Farmaci e sport, attrazione fatale


Farmaci contro la narcolessia per la ginnasta americana Simon Biles, contro la menopausa per la Niyonsaba (argento negli 800), epidemia d’asma per gli atleti ingelsi. Bufera sull’agenzia internazionale antidoping dopo il blitz di hacker russi e la pubblicazione di documenti inquietanti. Che ripropongono il problema dell’abuso di farmaci nel mondo dello sport

Un esercito di asmatici, con prematuri problemi di menopausa e addirittura qualche caso di narcolessia. E’ a dir poco sconcertante la fotografia dello sport internazionale che emerge dalla vicenda “Fancy Bears”, dal nome che si è dato il gruppo di hackers russi che hanno violato il database della Wada (l’agenzia internazionale antidoping) . Nell’immaginario collettivo si pensa ai campioni dello sport come una sorta di superuomini, pronti a superare ostacoli e limiti invalicabili per noi comuni cittadini. Invece questa vicenda (ma anche altre situazioni simili) ci trasmette un quadro che sembra più confacente ad un istituto di cura o per anziani.

La realtà, probabilmente, è un po’ differente e, dietro a questo boom di farmaci usati dagli atleti, si celano problemi che si trascinano da anni e che minano fortemente la credibilità dello sport in generale e, ancora di più, degli organismi di controllo. Già ampiamente compromessa nel corso di questa lunga estate dalla vicenda Schwazer e dal brutto “pasticcio” sul doping di stato della Russia , con le conseguenti decisioni in merito alla partecipazione di atleti russi alle Olimpiadi di Rio.

E proprio il caso Russia sembra essere alla base della vicenda di questi giorni, che ha visto protagonista un noto gruppo di hacker russi dedito al cyber spionaggio (da qui il nome “Fancy Bears”), secondo la Wada collegato in qualche modo al Cremlino, che ha violato il database dell’agenzia internazionale antidoping e che ora sta pubblicando, a puntate, alcuni documenti che riguardano un numero notevole di atleti (fin qui una settantina). E’ bene subito chiarire che su questi documenti non si fa riferimento al doping  ma all’uso, con il via libera dei medici e della Wada stessa, di farmaci che possono contenere sostanze proibite dalle regole antidoping. In pratica sono i cosiddetti Tue (therapeutic use exemptions), giustificati dalla necessità di curare patologie o di risolvere problemi fisici che non si possono trattare con altre sostanze.

Secondo gli hacker russi in realtà si tratterebbe di una copertura a posteriori fornita dalla Wada che, una volta scoperto che decine e decine di atleti sarebbero risultati positivi alla vigilia e durante i giochi di Rio, avrebbe usato questo espediente per evitare lo scandalo e non macchiare irrimediabilmente l’immagine delle Olimpiadi. Naturalmente la Wada smentisce categoricamente questa teoria, anche se, dopo giorni di silenzio, alla fine ha ammesso l’autenticità dei documenti pubblicati dal gruppo “Fancy Bears”.

Al di là di tutto resta lo scalpore e lo stupore provocato sia per i nomi emersi, alcuni molto famosi, sia per i farmaci utilizzati, ma anche per alcuni particolari che definire poco chiari è un eufemismo. Come, ad esempio, il fatto che praticamente tutti gli atleti inglesi presenti in quei documenti (e sono particolarmente numerosi), risultano soffrire d’asma, almeno sulla base dei farmaci assunti (formoterol, ventolin, salmetorol e fluticasone) . Addirittura in un caso due atlete inglese della nazionale di hockey su prato (oro alle Olimpiadi di Rio) hanno ricevuto un Tue con l’esenzione che ha stessa identica durata (di ben 2 anni), prevede lo stesso identico dosaggio e viene addirittura rilasciata lo stesso identico giorno.

Per certi versi clamoroso è poi il caso della ginnasta americana Simon Biles, una delle star delle Olimpiadi di Rio con i suoi 4 ori  e un argento, giustificata dalla Wada per l’assunzione prolungata di metilfenidato, un farmaco stimolante solitamente prescritto a bambini con problemi di deficit di attenzione e iperattività, e di alcune anfetamine solitamente utilizzate da pazienti narcolettici. Non meno imbarazzante la vicenda della medaglia di argento negli 800 metri, Francine Niyonsaba, già finita al centro delle polemiche lo scorso marzo insieme alla Semenya (oro negli 800) e alla keniana Wambui (bronzo sempre negli 800) per l’iperandrogenismo e il presunto intersex (termine usato per descrivere quelle persone i cui cromosomi sessuali, i genitali e/o i caratteri sessuali secondari non sono definibili come esclusivamente maschili o femminili) che secondo gli esperti ha vantaggi innegabili.

La 23enne del Burundi, poco più di un mese prima delle Olimpiadi, ha ricevuto un’esenzione terapeutica biennale per il Livial un farmaco il cui principio attivo – il tibolone, una molecola di natura steroidea – viene utilizzato solitamente per gli stati di carenza degli estrogeni, come avviene durante la menopausa, o per trattare l’osteoporosi post-menopausale. Particolare non irrilevante, avendo effetti anabolizzanti, il tibolone può aiutare l’aumento della massa muscolare. Una vera e propria epidemia d’asma, poi, avrebbe colpito anche la nazionale di calcio femminile canadese (bronzo alle Olimpiadi), con diverse giocatrici autorizzate a prendere il salbutamolo.

Singolare anche il caso della ginnasta americana Lauren Hernandez (oro nel concorso a squadre femminile e argento nella trave) autorizzata a prendere per un mese il methylprednisolone , un principio utilizzato per innumerevoli patologie, senza alcuna indicazione sulle motivazioni che l’hanno spinta a richiederne l’utilizzo. E, cosa ancora più inquietante, a firmare quel Tue, come numerosi altri presenti in quei documenti, è il numero uno della commissione medica della Federazione internazionale di ginnastica, il dott. Michel Leglise, squalificato per vicende poche chiare legate proprio al doping ma ancora abilitato a dare l’ok per l’assunzione a fini terapeutici di sostanze dopanti.

Problemi di asma anche per il campione olimpico britannico (oro sui 5 mila e sui 10 mila) Mo Farah  che, però, come i suoi connazionali Wiggins e Froome (ciclismo) ha sempre negato di aver chiesto e ottenuto Tue. Un po’ differente è, invece, la situazione di altri nomi famosi dello sport internazionale presenti in quei documenti. Parliamo, in particolare, delle sorelle Williams e dell’ex numero del tennis, lo spagnolo Rafael Nadal.

Per le due più famose sorelle del tennis mondiale va detto che l’utilizzo dei Tue risale a 5-6 anni fa ma in entrambi i casi quanto meno ci sono delle motivazioni concrete. Serena Williams, che secondo quei documenti avrebbe fatto uso di oppiacei (oxycodone e hydromophone), oltre a prednisone, prednisolone e methylprednisolone nel 2011 fu colpita da una grave embolia polmonare che la tenne fuori dalle competizioni per diverso tempo. La sorella, Venus Williams, invece, dal 2011 soffre della sindrome di Sjogren, una malattia infiammatoria cronica di natura autoimmune che, per essere curata, ha bisogno dell’utilizzo di antinfiammatori (cortisonici) e immunosoppressori.

Per quanto riguarda Nadal le esenzioni risalgono una al 2009 per il betametasone (un antinfiammatorio steroideo utilizzati per curare un’infiammazione al ginocchio non risolta da altre terapie), mentre l’altra è relativa al 2012 per la coriticotropina, un neutrasmettitore che aiuta a contrastare lo stress.

Ma lo stress e il modo in cui viene affrontato sono componenti fondamentali e decisivi di ogni sport, è giusto che ci sia qualcuno a cui venga permesso di aiutare a superarlo e ad affrontarlo con farmaci, per giunta con sostanze dopanti? E per quanto riguarda il problema dell’infiammazione al ginocchio, qui siamo di fronte ad una linea sottile tra doping e sostanze lecite, ci sono atleti che restano fermi per mesi perché non riescono a superare determinati problemi fisici, altri che si presentano alle competizioni importanti in condizioni menomate, può essere sufficiente la motivazione che le altre terapie non sono servite per permettere l’utilizzo di un farmaco come quello concesso a Nadal?

Non può, ad esempio, non tornare in mente il caso di Vanessa Ferrari che si è presentata e ha gareggiato a Rio con un tendine semi distrutto (nei prossimi giorni addirittura si opererà). Paradossale, a tal proposito, il fatto che proprio la Ferrari al corpo libero a Rio è arrivata ai piedi di quel podio (quarta) occupato anche dalla Biles, cioè l’atleta che ha ottenuto Tue a raffica per utilizzare farmaci che curano la narcolessia. Si può ancora parlare di credibilità dello sport, delle Olimpiadi, di fronte a situazioni del genere?

La Wada ha specificato che non c’è nulla di illecito in quei documenti ma il problema, grave, resta ed è di duplice natura. Innanzitutto il trattamento diverso riservato ad atleti e federazioni differenti, un atteggiamento di base da un lato troppo permissivo, dall’altro assolutamente intransigente. Dall’altro il problema, che si trascina ormai da decenni, dell’abuso di farmaci, non solo per curare infiammazioni e problemi fisici reali, che riguarda tutte le discipline sportive e che è sempre più difficile non considerare qualcosa di simile al doping.

Il caso Sharapova, la tennista russa squalificata per 2 anni per l’uso di Mildronate (farmaco usato nel trattamento delle coronopatie) , è l’emblema di questo duplice atteggiamento e comportamento della Wada. Che differenza sostanziale c’è tra un’atleta che, senza reali motivazioni, utilizza un farmaco per le coronopatie ed un’atleta che utilizza un farmaco contro la narcolessia o la menopausa (a 23 anni…)? Può essere accettato senza problemi il fatto che la prima venga squalificata per 2 anni, mentre le altre vengono addirittura autorizzate ad utilizzare quei farmaci?

Dubbi legittimi, amplificati a dismisura dal caso Schwarzer, con le perplessità che lascia in eredità e la sensazione spiacevole che questa vicenda sia stata usata per colpire chi, come Sandro Donati, da sempre è in prima linea contro il doping e contro le coperture e le omissioni di chi dovrebbe invece perseguire e combattere il doping stesso. Non è certo un mistero che Donati negli anni di nemici ne collezionati tanti con le sue battaglie per la massima legalità e la massima trasparenza. E tutta la vicenda Shwarzer non può non far nascere il dubbio che il vero bersaglio fosse proprio il suo allenatore.

Il marciatore italiano, per altro nel 2012 denunciato per primo proprio dallo stesso Donati, si era affidato a lui al rientro dopo la squalifica proprio per cercare il più possibile di allontanare dubbi. Come raccontano gli stessi Donati e Schwarzer, subito sono arrivate pressioni e minacce. Poi a giugno la notizia della positività al testosterone in un controllo effettuato diversi mesi prima. Un’unica positività, a fronte di decine e decine di controlli, quasi sempre a sorpresa, con tanti punti interrogativi: dai buchi nella catena di custodia del campione raccolto, alle firme mancanti, ai trasferimenti troppo lunghi, ai luoghi di deposito non segnalati, alle aperture e richiusure, congelamenti e scongelamenti da una stanza all’altra del laboratorio, all’anonimato non rispettato. E, soprattutto, un precedente analogo nei confronti di un’altra atleta allenata da Sandro Donati ,  l’ostacolista pugliese Anna Maria Di Terlizzi trovata positiva alla caffeina prima che un’accurata indagine della magistratura scoprisse che quelle analisi erano state alterate da sostanze esterne.

Schwarzer ora ha detto addio alla marcia e allo sport, continuando però a dichiararsi innocente e vittima di una manipolazione atta a colpire Donati. Intanto, però, altri atleti a cui addirittura la Wada ha permesso di assumere farmaci contenenti sostanze proibite e dopanti, con giustificazioni poco credibili, hanno potuto gareggiare e conquistare medaglie alle Olimpiadi di Rio.

L’altro problema che emerge con chiarezza da questa vicenda è l’abuso di farmaci ormai diffuso in ogni sport. E il confine sempre più labile tra uso lecito e doping. Senza usare troppi giri di parole, è davvero credibile che un numero così elevato di atleti inglesi soffrano tutti di asma, al punto da dover prendere farmaci con sostanze proibite che, per altro, producono indiscutibili vantaggi? E non vengono dubbi sulla liceità dell’utilizzo, da parte di un’atleta, di farmaci che solitamente vengono utilizzati sui bambini affetti da deficit di attenzione o iperattività? Quello dell’abuso dei farmaci, tra l’altro, non è un problema nuovo.

Nel 1998 il calcio italiano fu scosso dalla denuncia dell’allora allenatore della Roma Zeman proprio sull’uso eccessivo dei farmaci da parte delle squadre italiane. Allora l’occasione per aprire un dibattito serio e concreto su un argomento così delicato fu persa dal solito atteggiamento da ultras, tipicamente italiano. Da quella denuncia di Zeman scaturì addirittura un’inchiesta giudiziaria, con la Juventus che finì alla sbarra. Alla fine, però, il club bianconero ne uscì con un’assoluzione totale, facendo passare in secondo piano aspetti comunque inquietanti.

Come, ad esempio, il numero incredibile di farmaci presenti negli armadietti delle società italiane di calcio. La Juventus finita sotto processo aveva circa 150 farmaci differenti eppure, dai dati emersi dal processo, nella classifica delle squadre italiane con più farmaci era solamente al 10° posto, con numerose squadre (tra queste anche la Roma di Zeman…) che avevano oltre 200 tipi di farmaci. Non solo, dal processo emerse come ai calciatori di quasi tutte le squadre fossero somministrati farmaci solitamente usati per problemi neurologi, contro la depressione (Samyr), per curare problemi cardiaci.

Nulla di nuovo, in realtà, visto che Beppe Bergomi ha ammesso che nei primi anni della sua carriera all’Inter gli veniva somministrato spesso il Micoren (farmaco che si usa nei casi di affaticamento respiratorio), che, come confermato nel corso di un procedimento penale dal difensore della Fiorentina Galdiolo, veniva già usato nel calcio negli ’70.

E che da allora la situazione non sia in sostanza cambiata è confermato dall’appello lanciato un paio di anni fa dalla Fifa stessa che, sulla base dei rapporti delle ultime edizioni dei mondiali (Sudafrica e Brasile), ha evidenziato come l’uso di medicinali prima della partita è abituale per oltre il 60% dei giocatori. Medie che sono nornali per gli ultrasessantenni ma non certo per atleti che dovrebbero essere all’apice della condizione psico-fisica. Ma è davvero possibile non pensare al doping di fronte a simili fatti, a simili dati?

Si, a patto però di pensare a quei giocatori, a quegli atleti come a dei malati cronici che, per le loro particolari patologie, hanno perennemente bisogno del sostegno di farmaci…

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