Libera morte in libero Stato


La notizia del primo caso in Belgio su un minorenne riaccende lo scontro sull’eutanasia. Che però, al di là delle posizioni  ispirate da principi religiosi, è osteggiata anche da una larga parte del mondo medico-scientifico. La situazione in Italia e nel resto del mondo

Prima o poi doveva accadere, visto che una legge in tal senso è stata approvata nel 2014. Ma la notizia arrivata sabato scorso della prima eutanasia praticata su un minorenne malato terminale in Belgio ha inevitabilmente scosso e riaperto polemiche e dibattiti. E’ il primo caso al mondo per un paziente di meno di 18 anni, oltre al Belgio anche in Olanda c’è la possibilità per i maggiori di 12 anni ma non è mai stata utilizzata.

Adulti con licenza di uccidere” ha commentato la Cei. “La notizia ci addolora – ha aggiunto il presidente della Cei Bagnasco – la vita è sacra e deve essere accolta sempre, anche quando questo richiede un grande impegno. Tutte le persone che credono nella sacralità della vita, tutte non solo i credenti ma anche chi dà un valore alla vita in senso laico diano testimonianza di questo” . Naturalmente di ben altro tenore il commento di chi, da sempre, ha fatto sull’eutanasia una dura battaglia.

Il Belgio è il primo paese al mondo a non girare la testa dall’altra parte di fronte alle condizioni di sofferenza insopportabile che possono colpire anche persone minori – afferma Mina Welby dell’associazione Luca Coscioni – le regole belghe forniscono sufficienti garanzie per prevenire abusi e sopraffazioni del tipo di quelli che accadono nella clandestinità alla quale condannano leggi come quelle italiane. Si fa finta di non sapere che l’eutanasia clandestina è una realtà praticata anche sui minori rispetto alla quale il Belgio è stato il paese al mondo ad avere il coraggio di porre regole a garanzia dei malati, delle loro famiglie e dei medici. Purtroppo il caso di oggi sarà certamente usato come spauracchio per evitare un’assunzione di responsabilità della politica italiana e continuare a girare la testa dell’altra parte”.

Tutto come previsto, posizioni ovviamente antitetiche. I vescovi e tutto il mondo cattolico giustamente difendono la sacralità della vita che riposa sull’insegnamento evangelico che chiede che  sia fatta la volontà del Padre. In questa volontà, che trascende la nostra ed è sempre e sicuramente saggia, anche quando non la comprendiamo, risiede l’accettazione del tratto finale dell’esistenza, anche se il nostro morire è doloroso, anche se assume forme che mortificano la nostra dignità. La vita è un investimento di Dio sull’uomo, la forma più alta della sua volontà creatrice. Lui ce l’ha donata e solamente lui ce la può togliere. Per questo è sacra e l’uomo non ne può disporre. Questa è la concezione religiosa della sacralità della vita che i vescovi e tutto il mondo cattolico fanno bene a difendere e ribadire. Così come  è un loro diritto rivendicare con forza la propria posizione.

L’Italia, però, è una Repubblica laica (lo ha ribadito la Corte Costituzionale con la nota sentenza n. 203 del 1989) e questo significa che lo Stato e la Chiesa non debbono assumere l’uno il punto di vista dell’altro. Lo Stato non deve farsi tutore di una confessione religiosa né tanto meno praticare le sue scelte in funzione di quella. Quindi la discussione sull’eutanasia deve essere fatta da un punto di vista strettamente laico, almeno per quanto riguarda ciò che deve fare lo Stato.

Ma prima di addentrarci in questa disquisizione è giusto sottolineare che cosa un po’ differente è l’eutanasia estesa anche ai minori (per legge possibile attualmente solo in Belgio e Olanda). Quando due anni fa fu introdotta  l’estensione della pratica ai minori, ci furono grandissime polemiche sull’opportunità di farlo e sulle sue modalità. Si disse  allora  che i paletti messi assicuravano la massima rigorosità nelle decisioni. Ma è davvero così?

Secondo la legge belga l’eutanasia può essere richiesta da minori “capaci di intendere e volere” che soffrono di una malattia in fase terminale e si trovano in una condizione fisica che non puo’ essere alleviata, ovviamente con il consenso dei genitori. La richiesta viene poi valutata da un’equipe di medici, psichiatri e psicologi. In realtà, però, quei paletti, a differenza di quanto sostengono i rappresentanti dell’associazione Luca Coscioni, sono messi in discussione, da un punto di vista strettamente laico, da diversi esperti. In particolare si contesta, innanzitutto, il concetto di “dolore che non si può alleviare” visto che secondo la maggior parte dei medici oggi non esistono sofferenze che non si possono lenire con terapie dedicate, dalle terapie del dolore alla sedazione palliativa continua profonda (la cosiddetta “sedazione terminale”) sono molti i mezzi con cui controllare il dolore fisico.

L’altro punto molto controverso è il fatto che, oltre all’equipe medica che ha in cura il minore, deve esserci uno psicologo che ne valuti la capacità di giudizio, visto che la legge belga prevede che sia il minore a chiederla e che i genitori diano, poi, il proprio consenso.  In particolare lo psicologo deve accertarsi che il ragazzino abbia ben capito cosa significa morire. Ma ci può essere un protocollo standard per un simile delicatissimo e complicatissimo accertamento?  E quando lo psicologo e il minore malato parlano per l’accertamento i genitori sono presenti, partecipano, ascoltano?

E, ammesso e non concesso che alla fine il ragazzino capisca realmente cosa significhi morire, se chiede (come accade nella maggior parte dei casi quando un ragazzino è in fase terminale, almeno secondo quanto dicono i medici stessi) cosa succede dopo, cosa lo aspetta dopo che sarà morto, chi lo spiega? Lo psicologo, i genitori o chi altri? Con un simile bagaglio di dubbi e incertezze, siamo sicuri che si possa ancora parlare e si possa ancora chiamare l’eutanasia per i minori un diritto? In tutta sincerità ci sembra difficile, senza dover scomodare la religione.

Detto questo è, invece, giusto discutere sul concetto di eutanasia, partendo innanzitutto da una doverosa spiegazione Quando si parla di eutanasia bisogna, infatti, distinguere tra eutanasia attiva, cioè il decesso provocato da somministrazione di farmaci, e passiva, cioè l’interruzione di cure che tengono in vita il malato. Altra cosa ancora, invece, è il suicidio assistito, un atto autonomo di porre fine alla propria vita con mezzi forniti da un medico. Al di là di Belgio e Olanda, in Europa ci sono altri paesi che hanno legiferato in materia (mentre negli Stati Uniti solo in 5 stati è considerata legale). In Lussumburgo la legge sull’eutanasia è in vigore dal 2009. In Svezia (dal 2010) e in Germania (dal 2015) è ammessa l’eutanasia passiva, in questo ultimo caso, però, a patto che non avvenga uno scambio commerciale. In Spagna sono ammessi sia il suicidio assistito che l’eutanasia passiva, mentre in Francia solo quella passiva è ammessa in presenza dell’autorizzazione di due medici. In Svizzera è consentito, invece, il suicidio assistito (anche a cittadini stranieri), mentre in Gran Bretagna solo in casi estremi (e rarissimi) il giudice può autorizzare l’eutanasia.

Nessuna concessione, invece, al momento nel nostro paese. Dove è già considerato un importante passo avanti il fatto che nel febbraio scorso in Commissione Affari sociali sono approdate 15 proposte di legge (praticamente di tutti i partiti) sul testamento biologico. Si tratta di proposte simili che vedono al centro la volontà di dichiarazione  anticipata nei trattamenti sanitari (Dat) che prevede, per le persone maggiorenni e in grado di intendere e volere, la possibilità di redigere una dichiarazione per indicare la propria volontà, in caso di futura perdita irreversibile delle capacità, sia  sui trattamenti e cure che si intendono fare o rifiutare sia sulle disposizioni del proprio corpo dopo la morte (donazione organi, assistenza religiosa, sepoltura). Secondo la relatrice in commissione (Donata Lenzi) il clima è positivo e si potrebbe arrivare entro fine anno alla discussione in aula.

Sempre a febbraio sono arrivate in commissione anche 4 proposte di legge sull’eutanasia che però da allora sono rimaste ferme e difficilmente verranno a breve messe in discussione. Impossibile ignorare che, al di là di quanto ribadito dalla sentenza della Corte Costituzionale (l’Italia è una repubblica laica), l’influenza della religione in determinate scelte nel nostro paese è ancora molto forte. E sarebbe ipocrita negare che alla base di una certa chiusura ci siano proprio queste pressioni del mondo cattolico.  Però non è solo il mondo religioso a schierarsi contro l’eutanasia.

Mi hanno molto colpito, ad esempio, le considerazioni in proposito, assolutamente laiche e senza alcun condizionamento religioso, del professor belga Etienne Montero, decano della facoltà di giurisprudenza dell’Università di Namur e presidente dell’Istituto europeo di bioteca. Montero, innanzitutto, evidenzia come le condizioni imposte in Belgio dalla legge del 2002 non sono state rispettate né controllate a dovere e l’esperienza belga dimostra l’estrema difficoltà di attenersi scrupolosamente alle intenzioni del legislatore in questo campo.

Con il passare degli anni, poi, la Commissione federale di controllo, con una serie di decisioni (come la possibilità di rifiutare cure palliative), ha incentivato il ricorso all’eutanasia, come dimostrano i dati che dicono come, dai poco più di 100 casi dei primi anni, si sia passati a ben 1536 casi del 2009. In quello stesso anno la Commissione ha considerato legale praticare l’eutanasia anche su chi soffriva di artrosi, poi addirittura che anche la demenza ai primi stadi, che potrebbe portare in futuro a “sofferenze insopportabili”,  può essere considerata come una motivazione che autorizza l’eutanasia, mentre attualmente sono sempre più numerosi i pazienti che soffrono di depressione che ottengono di poterla praticare.  E partendo da queste considerazioni spiega la sua contrarietà all’eutanasia, almeno quella attiva.

L’eutanasia non è una legge che riguarda solo il paziente in fase terminale – spiega – bensì tutta la società che lo circonda. Il malato la chiede, ma nella sua richiesta vengono coinvolti numerosi altri attori (i medici, i familiari, ecc.). Depenalizzare l’eutanasia ha un impatto sociale fortissimo, dalle conseguenze sociali, giuridiche e politiche incontestabili. In questo è molto diversa dal suicidio, dove il soggetto opera in autonomia. Rendere possibile l’eutanasia significa modificare in maniera essenziale l’arte della medicina, che da arte che aiuta a vivere bene diventa arte che provoca la morte. Le conseguenze sulla missione di qualunque medico sono incalcolabili. Il rapporto di fiducia tra medico e paziente viene per forza incrinato.

Le conseguenze sono disastrose anche per le cure palliative: di fatto in Belgio è stato stabilito un nuovo protocollo che considera l’eutanasia parte integrante delle cure palliative, e ciò ispira diffidenza in molti malati gravi. Infine non va sottovalutato il fatto che molte persone fragili (disabili, malati cronici, anziani) si considerano molto più di prima un peso per la società e si sentono in colpa, quasi in obbligo di chiedere l’eutanasia. In una democrazia laica e pluralista, ci sono molti motivi per rifiutare l’eutanasia: la protezione della specificità, dell’integrità morale e dell’immagine della medicina; la protezione delle persone più vulnerabili della società, che è il ruolo specifico del Diritto; il fatto che nessuno può disporre della vita di altre persone (salvo il caso di legittima difesa contro un aggressore ingiusto)”.

Sulla base di simili considerazioni, appare difficile non condividere la posizione di Montero secondo cui la risposta appropriata della società e della medicina deve essere evitare ogni forma di accanimento terapeutico ma, al tempo stesso, applicare in maniera professionale le terapie per alleviare il dolore e i sintomi del male in modo da rendere il più gradevole al malato il suo contesto quotidiano, garantendogli un accompagnamento umano di grande qualità. D’altra parte gli stessi sostenitori dell’eutanasia riconoscono che la medicina possiede oggi le risorse per rendere sopportabili le peggiori sofferenze fisiche. Ed è opinione diffusa che quando il paziente sperimenta queste terapie e l’accompagnamento umano non chiede più di morire.

Naturalmente tutto ciò richiede competenza professionale, spirito di sacrificio da parte del personale sanitario, qualità di ascolto e capacità di accompagnamento. Cose che, senza ipocrisia, non sempre sono facili da trovare nelle strutture sanitarie italiane. Non bisogna, poi, dimenticare che spesso con la richiesta di eutanasia i malati cercano anche e soprattutto di sfuggire non solo dalle sofferenze ma anche dalla loro condizione di isolamento, di abbandono. Ed una società che offre come unica risposta a queste persone l’eutanasia, è una società che ha perso creatività ma, soprattutto, spirito di solidarietà. Sulla stessa lunghezza d’onda si pone la Società italiana di anestesia analgesia rianimazione e terapia intensiva.

Anche al nostro interno cè una pluralità di opinioni – spiega il responsabile del gruppo di studio sulla bioetica – ma la posizione preponderante e ufficiale è di assoluta contrarietà. Sulla scelta di produrre deliberatamente la morte del paziente la società scientifica è contraria anche perché il nostro lavoro si connota in modo completamente diverso. Certo siamo consapevoli che in Italia manca uno sguardo rivolto verso il percorso finale della vita e vige una marcata medicalizzazione di questo momento. E lelemento forse più importante, quello della medicina palliativa, è carente”.

Per concludere è sicuramente fondamentale che in Italia si cominci a discutere seriamente, e sempre da un punto di vista strettamente laico (pur comprendendo pienamente la posizione del mondo cattolico) , di questi argomenti. Partendo, però, dal  presupposto che il compito della medicina deve sempre e comunque essere quello di aiutare a vivere meglio, in ogni fase della vita di una persona, anche quella terminale. E con la consapevolezza che “causare la morte” è  decisamente altra cosa rispetto a “non accanirsi ad impedire o comunque ritardare” la morte ormai incombente e ineluttabile di un essere umano

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