Chiedo asilo


Mentre il ministro Lorenzin lancia la contestatissima campagna “Fertility day”, nel nostro paese mandare i bambini all’asilo nido resta un lusso che poche famiglie possono permettersi, tra tariffe elevate e mancanza di posti. Nelle Marche a Macerata e Urbino le tariffe più basse, ad Ascoli la situazione più critica

La sgangherata campagna promossa dal ministro alla salute Lorenzin, l’ormai celeberrimo “Fertility day”, ha avuto quanto meno il merito di riportare l’attenzione su alcuni temi connessi alla decisione di mettere al mondo dei figli: dalla scarsa sicurezza economica con la quale troppe coppie che vorrebbero procreare e mettere su famiglia devono fare i conti, al livello e ai costi, spesso eccessivi, di tutti quei servizi indispensabili per i minori. Primo tra tutti l’asilo nido, servizio assolutamente indispensabile e insostituibile per quelle famiglie nella quali lavorano entrambi i genitori (ormai la maggioranza, anche perché è difficile pensare di tirar su una famiglia con un unico stipendio).

Un istituto relativamente giovane in Italia, nato nel 1971 con la legge 1044 per facilitare l’accesso delle donne al mondo le lavoro. Lo stesso presidente Mattarella pochi giorni fa ne ha ricordato il valore, strettamente collegato al valore sociale dell’occupazione femminile. “La conciliazione tra lavoro e maternità – ha detto Mattarella – è una leva di sviluppo, oltre che sociale e culturale. La maternità non è in opposizione alla produttività. È vero il contrario: dove le donne lavorano di più e i servizi sono migliori c’è maggiore apertura alla maternità”.

Il Consiglio europeo di Barcellona nel 2002, sottolineando l’importanza degli asili nido, aveva fissato per gli Stati membri l’obiettivo di garantire l’accesso a queste strutture educative a tempo pieno ad almeno il 90% dei bambini tra i 3 e i 5 anni e ad almeno il 40% dei bambini al di sotto dei 3 anni. E se il nostro paese ha quasi raggiunto il primo obiettivo, è invece lontanissimo dall’altro. Secondo i dati Istat siamo appena al 12% e la regione con la migliore copertura del servizio, l’Emilia Romagna, non raggiunge il 25%.

Complice anche la crisi economica, le famiglie italiane fanno fatica ad accedere a questo servizio. Già, perchè nel nostro paese mandare i bambini all’asilo nido è un lusso che possono permettersi in pochi, innanzitutto per una questione di prezzi ma anche per un’atavica carenza di strutture. Il dato emerge con evidenza dall’ultimo rapporto redatto da “Cittadinanzattiva” che annualmente analizza il costo delle rette mensili degli asili nido italiani. D’altra parte, però, da sempre l’Italia investe molto poco per la cura della prima infanzia, appena lo 0,2% del Pil. Un dato che dovrebbe far riflettere, così come deve far pensare il fatto che di tutti gli asili nido presenti nel territorio italiano appena il 42% sono strutture comunali mentre il 58% sono istituti privati che, ovviamente, applicano tariffe più elevate e fuori dalla portata di una larga fetta di famiglie italiane.

In realtà non che le cose vadano poi molto meglio nelle strutture comunali, visto che il costo medio per le rette mensili sfiora i 311 euro al mese. Una somma fuori portata per tante, troppe famiglie, anche se poi va detto che la situazione cambia di comune in comune e, soprattutto, diverse amministrazioni comunali prevedono tariffe particolarmente agevolate (o addirittura servizio gratuito) per i redditi più bassi. Mediamente il costo per l’asilo nido, naturalmente sempre per chi può permetterselo, incide per il 12% sulla spesa sostenuta mensilmente da una famiglia. Quel che è peggio, però, è che in generale il costo delle rette di anno in anno continua a crescere, sia pure lentamente, soprattutto al sud (+2,3%), in maniera impercettibile al centro (+0,3%), mentre al nord addirittura si registra una leggera diminuzione (-0,3%).

Avere la possibilità di accedere a servizi per l’infanzia a costi accessibili – spiegano i responsabili di Cittadinanzattiva – significa permettere ad un numero superiore di donne di accedere al mercato del lavoro, migliorare la propria professionalità, quindi di produrre reddito, pagare tasse e, più in generale, di produrre PIL. In Italia questo circuito virtuoso è dimostrabile chiaramente: le regioni con il PIL più elevato sono anche le regioni con il tasso di occupazione femminile più alto e con la maggiore disponibilità di servizi per l’infanzia”. Tornando al problema delle rette mensili, dove aumentano o dove sono particolarmente elevate i sindaci e le amministrazioni comunali ripetono all’unisono la stessa giustificazione: “Sono diminuiti i fondi dello Stato e delle Regioni, non abbiamo scelta”.

Invece la possibilità di scegliere c’è e poi come. A parte il fatto che, almeno in questo settore, non ovunque si sono verificati i tagli, è sempre e comunque una questione di priorità. Laddove la priorità è rappresentata dalla tutela della famiglia, dalla volontà di garantire servizi fondamentali anche a chi è in difficoltà, i fondi per non aumentare le rette si trovano sempre. E se in alcuni Comuni si riesce addirittura a ridurre il costo mensile e ad aggiungere delle ulteriori agevolazioni per le famiglie svantaggiate significa che, se davvero si vuole, si può offrire il servizio a costi ragionevoli. E’, appunto, una questione di scelte, ci sono Comuni che preferiscono investire di più nel sociale e Comuni che, invece, preferiscono spendere i propri fondi in altro genere di iniziative. Salvo, poi, trovare questo genere di “scuse” per giustificare tariffe e rette così elevate. Per quanto riguarda il problema della scarsità di strutture e di posti, la situazione peggiore resta quella del sud, nonostante negli ultimi anni siano arrivati investimenti aggiuntivi grazie ai fondi strutturali europei.

Tornando al problema delle tariffe, detto che l’indagine di Cittadinanzattiva ha preso come riferimento le rette applicate al servizio per la frequenza a tempo pieno (in altre parole orario di uscita 16-16:30) per 5 giorni a settimana per una famiglia con reddito sotto i 20 mila euro isee, per quanto riguarda le Marche la situazione è decisamente migliore, anche se non omogenea. In generale la retta media mensile che una famiglia deve pagare per un bimbo iscritto all’asilo nido comunale è di 295 euro, 16 euro in meno rispetto alla media nazionale (311 euro). Ma se a Macerata e Urbino le rette mensili sono addirittura molto al di sotto della media regionale (rispettivamente 220 e 278 euro), ad Ancona e Fermo siamo quasi in linea con la media nazionale (306 e 310 euro).

Discorso, purtroppo, diverso per Ascoli e Pesaro che con 318 e 325 euro risultano essere le città marchigiane con le tariffe più care, addirittura superiori alla media nazionale. Ancora più significativo e, purtroppo, più imbarazzante per il capoluogo piceno, è il paragone se si prende a riferimento l’attenzione delle amministrazioni comunali marchigiane nei confronti delle famiglie in condizioni di disagio e difficoltà economica. Infatti, mentre negli altri comuni sono previste particolari agevolazioni, fino anche al servizio gratuito, per chi è in maggiori difficoltà, ad Ascoli anche per i redditi più bassi le tariffe delle rette mensili non sono certo abbordabili, anzi, sono praticamente impraticabili.

Per chi ha un reddito isee da 0 a 4.500 euro, ad esempio, la tariffa mensile è di ben 94 euro, mentre a partire da 4501 si passa addirittura a 162,70 euro, fino ad arrivare già a 202 euro dai 7.230 euro. Praticamente servizio “off limits” per chi ha redditi così bassi… Ad Ancona, invece, fino a reddito isee di 5 mila euro il servizio è addirittura gratuito, mentre a partire da 7.500 euro di reddito la tariffa sale a 112 euro (90 euro in meno al mese, quasi mille euro in meno in un anno rispetto ad Ascoli…). Servizio gratuito fino ad una certa fascia di reddito isee (4.500 -6.000 euro) anche in altri comuni marchigiani (Fano, Senigallia, Fabriano), mentre a Pesaro fino ai 7.500 euro di reddito isee le tariffe oscillano tra i 30 e i 45 euro.

Per quanto concerne le strutture presenti in tutta la regione, Marche in controtendenza anche per quanto riguarda il rapporto strutture pubbliche-strutture private, con 172 nidi comunali, per 5.932 posti, presenti contro 160 nidi privati per 3.813 posti. Anche in questo caso, però, Ascoli è di gran lunga la cenerentola delle Marche, con appena 3 nidi comunali (“Lo Scarabocchio”, “Lo Scoiattolo” e “Zero Tre”), oltre ad un istituto privato convenzionato (Pio Istituto del Sacro Cuore di Gesù). Ad Ancona sono 14 le strutture comunali, 8 a Pesaro, 7 a Fermo e 6 a Macerata.  Per quanto riguarda la copertura del servizio, complessivamente nelle Marche siamo quasi al 16%, quindi sopra la media nazionale (12%), con Pesaro e Ancona che si avvicinano al 18%, Macerata che si attesta al 16% e Fermo poco sopra il 12%. Neanche a dirlo fanalino di coda Ascoli che non raggiunge neppure il 10%.

Certo a leggere i dati sembrerebbe che nel capoluogo piceno, rispetto al resto della regione, c’è decisamente una minore attenzione verso un così importante servizio per le famiglie. “Occorre ripensare il modello di servizio – conclude la responsabile delle politiche per i consumatori di Cittadinanzattiva Tina Napoli – prevedere una maggiore flessibilità per i servizi, rivedere le tariffe soprattutto per le fasce sociali più deboli. E’urgente per permettere di frequentare l’asilo ad un maggior numero di bambini e a costi sostenibili”. Un’urgenza particolarmente sentita ad Ascoli.

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