro eccellente, che non può avere il freno derivante dall’ansia psicologica o dalla preoccupazione operativa in un contesto complesso nel quale dovrebbero venire a trovarsi”. Evidentemente per il ministro punire la tortura costituirebbe “un’ansia psicologica” per i rappresentanti delle forze dell’ordine. Magari per metterli ulteriormente tranquilli si potrebbe pensare anche a degli incentivi per chi pratica tortura…

Chissà se Alfano ha mai pensato come faranno i rappresentanti delle forze dell’ordine di quasi tutti i paesi europei che, pure, hanno da tempo introdotto il reato di tortura. In realtà un disegno di legge sul tema è attualmente in discussione al Senato che, però, lo ha già modificato rispetto al testo proveniente dalla Camera con la semplice aggiunta di una parola magica: reiterate. In pratica, per poter essere indicate come tortura, le violenze subite da una persona ad opera delle forze dell’ordine devono essere “reiterate”.

Un unico atto violento, un bel pestaggio fatto da più persone non basta a configurare il reato. Ma neppure questo è sufficiente, il ministro ha auspicato ulteriori modifiche che, di fatto, svuoterebbero ulteriormente di significato una norma che le Nazioni Unite ci chiedono da anni. Siamo al paradosso, da decenni la legge viene affossata proprio con il pretesto che una definizione troppo stretta di tortura potrebbe legare le mani agli agenti che, nello svolgimento del loro dovere, un po’ di violenza devono pur usarla. Si finge di continuare a discutere su come definire la tortura, ignorando (o più propriamente fingendo di ignorare) che una definizione esiste già ed è quella inserita dalle Nazioni Unite nella Convenzione siglata nel 1998.

Secondo quel documento la tortura  è “qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito”.

L’ulteriore paradosso è che quella convenzione l’Italia l’ha pure sottoscritta (nel 1998), però continua a rifiutare di introdurre il reato nel proprio ordinamento. Cosa che non accadrà neppure se il testo ora in discussione diventasse legge perché in quel disegno di legge non viene citato il requisito fondamentale del dover essere un pubblico ufficiale per poter commettere tortura. Che non è e non sarà mai una violenza privata, per quella ci sono già nel nostro ordinamento sufficienti fattispecie. La tortura è per definizione un evento pubblico, spesso usata da regimi o da sistemi per affermare il proprio dominio sul singolo cittadino, per affermare una rottura dello stato di diritto. Proprio come accaduto nei fatti di Genova quando, nel silenzio delle alte istituzioni dello Stato, lo stato di diritto è stato ripetutamente violato.

Ed è davvero difficile comprendere per quale ragione la politica continui a non voler conformarsi a quanto avviene nel mondo civile, perché faccia muro contro una seria legge capace davvero di punire la tortura. Una protezione sciocca e incomprensibile nei confronti delle forze dell’ordine che, invece, avrebbero bisogno proprio di simili interventi per  ottenere quel rispetto e quella tutela che le loro tantissime componenti oneste meriterebbero

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