Troppo poveri per divorziare


La crisi e le difficoltà economiche fanno diminuire divorzi e separazioni nelle Marche, con il 50% delle coppie divorziate che continua a vivere sotto lo stesso tetto per mancanza di soldi. Drammatica la situazione di un numero crescente di padri separati che, secondo il rapporto Caritas, costituiscono quasi il 50% dei “nuovi poveri”

Il divorzio ai tempi della crisi. Il dramma che spesso si trova ad affrontare chi vive una separazione o un divorzio è descritto in maniera lucida e perfetta dal film di De Matteo “Gli equilibristi”, vincitore di due David di Donatello e di numerosi altri riconoscimenti. Il film, uscito nel 2012, racconta la storia di un impiegato comunale (splendidamente interpretato da Valerio Mastandrea) che dopo la separazione dalla moglie (Barbara Bobulova) pian piano finisce nel vortice della disperazione, fino a tentare il suicidio, schiacciato dalle difficoltà che derivano dal dover vivere con 1.200 euro al mese, continuando a versare gli alimenti per i 2 figli e a pagare il mutuo della casa, dovendo al contempo pagare anche l’affitto della sua nuova abitazione.

Un’impresa titanica che pian piano lo spinge a fare una vita da barbone, dormendo in macchina e mangiando nelle mense per i poveri, una situazione drammatica che lo porta verso la progressiva povertà, privandolo anche della sua dignità. Nel film, alla fine, quell’impiegato comunale viene salvato dalla moglie e dalla figlia e torna a casa in famiglia. Nella vita reale, invece, quasi sempre il lieto finale non c’è.

“Happy ending”  a parte, quel film è uno  spaccato impietoso ma terribilmente rispondente alla realtà che fotografa in maniera lucida e implacabile quale sia oggi la situazione della maggioranza delle persone che deve affrontare un divorzio o una separazione. Un’insormontabile difficoltà di sopravvivere dignitosamente che spinge sempre più coppie sposate a rimanere insieme, anche se il matrimonio e la loro unione di fatto è terminata. Sono gli effetti della crisi che non risparmiano neppure il matrimonio e che ora sono certificati in maniera inequivocabile anche dai dati.

La crisi e le difficoltà economiche hanno prodotto una decisa diminuzione di separazioni e divorzi in Italia. E’ quanto emerge dall’annuale indagine dell’Istat che traduce in numeri ciò che quel film ha così drammaticamente fotografato. Secondo i dati forniti dall’Istat nell’ultimo anno in Italia le separazioni sono state 93.690 e i divorzi 63.597, entrambi in calo rispetto all’anno precedente (rispettivamente -4,6% e -0,6%). Ben più marcato il calo nelle Marche dove ci sono state 1.913 separazioni (-8,9% ) e 1.140 divorzi (-12%). Numeri che, rapportati ai coniugati, vedono la regione al 17esimo posto nell’indice delle separazioni (249,1 ogni centomila coniugati) e al 12esimo per divorzi (148,5 ogni centomila coniugati).

Dati che sono ancor più significativi se si considera che negli ultimi 2 anni sono state approvate due leggi che in teoria avrebbero dovuto facilitare l’iter di separazioni e divorzi: parliamo innanzitutto della legge 55/2015 sul divorzio breve, ma anche del decreto legge 1322 del 12 settembre 2014, poi convertito nella legge 162/2014. La prima ha ridotto i tempi di attesa dalla separazione al divorzio, stabilendo in 6 mesi  la durata del periodo di separazione ininterrotta che consente di richiedere il divorzio in caso di separazione consensuale, indipendentemente dalla presenza di figli. E’, invece di 12 mesi il tempo di separazione ininterrotta necessaria per richiedere il divorzio in caso di separazione giudiziale.

La seconda, all’interno di una serie di misure per alleggerire il carico dei tribunali civili, ha introdotto due modalità inedite per gli accordi di separazione e di divorzio. La prima è la «negoziazione assistita» da avvocati, uno per parte, consentita anche in presenza di figli minori o portatori di handicap o economicamente non autosufficienti (in questo caso l’accordo dev’essere autorizzato dal pubblico ministero). L’altra è la possibilità di concludere gli accordi direttamente in Comune, se non ci sono figli minori e con alcuni limiti per la parte economica.

Questa seconda via ha un costo irrisorio – in pratica quello delle marche da bollo – e verosimilmente anche per questo è stata scelta da un numero più ampio di persone, al punto che in alcuni grandi Comuni (le cronache raccontano in particolare di Milano, Torino e Bari) si sono create lista di attesa di svariati mesi. Va anche detto che , come al solito, non tutti i Comuni marchigiani si sono fatti trovare pronti a questa nuova opportunità.

Il fatto è che la diminuzione di separazioni e divorzi non è certo legata ai tempi lunghi (ed eventualmente ai costi) di tutto l’iter quanto alla difficile situazione economica che si rischia di vivere poi, dopo il divorzio o la separazione.  E ,a conferma di ciò, arriva un’indagine effettuata dall’istituto di ricerca Demoskopea per comprendere come cambia la situazione economica dopo una separazione. E il risultato che emerge è inequivocabile: il divorzio peggiora le finanze. E i dati dell’indagine, relativi alle Marche, non lasciano spazio ad interpretazioni.  Il 56,2% dei separati o divorziati della regione, dopo la fine del matrimonio, denuncia una condizione economica peggiorata, il 25% va a vivere in affitto, il 50% dichiara di abitare ancora sotto il tetto coniugale, insieme all’ex partner, per necessità di tipo economico, il 37,5% continua a pagare un mutuo pur non vivendo più, in molti casi, nell’abitazione coniugale, il 42,1% si è visto rifiutare la concessione di un nuovo prestito dalle banche.

La fine di un matrimonio è uno degli eventi psicologicamente più provanti e spesso ha ripercussioni anche sulla vita economica degli ex-coniugi – spiega l’amministratore delegato di Immobiliare.it che ha commissionato la ricerca Demoskopea –  alla fine di un matrimonio sono spesso legate anche questioni economiche da gestire, come la difficoltà di riuscire ad accedere a un mutuo, una concessione che circa quattro su dieci di coloro che hanno provato a chiedere un nuovo finanziamento si è vista negare, ma anche quella di riuscire a pagare le rate del mutuo già in atto, pur non vivendo più nella casa coniugale, senza dimenticare, soprattutto in caso di presenza di figli, del problema degli alimenti”.

Secondo quanto emerge dall’indagine condotta da Demoskopea queste problematiche coinvolgono maggiormente due categorie: gli under 35 e chi si è separato da meno di un anno. E la situazione ancora peggiore è proprio per i secondi: più della metà di chi ha fatto richiesta per un mutuo se l’è visto negare (52%) e il 55% continua a pagare il mutuo per l’acquisto della casa coniugale, anche se, probabilmente, non ci vive più. A tutto ciò, naturalmente, vanno poi aggiunti i costi che bisogna affrontare per ottenere la separazione o il divorzio. Secondo una stima effettuata dall’associazione Adoc per una separazione consensuale così come un divorzio congiunto – cioè formule con un basso grado di contenzioso legale – le spese sono generalmente comprese fra i mille e i 2mila euro.

Diverso è il discorso quando si entra nel “giudiziale”: in questo caso per gli ex-coniugi si apre la strada del confronto legale, che può arrivare a costare – solo di avvocati – anche 10 o anche 15mila euro. Le stime elaborate dall’associazione dei consumatori Adoc parlano di tariffari che vanno dai 1300 ai 1800 euro per la separazione consensuale, che salgono fra i 2mila e 700 euro e i 3mila e 600 euro per la separazione giudiziale, dopo cui arriverà il divorzio. Per calcolare il costo di quest’ultimo passaggio, Adoc fa una stima che va dai 3mila ai 10mila euro.

Per quanto concerne separazioni e divorzi, in media ci si separa dopo 16 anni di matrimonio, anche se i matrimoni più recenti durano di meno, mentre le nozze religiose risultano essere più stabili. La famosa “crisi del settimo anno” continua a colpire, tanto che in 20 anni le unioni interrotte dopo sette anni da una separazione sono raddoppiate, passando dal 4,5% al 9,3%. La crisi coniugale colpisce principalmente i quarantenni, l’età media alla separazione è di circa 47 anni per i mariti e di 44 per le mogli. In caso di divorzio raggiunge, rispettivamente, 49 e 46 anni.

Questi valori – rileva l’Istat – sono aumentati negli anni per effetto della posticipazione delle nozze in età più mature e per la crescita delle separazioni con almeno uno sposo ultrasessantenne. La tipologia di procedimento scelta in prevalenza dai coniugi è quella consensuale,  nell’ultimo anno si sono concluse in questo modo l’85,4% delle separazioni e il 77,4% dei divorzi. Il 73,3% delle separazioni e il 66,2% dei divorzi hanno riguardato coppie con figli avuti durante il matrimonio. L’89,9% delle separazioni di coppie con figli ha previsto l’affido condiviso, modalità ampiamente prevalente dopo l’introduzione della Legge 54/2006”.

Significativi ed emblematici i dati economici del post divorzio. Nel 20,3% delle separazioni è previsto un assegno mensile per il coniuge che, nel 98,4% dei casi, viene corrisposto dal marito. Nel 58,2% delle separazioni la casa è assegnata alla moglie, nel 20,4% al marito mentre nel 18,4% dei casi si prevedono due abitazioni autonome e distinte, ma diverse da quella coniugale. In media l’entità mensile dell’assegno è intorno ai 500-600 euro che può salire anche ad 800-900 euro in caso di presenza di figli.

Dati emblematici che dimostrano in maniera inequivocabile come il divorzio non sia alla portata di tutti. E come dal divorzio sono spesso i mariti quelli che ricavano le maggiori difficoltà economiche e rischiano di vedere stravolta la loro vita. Detto che, ovviamente, ogni caso è storia a se e che  in alcuni casi la situazione economica in cui versano alcune mogli separate è particolarmente difficile, è però innegabile che l’applicazione aprioristica ed avulsa dal reale contesto familiare del principio volto a garantire “l’analogo tenore di vita”, rischia spesso di finire per peggiorare le divergenze economiche tra i due ex coniugi, dimenticando che lo stesso diritto spetta anche all’altra parte.

La realtà di tutti i giorni, invece, evidenzia come, in nome di questo principio, si verifica una clamorosa disparità, con mogli, che i dati dicono essere la parte economicamente più debole (appena nell’1,6% dei casi spetta a loro corrispondere l’assegno mensile per il coniuge), che sono portatrici esclusive di diritti consolidati e uomini portatori di soli doveri. Un vero e proprio dramma silenzioso che porta padri separati e divorziati, di anno in anno, ad ingrossare le file dei nuovi poveri.

Secondo il Rapporto Caritas 2014, addirittura quasi uno su due dei “nuovi poveri” (oltre il 46% dei casi) è rappresentato da padri separati o divorziati. Centinaia e centinaia di uomini che, per sostenere il mantenimento dello stesso tenore di vita all’ex moglie (e ai figli), non riescono più a garantirsi un tenore di vita quanto meno dignitoso e spesso finiscono addirittura a vivere e dormire in un auto, ridotti al livello di un clochard. E questo, naturalmente, determina anche un grave deterioramento dei rapporti con i figli e uno stato di crescente depressione che può portare anche a gesti estremi.

Le associazioni nate a supporto dei padri separati (tra cui l’Associazione Padri Separati che ha sedi in tutt’Italia, tra cui 3 nelle Marche dislocate ad Ancona, Pesaro ed Ascoli) sostengono che ogni anno sono centinaia quelli che si suicidano. La conferma e l’ufficialità di questo dato in realtà non c’è, ma c’è, invece, la certezza che la situazione che molti di loro vivono è esattamente simile a quella descritta nel film “Gli equilibristi”. Con la differenza, non da poco, che nella vita reale mai o quasi mai c’è poi il lieto fine…

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