E la chiamano giustizia


Offesi, ingiuriati, condannati senza appello da alcuni giornali da 2 anni, 60 dei 66 consiglieri regionali marchigiani indagati sono stati assolti o scagionati dal tribunale di Ancona (e 6 finiranno sotto processo solo per alcuni capi di imputazione) Ma ora sotto accusa finisce la solita “gogna mediatica” e anche l’operato dei pm

E questa gentaglia dovrebbe essere eletta come nuovi senatori? Vergogna”. “La politica è specchio della società, la corruzione nelle Marche è dovunque”. “Ladri, andate in malora. Possibile che non si riesca a farli smettere di rubare? Dovrebbero restituire il maltolto. Poi pene esemplari, infine togliere loro tutti i contributi che hanno versato per la pensione”. “Avanti il prossimo, i mafiosi a confronto a voi sono dilettanti”. “ Non provate a nominare il garantismo che questa volta vi sputo”. “Ma Renzi queste notizie le legge o sorvola? Erano le Regioni da eliminare, grande covo di ladri e malfattori”.

Questi sono solo alcuni dei commenti, neppure i più pesanti, presenti in calce ai “sobri” articoli del “Fatto Quotidiano” dei mesi scorsi sulla cosiddetta vicenda delle “spese pazze” nella Regione Marche. All’epoca, siamo tra il 2014 e il 2015, erano ancora in corso le indagini che riguardavano una settantina (66 per la precisione) di consiglieri regionali, non c’era neppure stata la richiesta di rinvio a giudizio per gli indagati. Eppure erano già in tanti che, “sobillati” anche dagli articoli di alcuni giornali che, da anni, hanno fatto del “giustizialismo” la loro bandiera, avevano già emesso la sentenza senza appello.

Ieri, però, il Giudice dell’udienza preliminare di Ancona, Francesca Zagoreo, ha decretato il non luogo a procedere per 55 dei 61 imputati per il quale era stato chiesto il rinvio a giudizio. Altri 5, invece, avevano chiesto il giudizio abbreviato che, sempre ieri, si è concluso con l’assoluzione con formula piena (“perché il fatto non sussiste”) di tutti e 5 gli imputati: l’ex presidente della Regione Spacca, l’attuale segretario del Pd Francesco Comi, l’ex vicepresidente del Consiglio regionale Giacomo Bugaro (Forza Italia), l’ex capogruppo di Sel Massimo Binci, l’ex addetto al gruppo Pd in Consiglio regionale Oscar Roberto Ricci.

I 6 che, invece, sono stati rinviati a giudizio (che, per spiegarlo ai giustizialisti con i paraocchi , significa che dovranno affrontare un processo, non certo che sono stati già condannati…) per alcuni capi di imputazione sono Ottavio Brini, Franco Capponi, Massimo Di Furia, Enzo Marangoni, Cesari Procaccini, Francesco Massi Gentiloni Silveri.

Con tutto il rispetto che si deve sempre alla magistratura e ai pm che hanno svolto le indagini, praticamente un grosso buco nell’acqua. E, non lo diciamo solo ora ma lo avevamo sostenuto già da tempo, bastava leggere gli atti per rendersi conto che non erano certo in discussione episodi di corruzione o di chissà quali ruberie ma, al massimo, eventualmente qualche eccesso di superficialità in alcune spese o in alcune rendicontazioni. Che, qualora accertate, non sono certo da far passare come se nulla fosse, ma non si può e non è giusto sparare sempre e comunque a zero senza distinzioni e senza minimamente informarsi e saper distinguere le varie situazioni.

Eppure dal momento in cui è partita l’inchiesta è immediatamente partita la “gogna” mediatica, condotta senza scrupoli da alcuni giornali, non solo nazionali ma anche locali. Ed è quanto meno singolare che, in prima fila in questa campagna giustizialista, c’era proprio quel giornale (il “Fatto Quotidiano”) che oggi, di fronte ai problemi con la giustizia dell’assessore della giunta romana a 5 stelle Muraro, grida allo scandalo per i titoloni in prima pagina degli altri giornali.

E sempre il Fatto Quotidiano nel maggio 2015, in vista delle elezioni regionali delle Marche, denunciava la vergogna del “Pdip”, il partito degli indagati, con ben 24 degli indagati dalla procura su 250 candidati. Inoltre, nelle varie trasmissioni televisive che all’epoca si occuparono dello scandalo Marche (insieme alle inchieste su altre regioni), non c’era programma nel quale i vari Travaglio,Scanzi, Barbacetto non sventolavano quella che era diventata la bandiera del “Fatto Quotidiano”, la famosa dichiarazione del vicepresidente della Camera Di Maio, diventato poi un vero e proprio boomerang “non sono a favore della presunzione d’innocenza per i politici, se uno è indagato deve lasciare, lo chiedono gli elettori”.

Oggi, dopo le vicende di Roma ma anche Livorno e altri comuni governati dal Movimento 5 Stelle, sappiamo bene che quello del “Fatto Quotidiano” è un giustizialismo a targhe alterne. E Di Maio, con un’inversione ad U degna di un politico democristiano della prima repubblica, ha cambiato decisamente posizione (naturalmente solo  per i suoi) ed ora sostiene che comunque gli avvisi di garanzia vanno valutati nel merito, bisogna leggere le carte. Al di là di questi penosi giri di walzer, resta il fatto che quelli che ieri sono stati assolti e scagionati dal Tribunale di Ancona per due anni sono stati offesi, ingiuriati, quasi condannati a morte, solo perché indagati.

Sono stati tre anni di sofferenze – afferma il segretario regionale del Pd Comi – è stata una prova durissima per me come persona e come segretario di un partito che rappresenta una grande comunità. Ma è stata una prova durissima anche per la mia famiglia che ha sofferto per me e con me”. “Chi ripagherà l’offesa alla mia morale ed alla mia dignità per aver dovuto partecipare alle elezioni Regionali del 2015 come indagato per peculato?” aggiunge Giulio Natali.

Per la verità all’epoca non è stato solo il Fatto Quotidiano a metterli nel tritacarne della gogna mediatica, anche giornali e quotidiani locali hanno ampiamente fatto la propria parte.  Facendo a gara a chi pubblicava i particolari più clamorosi, dal libro sui segreti dell’orgasmo femminile acquistato con i rimborsi dei gruppi consiliari regionali, alle immancabili cene. E poi alberghi, regali, night e tutto il campionario che viene tirato fuori in queste circostanze. “Un quadro davvero imbarazzante – scriveva allora un quotidiano locale – che demolisce la credibilità della classe politica regionale”. Ed ora, che 60 su 66 sono stati scagionati, si può dire che quelle due sentenze demoliscono la credibilità di diversi giornali, locali e nazionali? E dei pm che hanno indagato in questi anni?

A tal proposito vale la pena leggere il commento, postato su facebook, dall’ex consigliere regionale ascolano Giulio Natali, un esponente politico di cui magari spesso è difficile condividere certe posizioni politiche ma sulla cui integrità in tanti (a ragione, e non solo perché ora è stato completamente scagionato) sono stati sempre pronti a scommettere.

Alla fine del luglio 2014 – scrive Natali – mi era stata notificata la richiesta di proroga delle indagini preliminari in relazione ad un addebito peculato relativo alle spese dei gruppi alla Regione nel periodo 2010-2011-2011. Il 2 agosto ho nominato l’avv. Scaloni che, immediatamente, ha presentato un’istanza per farmi interrogare. Il16 settembre, a fianco dell’istanza, il procuratore di suo pugno ha scritto che avrebbe dato corso al mio interrogatorio immediatamente nel prosieguo delle indagini così come già comunicato verbalmente al mio difensore. Non lo ha mai fatto e nel gennaio 2015 mi è pervenuta la richiesta di chiusura delle indagini preliminari. Poi è stata fissata l’udienza preliminare e in data odierna il Gup ha archiviato la mia posizione (insieme a quella di quasi tutti i co indagati), evidentemente ritenendo che non fosse neanche necessario l’approfondimento della questione in sede dibattimentale, tanto insostenibile era l’accusa. Per quale motivo non sono stato interrogato nell’estate 2014 quando avrei potuto dimostrare la legittimità del mio comportamento, visto che ho prodotto in udienza preliminare gli stessi documenti che avrei prodotto al Pm?”.

Nella stessa posizione di Natali, a quanto risulta, si sono trovati diversi indagati che non sono neppure stati sentiti dal Pm. “Quanto è costata al pubblico erario un’indagine del genere?” chiede ancora, con evidenti valide motivazioni, lo stesso Natali. Ma non si tratta, naturalmente, di un problema solo di costi. C’è, soprattutto, in ballo la dignità di alcune persone, di essere umani che per 3 anni hanno dovuto sopportare questa inaccettabile gogna mediatica che, a quanto pare, magari poteva essere evitata se 2 anni fa il pm avesse avuto il buon senso di ascoltare gli indagati che ne avevano fatto richiesta, dando loro l’opportunità di fornire le necessarie spiegazioni (quelle che secondo il Gup sono state sufficienti per scagionarli).

Già ma questi e quelli posti dall’ex consigliere regionale Natali sono interrogativi che si possono avanzare solo quando tutto è finito, dopo aver sopportato anni di fango, illazioni e insulti. Rispetto ai 60 consiglieri regionali marchigiani è andata meglio all’ex presidente del Pd campano, Stefano Graziano, finito nel tritacarne della gogna mediatica solamente nell’aprile scorso, anche se per motivi sulla carta molto più pesanti: concorso esterno in associazione mafiosa.

Proprio nelle stesse ore in cui il tribunale di Ancona emetteva la sentenza sui 66 consiglieri regionali marchigiani, quello di Napoli accoglieva la richiesta di archiviazione della Direzione distrettuale antimafia (Dda) per l’ex presidente Pd. Anche lui, che si era subito dimesso dalla carica di presidente del partito, dunque è stato completamente scagionato. Almeno dalla giustizia penale italiana, perché da quella mediatica del Tribunale speciale d’Inquisizione del “Fatto Quotidiano” era già arrivata la condanna definitiva.

Renzi aveva appena finito di dire che è passato il tempo della politica subalterna ai pm – scriveva Marco Travaglio il 28 aprile scorso, appena qualche giorno dopo l’avviso di garanzia per Graziano – e si è subito scoperto il perché: il presidente del suo partito in Campania preferiva la subalternità alla camorra, per la precisione al clan dei Casalesi (…) E’ l’ultimo ritrovato della malapolitica all’italiana: la mafia corruzione”.

Due giorni prima, in realtà, il suo giornale ci era andato giù ancora più pesante . “Do ut des in terra di Gomorra – scriveva – ed è così che il politico che dichiarò di non volere un doppio incarico per motivi etici chiese aiuto ai Casalesi per essere eletto; promettendo in cambio di mettersi a disposizione della camorra”.

La storia politica – giudiziaria degli ultimi decenni evidentemente non ha insegnato nulla. O, molto più semplicemente, la guerra mediatica nei confronti del “nemico” non può attendere i tempi (oggettivamente piuttosto lunghi della giustizia).Bbasta poco, un’indagine, un avviso di garanzia per emettere la sentenza definitiva di condanna. Intanto si ottiene l’effetto desiderato, tanto poi quando eventualmente arriverà la totale assoluzione quanti si ricorderanno di quei toni così virulenti e definitivi? E, se proprio ci si ricorda, si può sempre provare a sostenere che a sbagliare non è il proprio giornale ma i giudici, come ha fatto in un farneticante articolo sulla vicenda Penati Barbacetto.

E invece, proprio ora, che anche chi (come il Movimento 5 Stelle), per anni, si è fatto paladino del giustizialismo più becero, si trova a fare i conti con problemi giudiziari, è il momento di cercare di ristabilire un minimo di civiltà. Per ricordare che un avviso di garanzia (in realtà il termine tecnico esatto è informazione di garanzia) è uno strumento di tutela del cittadino, una comunicazione al cittadino stesso dell’esistenza di un’attività investigativa tendente ad accertare un suo coinvolgimento o meno in fatti di rilevanza penale. E, di conseguenza, non è in alcun modo una sorta di condanna anticipata e, quindi, è semplicemente ridicolo anche solo pensare che, di fronte a tale atto, un politico si dovrebbe dimettere dal suo ruolo.

E, naturalmente, questo dovrebbe valere per Spacca, Natali, Comi e tutti i consiglieri regionali che sono finiti nell’indagine marchigiana ma, ovviamente, anche per Muraro, Nogarin, Pizzarotti. In realtà la storia recente del nostro paese dovrebbe insegnare che, addirittura, bisognerebbe aspettare fino al terzo grado di giustizia prima di mettere alla gogna questo o quel politico, come dimostrano, tra gli altri, i casi clamorosi di Errani, Mannino (assolto dopo essere stato 22 anni sotto inchiesta ed aver anche trascorso 23 mesi in carcere…), Penati, Mastella, Fitto, De Luca , Bassolino.

Ma forse sarebbe chiedere troppo ad un paese che ha completamente dimenticato cosa significano i termini giustizia e legalità…

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