Piccoli uomini, ignobili mostri


La terribile storia di una 14enne calabrese, stuprata per anni, e l’ignobile reazione di parte del paese riporta l’attenzione sulle violenze sulle donne e sulle umiliazioni che poi devono subire le vittime di stupro. I numeri e la situazione nelle Marche e i centri a cui rivolgersi in caso di  violenza

Se l’è andata a cercare è una che non sa stare al posto suo”. “Ci dispiace per la famiglia ma non doveva mettersi in quella situazione”. “Sapevamo che era una ragazza un po’ movimentata”. “Sono vicina alle famiglie dei figli maschi. Per come si vestono certe ragazze se le vanno a cercare”. “Le vere vittime sono i ragazzi”. Cronache dal medioevo verrebbe da dire, invece siamo a Melito di Porto Salvo, Italia, nel settembre 2016. E questo è il modo con il quale i residenti hanno commentato una notizia terribile, di quelle che dovrebbe far salire ai massimi livelli lo sdegno, lo stupro di gruppo ripetuto e perpetrato negli anni nei confronti di una ragazzina.

Si, avete capito bene, quella che secondo i “benpensanti” del posto “se l’è andata a cercare” all’epoca in cui è iniziata questa ignobile storia, che si è conclusa con l’arresto di 9 persone tra i 18 e i 30 anni, non aveva neppure compiuto 14 anni. Ora ne ha 16, è una ragazzina di un metro e 55 per 40 chili e negli incontri con la psicologa racconta “non avevo più nessuna stima di me, certe volte li lasciavo fare , se mi opponevo dicevano che ero un’incapace mi veniva da piangere quando tornavo a casa, mi sentivo una merda, una nullità”.

Negli ultimi tempi quasi non mangiava più e spesso non andava più a scuola. Tutto è iniziato quando, a meno di 14 anni compiuti, ha iniziato una relazione con un ragazzo più grande. Una storia come tante ne accadono ovunque che, invece, si è trasformata in un incubo senza fine. Soggiogata e ben presto divenuta succube del ragazzo, costretta ad assecondare tutte le sue richieste, si è ritrovata obbligata ad assecondare un numero sempre crescente di suoi amici.

La violentavano in 9, tenendole fermi o legandole i polsi, poi la costringevano anche a rifare il letto. Quando lei li scongiurava, implorandoli di lasciarla stare, per tutta risposta l’andavano a prendere all’uscita della scuola e, sulla via principale del paese (a pochi passi dalla caserma dei carabinieri), la caricavano in auto e la portavano al cimitero o sotto un ponte o in una casa in montagna a Pentidattilo dove c’era il letto. E quando per un periodo era quasi scomparsa, aiutata da una ragazzo con il quale aveva iniziato una relazione, ecco scattare la spedizione punitiva, con tanto di pestaggio del ragazzo stesso, a ribadire che quella povera e indifesa ragazzina era di loro proprietà.

Questi sono i soggetti a cui è andata la solidarietà di parte del paese, bestie altro che vittime. Ma per capire il livello di squallore di questa storia sarebbe bastato ascoltare il sindaco del paese intervenuto alla fiaccolata organizzata dall’associazione Libera e alla quale hanno partecipato poco meno di 400 persone, la maggior parte provenienti da altri paesi e iscritti a quell’associazione o agli scout. Invece di scagliarsi contro i responsabile di questa barbaria, il primo cittadino non ha trovato di meglio che prendersela con un giornalista del Tg regionale urlando “Certe ricostruzioni uscite sul servizio pubblico ci hanno offeso”.

Non il dramma vissuto da quella ragazzina, non le allucinanti dichiarazioni di alcuni compaesani, ad offendere la comunità di Melito, è la ricostruzione fatta da quel giornalista, il fatto che certe ignobili storie siano venute fuori che hanno offeso Melito. Anno 2016, l’omertà per alcuni, per troppi è ancora un valore. E anche la naturale e normale vivacità di una ragazzina neppure 14enne, la sua voglia di vivere, il suo voler vestire come tutte le ragazzine della sua età possono bastare a giustificare non una violenza sessuale occasionale (per carità, non che si possa mai giustificare anche una sola violenza di questo tipo…) ma quasi tre anni di stupri di gruppo.

Non ci sono parole adatte per definire questa vergogna, di fronte a simili vicende diventa quasi inutile, superfluo continuare a parlare e a lottare contro le violenze sulle donne. Un fenomeno che, secondo l’ultimo sondaggio Istat, in Italia ha colpito quasi 7 milioni di donne. E che, purtroppo, ha ampia diffusione anche nella nostra regione. Dalle ultime rilevazioni dell’Agenzia Regionale Sanitaria (ARS) Osservatorio Regionale Politiche Sociali, risulta, infatti, che ben 422 donne marchigiane nel corso dell’ultimo anno hanno chiesto aiuto ai Centri Anti Violenza (CAV) presenti nel territorio marchigiano. Ma si tratta della punta di un iceberg fatto di migliaia e migliaia di donne che subiscono violenze in silenzio per paura, vergogna, ignoranza, per timore di subire nuove e più pesanti umiliazioni. Come non capirle, come non comprendere questa difficoltà a denunciare, come se non bastassero le pesanti ripercussioni psicologiche determinate da una violenza, da uno stupro, basta guardare quanto accaduto a Melito di Porto Salvo per capire a quali ulteriori pesanti rischi si espone una donna che denuncia una violenza.

Se quella è la reazione di gran parte del paese di fronte ad un episodio così cruento e drammatico su una ragazzina di 14 anni, figuriamoci quando la vittima è una donna adulta, una ragazza. Il minimo che possa accadere è che i suoi modi di fare, il suo modo di vestirsi, di proporsi in pubblico, i suoi atteggiamenti, la sua vita sociale e privata verrà scandagliata e passata ai raggi X, quasi a voler comunque cercare un appiglio, una possibile giustificazione a quanto accaduto, un modo per poter dire, come hanno fatto gli abitanti di Melito, che in fondo “se l’è cercata”.

C’è un interessante studio realizzato dal Dipartimento Studi Sociali e Politici dell’Università di Milano, “Violenza maschile contro le donne e risposte delle istituzioni pubbliche”, che tra i vari aspetti trattati dedica una particolare attenzione proprio alla difficoltà da parte delle donne di denunciare la violenza subita. Dopo aver ascoltato diverse vittime di violenza lo studio conclude in proposito sostenendo che appare molto veritiera l’ipotesi, per spiegare il silenzio delle vittime,  “che esse anticipino delle risposte culturalmente diffuse sia da parte dei possibili interlocutori che degli “addetti ai lavori” istituzionalmente preposti. Queste risposte sono: il rifiuto di credere alla vittima, la banalizzazione di ciò che le è accaduto, oppure la sua colpevolizzazione. Le radici culturali di tali atteggiamenti si trovano nella svalutazione sociale del sesso femminile, la cui voce non viene ascoltata, soprattutto quando si parla di denunce per violenza sessuale rischiano la stessa disattenzione e incredulità, riflettendo i rapporti di potere nella società attuale in cui il sesso maschile è ancora dominante su quello femminile”.

A dar valore, purtroppo, a questo sentimento diffuso da parte delle vittime c’è poi un altro dato che emerge sempre dall’indagine dell’Università di Milano. E’ stato, infatti, chiesto alle donne che hanno denunciato la violenza sessuale subita che cosa hanno fatto le Forze dell’Ordine per aiutarle e quasi il 40% di loro ha risposto con un imbarazzante “nulla”.  Una tendenza che, ovviamente, si accentua quando l’autore dello stupro, della violenza è il marito, il fidanzato, il convivente, un familiare o un amico. In queste occasioni, infatti, si arriva alla formulazione di un capo di imputazione solo nel 27,9% dei casi e, successivamente, solamente nel 45,3% dei casi si arriva ad una condanna. Questo significa che quasi nel 90% dei casi, quando l’autore della violenza è uno dei soggetti sopra indicati, l’autore stesso non subisce alcuna conseguenza di tipo penale.

E dai dati che arrivano dai Cav delle Marche emerge con chiarezza come quasi nel 70% dei casi la violenza avviene proprio nell’ambito familiare o comunque nell’abito delle amicizie. Il luogo che dovrebbe essere un punto di riferimento, relazione e sostegno diviene, invece, sede di violenza, prevaricazione , umiliazione, abuso.  Restando a quanto avviene nella nostra regione, sulla base dei dati dei Cav  la provincia in cui si sono registrate il maggior numero di segnalazioni è Ancona con 143 casi negli ultimi 12 mesi, seguita da Pesaro con 115 casi, Macerata con 57, Fermo 55 e Ascoli 52. Ma, occorre ricordarlo sempre, stiamo parlando solo delle donne che hanno avuto il coraggio di rivolgersi ai Cav, quindi si tratta di dati indicativi e, purtroppo, non esaustivi.

L’altro dato che emerge è che, nella sua drammaticità, il fenomeno è in qualche modo “democratico”, nel senso che non ci sono distinzioni sostanziali di età, cultura, livello sociale. La maggior parte delle donne marchigiane che hanno subito violenza sono comprese tra i 34 e i 53 anni ma, purtroppo in linea con la media nazionale, c’è anche un 15% di minorenni. Come detto non ci sono distinzioni di cultura, visto che le percentuali di donne diplomate, laureate o con la licenza media che hanno subito violenza sono molto simili. Così come per quanto riguarda gli autori della violenza non è assolutamente veritiero il fatto che un’istruzione maggiore possa rappresentare un freno, visto che è alta la percentuale di quelli che sono laureati o diplomati e di coloro che hanno un lavoro stabile. Più del 70% degli autori di violenza nelle Marche sono italiani, a sfatare (si spera definitivamente) il falso mito che sono più spesso gli extracomunitari a rendersi protagonisti di questo orribile crimine.

Un’altra indagine, condotta questa volta da Demoskopea, ci mostra infine quello che può essere considerato un atteggiamento per certi versi contraddittorio. Se, infatti, da un lato c’è questa diffusa diffidenza nei confronti di chi denuncia la violenza, dall’altro, però, la maggior parte dei cittadini italiani dichiara di non ritenere adeguate le pene  per gli autori dei reati di violenza sessuale, chiedendo provvedimenti molto più severi. Addirittura un italiano su tre chiede la castrazione chimica, mentre quasi tutti (il 96% dei cittadini) non ritiene che sia la strada giusta da intraprendere quella della riabilitazione di chi ha commesso violenza. Diversi anche gli altri interventi proposti : “misure di protezione per le donne che denunciano violenza” (20,2%), “aiutare le donne a non sentirsi in colpa” (12,3%), “creazione e sostegno dello Stato dei centri antiviolenza” (9,8%) e “campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica” (8,9%).  Tante cose in più potrebbero fare le istituzioni, così come i cittadini.

Che, innanzitutto, potrebbero iniziare a non giustificare più lo stupro con frasi come  “se l’’è andata a cercare”, “l’ha provocato con quel modo di vestire”, “doveva essere più prudente” e stronzate del genere che umiliano ancora di più la vittima. Non sarebbe tanto ma, di certo, sarebbe già un buon punto di partenza.

CENTRI ANTIVIOLENZA NELLE MARCHE

PROVINCIA DI PESARO URBINO – Pesaro – Via Diaz,10 Parla con noi Tel. 0721 639014 E-mail:parlaconnoi@provincia.ps.it www.eurogiovani.provincia.pu.it www.laprovinciadelledonne.it

PROVINCIA DI ANCONA – Ancona – Via Cialdini 24/A – Associazione Donne e Giustizia Numero verde 800032810 Tel. 071 205376 E-mail: donne.giustizia@libero.it

PROVINCIA DI MACERATA – Macerata – Piazza V. Veneto 14 (San Giovanni) Tel. 0733 1990133 Centro S.O.S. donna E-mail: sosdonna@provincia.mc.it Profilo Facebook Centro antiviolenza Macerata

PROVINCIA DI FERMO – Porto Sant’Elpidio – c/o Punto Accoglienza Territoriale di Villa Murri – Sant’Elpidio a Mare – c/o PAT, Piazzale Marconi n.14 – Fermo – c/o ATS XIX, Piazzale Azzolino n.18 Numero verde 800215809 E-mail: percorsidonna@ontheroadonlus.it

PROVINCIA DI ASCOLI – Ascoli – Consultorio Familiare (stanza 2) – Via Marcello Federici – S. Benedetto del Tronto – Consultorio Familiare – V.le dello Sport, 14 Numero verde 800021314 Tel. 0736 358915 E-mail: centroantiviolenza.ap@alice.it

 

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