La morte quotidiana della giustizia italiana


Le imbarazzanti vicende giudiziarie degli ultimi giorni confermano che a 30 anni di distanza dal caso Tortora confermano che non è assoluta cambiata la situazione della giustizia italiana. Alle prese con problemi di ogni tipo e in attesa di una necessaria riforma radicale, resa impossibile dallo scontro politico e dalla resistenza della magistratura

Il 15 settembre è una data cruciale per la giustizia italiana. Quel giorno di 30 anni fa la Corte di Appello di Napoli assolse con formula piena Enzo Tortora che un anno prima, il 7 dicembre 1985, era stato condannato a 10 anni e 6 mesi, venendo definito dai magistrati un “cinico mercante di morte” e un individuo socialmente pericoloso, sulla base di clamorose ed improponibili menzogne, raccontate da millantatori di professione, camorristi e figure di infimo livello (per altro non nuovi a questo genere di cose). Per molti quella data è altamente rappresentativa, è considerata il giorno in cui morì la giustizia italiana. In realtà in quel giorno la giustizia ha forse ha avuto uno di quei rarissimi scatti di dignità, cancellando quella ignobile condanna.

E se è giusto legare al caso Tortora l’immagine simbolica della morte della giustizia, bisogna allora puntualizzare che l’agonia che ha portato al decesso in realtà era iniziata molti mesi prima, la notte del 17 giugno 1983 e l’alba del giorno successivo quando, sulla base del nulla, Tortora venne arrestato, prelevato in piena notte da un albergo romano come un pericolosissimo camorrista e poi esposto in manette alla morbosità dei media. E l’agonia proseguì nei giorni successivi quando, nei 18 mesi di carcere, Tortora incontrò gli inquirenti appena 3 volte, prima del processo che il 7 dicembre 1985 segnò l’infamante condanna. E dopo l’improvviso risveglio di quel 15 settembre, la giustizia italiana continuò a morire nei mesi e negli anni successivi, quando nessuno dei pentiti che infangò Tortora venne condannato, mentre i pubblici ministeri che costruirono e portarono avanti quel castello di ignobili infamità fecero tutti grandi carriere.

Il fondo fu toccato alcuni anni dopo, quando il Gip Clementina Forleo (poi divenuta nota al grande pubblico per altre vicende di giustizia), nonostante la successiva sentenza della Cassazione, che non lasciava certo alcun dubbio su come si fossero svolte le cose, respinse le richieste della famiglia Tortora, mettendo proditoriamente in discussione la stessa verità della sentenza assolutoria. Il guaio è che da allora la giustizia italiana continua a morire quasi ogni giorno.

Come dimostrano i fatti delle ultime ore che raccontano ancora storie di ordinaria malagiustizia. Quella di Antonio, 70enne piemontese condannato ad un anno di reclusione per stalking per aver regalato un mazzo di rose non gradito ad una sua ex. Quell’uomo, una persona che non si è mai sognato di minacciare, tampinare, pedinare e compiere tutti quegli odiosi atti che, per la loro ossessiva ripetizione, possono configurare il reato di stalking, è finito agli arresti. Nunzio, invece, che aveva perseguitato, minacciato e anche picchiato la sua ex, che disperata alla fine l’ha denunciato, è stato arrestato ma rimesso subito in libertà. E, due mesi dopo, ha messo in atto il suo folle piano, uccidendo la sua ex.

Per non parlare poi della storia di Tiziana, la 31enne che ha messo fine alle sue umiliazioni e a quell’insopportabile senso di vergogna suicidandosi, che aveva chiesto con provvedimento d’urgenza di far rimuovere quel maledetto video che le stava distruggendo la vita. La causa l’aveva vinta (ma il video non è stato immediatamente rimosso) ma lei era stata ugualmente condannata a pagare le spese processuali di 20 mila euro.

Non meno sconcertante la vicenda di Amedeo Mancini, l’ultras di Fermo accusato di omicidio per la morte del migrante nigeriano Emmanuel Chidi Nmadi, a cui dal 5 agosto scorso gli erano stati concessi gli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico ma è rimasto in carcere perché non si trovavano più proprio i braccialetti elettronici. Secondo un’indagine condotta dal quotidiano “Il Tempo”,  negli ultimi 20 anni sono circa 23 mila le vittime conclamate di malagiustizia nel nostro paese, mentre lo stato tra ingiuste detenzioni ed errori giudiziari ha dovuto sborsare quasi 600 milioni di euro.

Indissolubilmente legato al problema degli errori giudiziari c’è quello, da anni al centro di ogni discussione, sulla responsabilità civile dei magistrati. Una vicenda che ormai si trascina senza soluzione dal 1987 quando, proprio sulla scia del caso Tortora, gli italiani votarono, in occasione del referendum abrogativo,  con una maggioranza schiacciante (80%) in favore dell’abrogazione del decreto limitativo della responsabilità civile dei magistrati. Ma la legge che venne poi approvata (117/1988) , rimasta in vigore fino alla primavera scorsa, corrispose solo in minima parte all’intento dei promotori del referendum, prevedendo una responsabilità diretta dello Stato e soltanto indiretta del magistrato, previa rivalsa dello Stato. E solo per dolo o colpa grave. I numeri degli anni successivi hanno dimostrato come il risultato referendario sia stato ampiamente tradito e come la responsabilità civile dei magistrati sia rimasta solo virtuale e non reale.

Uno studio sull’applicazione della legge effettuato dal ministero nel 2005 ha dimostrato che in 16 anni si sono verificati appena 6 casi in cui è stata ammessa l’azione contro lo Stato (solo 2 pervenuti ad una condanna a carico dello Stato). Significativo, poi, il fatto che un così basso numero di casi non è dipeso dalle poche azioni di risarcimento presentate che, anzi, sono state frequenti. Solo che un’interpretazione estensiva dell’ammissibilità dell’azione di responsabilità civile ha finito per falcidiare le azioni alla radice. Per questo per anni si è continuato a discutere sulla necessità di un nuovo intervento legislativo tra polemiche e duri scontri che hanno a lungo reso impossibile ogni tentativo di miglioramento.

Poi nella primavera del 2015 il Parlamento, sempre tra grandi proteste, ha approvato la nuova proposta di legge in materia che secondo il ministro Orlando avrebbe comportato “più tutele ai cittadini, più forza all’autorevolezza e all’autonomia della magistratura”.  In realtà la nuova legge non si discosta di molto dalla precedente, mantenendo l’impostazione della responsabilità indiretta (cioè resta il principio per cui è lo Stato che risarcisce direttamente i danni). La nuova norma, però, rende obbligatoria l’azione di rivalsa dello Stato (il risarcimento dovrà essere chiesto entro due anni) ed elimina il cosiddetto “filtro di ammissibilità dei ricorsi”. Novità tra le cause di responsabilità,  tra le quali viene inserita anche l’ipotesi di “travisamento del fatto e delle prove”, mentre sono state anche ridefinite le fattispecie di “colpa grave”.

Naturalmente l’Associazione nazionale magistrati, da sempre contraria a qualsiasi intervento, ha reagito tirando fuori la solita storiella della “politica che approva una legge contro i magistrati”. E, ad un anno dalla sua approvazione, a supporto della propria tesi l’Anm porta i  numeri che evidenziano un sostanzioso aumento dei ricorsi, passati da una media di 50 l’anno degli anni precedenti ai 90 attuali.

Il problema è che i magistrati da sempre mal digeriscono di essere equiparati alle altre categorie, ai “comuni mortali” che, quando commettono un grave errore, poi ne pagano le conseguenze. E’ così per i medici, per i giornalisti, per altri professionisti, perché non dovrebbe essere così anche per loro? Certo non si può negare che in Italia da tempo è in atto un feroce scontro di poteri, con il potere esecutivo che tenta di demolire il potere giudiziario per poterlo controllare.

Ma l’equilibrio di poteri impone anche una reciprocità. Se, infatti, sarebbe aberrante se fosse possibile agire con disinvoltura contro un magistrato (durante la pendenza del procedimento per il quale si intende contestare la responsabilità civile), non meno lo sarebbe il contrario, cioè se si consentisse al magistrato di sottrarsi con disinvoltura da tale responsabilità.

Ma chiunque ha mai avuto a che fare con la giustizia italiana sa che gli errori giudiziari, e tutto quanto ne consegue,  sono solo un aspetto, sia pure particolarmente rilevante, dei tanti mali che affliggono il sistema giudiziario italiano. Come non citare, ad esempio, i tempi lunghissimi, interminabili dei procedimenti (nel civile 500 giorni per la prima sentenza), la terribile confusione che regna in diversi tribunali, la macchinosità  e l’inefficienza del sistema processuale, l’abuso del processo stesso.

Quest’ultimo, in particolare, è un problema determinato da diversi fattori e che inevitabilmente influisce anche sui tempi lunghi e sulla confusione che regna in diverse procure. Di certo influisce la crescente litigiosità degli italiani ma anche la stessa inefficienza della pubblica amministrazione e l’incertezza del diritto. Sicuramente, poi, incide anche l’eccessivo numero di avvocati, senza dimenticare  il fatto che spesso le procure sono intasate da procedimenti minori, che finiscono per portare via tempo e risorse e contribuire a creare quel clima di confusione che regna in diversi tribunali.

Chi, ad esempio, ha mai frequentato il palazzo di giustizia romano ha avuto modo di verificare la situazione ai limiti dell’inaccettabile. Un’esperienza che ho vissuto direttamente e che difficilmente dimenticherò, tra viaggi a vuoto solo per poter visionare gli atti, udienze rinviate per i più svariati motivi (compreso il fatto che non si ritrovavano gli atti…) e la sensazione di essere immersi in un procedimento infinito. Per la verità non molto diversa l’esperienza vissuta nel tribunale ascolano, testimone in un procedimento  per furto, convocato 5 volte per testimoniare in udienza e per 5 volte tornato a casa, dopo ore e ore di attesa, senza essere sentito. Cosa avvenuta, per il tempo record di appena 2 minuti, solo a due anni di distanza dalla prima convocazione.

Due esperienze, due procedimenti che si sarebbero potuti risolvere al massimo in qualche mese e che invece si sono protratti per anni. In un simile contesto la riforma della giustizia da tempo avrebbe dovuto essere una priorità del governo, invece da anni i vari esecutivi si limitano a provvedimenti che non incidono come dovrebbero. E questo determina il fatto che la situazione resti gravissima, più di quanto si pensi. Perché la giustizia è una delle strutture portanti dello Stato di diritto, della democrazia.

Senza un buon sistema giudiziario vi è solo un simulacro, uno scheletro di tutto ciò. Inoltre ha importanti influenze anche sull’economia, senza giustizia l’economia non solo non cresce ma decresce perché smarrisce la fiducia “economica” negli investimenti, nella tutela di un credito, nella tutela dei diritti patrimoniali. Ma allora per quale ragione nessuno dei governi che si è succeduto ha messo in atto una seria e concreta riforma della giustizia?

Innanzitutto perché i rapporti tra sistema giudiziario e politica sono radicalmente cambiati dopo “Mani pulite”, l’inchiesta che ha sconvolto e terremotato il sistema politico di allora e che ha messo fine a quella che viene chiamata la “prima repubblica”. Quelle inchieste hanno determinato la fine di partiti storici come la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista, anche se poi molti degli esponenti di quei due partiti si sono “riciclati” in nuovi schieramenti. E’ chiaro che tutto ciò ha creato da un lato un’evidente tensione tra politica e magistratura, dall’altro ha rafforzato la sensazione che in entrambe le parti ci fosse il desiderio di sopraffare, di porre sotto controllo la parte avversa.

L’ingresso nella politica italiana di Silvio Berlusconi con il suo partito azienda ha, poi, ulteriormente complicato le cose. Le tante inchieste giudiziarie che hanno coinvolto l’ex presidente del Consiglio e numerosi suoi uomini hanno inevitabilmente radicalizzato lo scontro che si è esteso anche al mondo politico, all’interno del quale si sono creati due schieramenti opposti  che hanno reso la situazione incandescente. Se, infatti, da una parte c’era chi, dietro il paravento di una necessaria riforma giudiziaria, celava propositi di vendetta e il chiaro intento di spuntare e ridimensionare le armi dei magistrati, dall’altra chi si è fatto paladino dell’assoluta indipendenza della magistratura di fatto si è chiuso a riccio di fronte all’ipotesi di qualsiasi intervento atto a cambiare il sistema giudiziario.

E la stessa magistratura ha approfittato e cavalcato questa situazione, chiudendosi a sua volta e respingendo qualsiasi tentativo di riforma, trincerandosi dietro la difesa della propria indipendenza e gridando sempre e comunque, di fronte a qualsiasi ipotesi di provvedimento, al tentativo di mettere il bavaglio o di mettere sotto l’ala del controllo politico la magistratura stessa. La situazione si è così radicalizzata e non è cambiata neppure negli ultimi anni, anzi, se possibile si è ulteriormente complicata. Le tante inchieste giudiziarie che continuano ad interessare il mondo politico, la loro spettacolarizzazione, i numerosi casi di politici messi alla gogna e poi scagionati dopo anni , hanno reso ancora più incandescente il clima tra le due parti. E se, con l’ingresso di nuovi partiti e movimenti nella scena politica italiana, il panorama politico è decisamente mutato, lo scontro , pur se tra schieramenti ora decisamente diversi, resta in atto. E determina sempre la stessa situazione, qualsiasi tentativo di intervento viene messo in discussione non sulla base della sua efficacia ma sempre e comunque sul possibile mutamento che potrebbe provocare nel difficile equilibrio tra i due poteri.

Allora è evidente che in un simile contesto è praticamente impossibile anche solo pensare ad una seria e profonda riforma del sistema giudiziario, con il paradosso che tutte le parti in campo, sia negli schieramenti politici ma anche all’interno della magistratura, sono pienamente consapevoli che le cose così come sono non funzionano e che la riforma è da anni una priorità. Come al solito, poi, a pagare le maggiori conseguenze di questa intricata situazione sono i cittadini, coloro che quotidianamente sono costretti a subire tutti i disagi, tutte le difficoltà, tutti i gravi disservizi provocati da una giustizia così mal funzionante.

E questo è l’ulteriore paradosso di questa situazione, nel panorama giudiziario italiano i casi che si intrecciano con il mondo politico, pur essendo molto numerosi, rappresentano comunque una minima parte. Però è proprio quella minima parte continua ad alimentare lo scontro e a bloccare e rendere difficile una riforma così indispensabile per i cittadini, ancora una volta pesantemente penalizzati dagli scontri ideologici e demagogici tra gli schieramenti politici. In un certo senso si può dire che come al solito le beghe e gli interessi della “casta”, per ironia anche di chi dice di volerla combattere e di voler abolire i privilegi della “casta” stessa, finiscono per penalizzare pesantemente il resto dei cittadini.

E così, mentre politici e magistrati continuano a litigare e a mantenere le proprie posizioni ideologiche e un po’ demagogiche, la giustizia italiana è destinata a continuare a morire giorno dopo giorno…

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