Non siamo più Charlie


Le “oscene” vignette del giornale francese scatenano polemiche e un acceso dibattito sul significato della satira e sui suoi eventuali limiti. Ma è davvero satira irridere i morti del terremoto, paragonandoli a lasagne, per poi riproporre il solito stereotipo demagogico “Italiani, spaghetti, mafia e mandolino”?

Prima di ogni altra considerazione, mettiamo subito un paio di punti fermi. Il primo è che le vignette di Charlie Hebdo sul terremoto del 24 agosto sono disgustose. Il secondo è che nessuno, almeno per quanto mi riguarda, invoca la censura, una qualche forma di vendetta o chissà altro. In altre parole Charlie Hebdo e chiunque altro ha tutto il diritto e la libertà di fare le vignette che vuole, così come ognuno ha il diritto di sostenere che quelle vignette fanno schifo e che quei vignettisti francesi in questo caso si sono comportati come degli ignobili sciacalli, senza per questo sentirsi ripetere da qualche “mente illuminata” la storiella della libertà di espressione e di cosa sia la satira.

Ho voluto ascoltare il consiglio di Marika Bret, la responsabile di redazione del giornale francese, che ai lettori e agli opinionisti italiani aveva chiesto di riflettere un po’ prima di commentare e “stroncare” quelle vignette. Ma a “mente fredda” il giudizio se possibile è ancora più negativo, anche in virtù della successiva vignetta realizzata da Charlie Hebdo per cercare di spiegare il significato di quelle precedenti. E già l’aver fatto una seconda vignetta per spiegare la prima è un chiaro segnale che probabilmente anche nella redazione del giornale francese si è capito di aver “steccato”. Sensazione rafforzata anche dal fatto che Marika Bret si è sentita in dovere di rispondere alle critiche, di cercare di spiegare il senso delle vignette. Cosa a dir poco singolare, visto che, a prescindere dalla definizione che in questi giorni in tanti stanno cercando di dare, la satira di sicuro è diretta, istantanea, si rivolge a quella parte di pubblico che riesce a capirla e comprenderla (che è cosa diversa dal condividerla), non viene mai spiegata e tanto meno si preoccupa di dialogare, rispondere e discutere con quanti la criticano.

Avete mai visto Daniele Luttazzi o gli autori del “Vernacoliere”, tra gli ultimi esempi di vera satira in Italia, perdere tempo a spiegare le loro battute, le loro vignette, i loro articoli? O li avete mai sentiti discutere e cercare di convincere chi aveva criticato il loro modo di fare satira?  Ma la Bret va oltre, dopo la lezioncina per spiegare la vignetta attacca anche gli italiani che hanno “osato” criticare e che, a suo dire, hanno risposto con insulti e con toni molto duri, inaccettabili. Evidentemente per la Bret la libertà di satira è “sacra e inviolabile” ma guai a permettersi di criticare le vignette, in questo caso la libertà di espressione non conta più.

Certo, poi, ci vuole una sconfinata “faccia tosta” a lamentarsi per i toni troppo duri dei commenti, dopo aver irriso i cadaveri sotto le macerie, definendoli lasagne. Tornando alle vignette di Charlie Hebdo , al di là delle solite reazioni isteriche (da una parte e dall’altra) che hanno invaso i social, la discussione inevitabilmente finisce per toccare il significato stesso e gli eventuali limiti della satira. Già, ma cos’è la satira? Di definizioni ce ne sono numerose, spesso anche in evidente contrasto tra loro.

Significativa è sicuramente la definizione giuridica della Corte di Cassazione: “è quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di castigare ridendo mores, ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene”. Non suscitano di certo alcun riso quelle vignette ed è davvero impossibile vedere un “carattere etico correttivo verso il bene”,  se ci affidassimo a questa visione dovremmo dire che poco o nulla hanno a che fare con la satira.

Con una visione meno giuridica e più elastica ovviamente cambia decisamente la prospettiva. Secondo Mario Cardinali, direttore del “Vernacoliere”, non ci sono caratteristiche precise per definire la satira, “è un bisogno dell’anima e dell’intelletto di rompere i coglioni, è un opporsi all’ordine e alla visione generale. La satira serve per far riflettere, deve spingere a riflettere su qualcosa, per questo deve essere pessimista e dissacrante” . E se è vero che sicuramente quelle vignette qualche riflessione la inducono, per Cardinali non ci sono dubbi: “qui non c’è satira, che tipo di ordine si vuole mettere in discussione? dov’è la dissacrazione? cosa si dissacra così, i morti? la natura?”.

Chi cerca di difendere Charlie Hebdo sostiene che la satira non deve per forza far ridere, che per sua natura è violenta e dissacrante, che il suo generare disgusto serve per amplificare i messaggi, che più riesce a sconvolgere e più è efficace, che non si possono mettere dei limiti alla satira. Quest’ultimo punto, in realtà, è assai discutibile. Perché la difesa della libertà di opinione, difendere la libertà di satira non vuole certo dire che chi la fa non possa avere limiti, vuole dire semplicemente che quei limiti non possono e non devono essere fissati per legge, con sanzioni per chi li viola. Per il resto si può concordare, la satira, attraverso una visione sconvolgente e a tratti anche disgustosa, ha l’obiettivo di veicolare messaggi chiari ad un certo pubblico (la satira non vuole e non può arrivare a tutti).

In quest’ottica si può prendere come esempio emblematico un testo di Daniele Luttazzi  dal titolo “Stanotte e per sempre” dove l’attore e scrittore propone una scena immaginaria in cui i brigatisti mostrano a Giulio Andreotti il corpo senza vita di Aldo Moro nella Renault 4 dove poi fu ritrovato. Quel testo, proprio attraverso una visione sconvolgente e a tratti molto cruda, fin quasi al disgusto, veicola tanti messaggi: il ruolo che lui presume  abbia giocato Andreotti nei rapporti tra stato e un pezzo di Br, la sua opposizione politica all’allora presidente della Dc, l’eccitazione per l’eliminazione dell’ultimo ostacolo al raggiungimento dei propri obiettivi più nascosti.

La domanda è, quindi, se le vignette di Charlie Hebdo riescono a veicolare i messaggi che aveva l’obiettivo di proporre. La risposta, a giudicare dalle reazioni, è semplicemente no. Quella vignetta non sembra denunciare i mali dell’Italia, il fatto che da noi si costruisca male, che si speculi sui disastri, più che altro sembra che l’autore della prima vignetta denunci una serie di pregiudizi, di stereotipi proponendo una visione antica e molto demagogica del popolo italiano. Resa ancora più evidente dalla seconda vignetta, quella che, dopo le polemiche, avrebbe dovuto spiegare il significato della prima, nella quale si vede una persona coperta di sangue tra le macerie e si legge “Italiani, non è Charlie Hebdo che ha costruito le vostre case, è la mafia”.

Ci manca solo il mandolino e abbiamo lo stereotipo demagogico perfetto “Italiani, spaghetti, mafia e mandolino”. Che, magari, sarà anche satira ma decisamente di bassa lega, squallida, un po’ triste e anche un chiaro segnale di una terrificante ignoranza della vicenda di cui si sta trattando.  E non conoscendo le tante e differenti sfaccettature , i vari livelli di responsabilità che ci sono in questa drammatica calamità, cosa c’è di meglio che tirare fuori la mafia?  Bassa demagogia e, per giunta, abbastanza squallida.

La vignetta di Chiarlie Hebdo che comprime in una lasagna i cadaveri di Amatrice è semplicemente schifosa – scrive Gramellini – e la vignetta successiva che spiega come il bersaglio della prima non fossero i morti ma la mafia che ha costruito le case è banalmente razzista. Allora siamo o non siamo ancora Charlie?”.  E’ questa una delle tante discussioni, come al solito un po’ isteriche, che si sono scatenate sui social, con i più imbufaliti per le vignette sul terremoto che rinfacciano e criticano chi, dopo l’attentato terroristico, aveva postato per solidarietà “Je suis Charlie”. “Scusate ma Charlie Hebdo è questo – ha commentato Mentana – quando dicevate Je suis Charlie solidarizzavate con chi ha sempre fatto vignette simili, dissacrando tutto e tutti. Ora che vogliamo fare rompere le relazioni con la Francia dopo aver marciato in loro difesa? Basta più laicamente dire che la vignetta ci fa schifo”.

Sempre molto lucido il direttore de La7 e completamente priva di senso la discussione sui social. Affermare di essere Charlie dopo l’infame attacco terroristico contro la sede della redazione del giornale francese significava essere a favore della libertà di espressione. E dire che la vignetta di Charlie Hebdo fa schifo significa esercitare la propria libertà di espressione. Non c’è alcuna contraddizione in tutto ciò, chi si schiera contro questa vignetta non manifesta certo a favore della censura o, peggio ancora, del terrorismo.

Naturalmente anche in questa occasione non poteva mancare chi, con il pretesto di difendere Charlie Hebdo e con la presunzione di essere l’unico ad aver capito il vero significato delle vignette (addirittura anche in contrasto con la spiegazione poi fornita da Marika Bret…), ne approfitta per “vomitare” la dose giornaliera di veleno contro tutto e tutti, riproponendo i soliti stereotipi urlati che tanto vanno di moda ora ma che, con il terremoto, c’entrano come i cavoli a merenda.

Su tutti la sempre più astiosa Sabina Guzzanti che, dopo le sue poco fortunate escursioni nel mondo del giornalismo e del cinema d’inchiesta (basterebbe vedere l’imbarazzante film sulla presunta trattativa Stato-mafia), non ha voluto perdere l’occasione fornitale da questa storia per lanciarsi in una lunghissima “filippica” densa di demagogia, con durissimi attacchi (che poco o nulla c’entrano con il terremoto) a non si sa bene chi, vestendo poi i panni della novella “Cassandra” che vede  e prevede sciagure future.

Da antologia della paranoia alcuni passi del suo intervento. Le responsabilità del terremoto? Colpa della politica economica gestita da banditi e della loro cerchia ristretta dei loro complici e familiari. Chi se la prende con le vignette di Charlie, poi, compie un gesto vile e “si unisce e solidarizza con i suoi carnefici” (e chi sarebbero?)  secondo la Guzzanti che, poi, nel massimo slancio di furore accusa che “giusto in Africa arrestano la gente per le vignette, per questo gli africani scappano e alcuni di loro muoiono affogati…”. E noi poveri stolti che credevamo che gli africani che vengono in Europa lo fanno per scappare dalla fame, dalla miseria, dalle guerre e dalle persecuzioni… D’altra parte, però, dobbiamo anche ammettere che nessuno di noi si era mai accorto che in Italia c’è qualcuno che è stato arrestato per qualche vignetta o per aver fatto della satira (allontanato dalla tv , pubblica o privata, si ma, per quanto inaccettabile, è cosa leggermente diversa dall’essere messi in galera…).

Vestendo, poi, i panni di Cassandra la Guzzanti prevede che la finanziaria non stanzierà fondi per la sicurezza e per il post terremoto ma, soprattutto, che presto “ci saranno altre centinaia di morti e altre centinaia ancora”.  Alla fine, però, uno spiraglio di luce ce lo mostra. Come colpita da una folgorazione, improvvisamente ecco svelarsi alla Guzzanti il vero significato della vignetta. Le è bastato guardarla con i suoi occhi, infatti, per capire che il giudizio collettivo che ritiene che quella vignetta “irride i nostri morti” non corrisponde al vero. “Io vedo una vignetta amara, anche brutta – afferma – ma non una presa in giro dei morti. E’ il conformismo che ci spinge a vedere le cose come le vedono gli altri”.

Lasciando la Guzzanti alle sue deliranti farneticazioni,  mi piace chiudere una citazione di Mario Cardinali (Vernacoliere) che, a mio avviso, fotografa in maniera perfetta la vicenda. “E’ vero che anche la stupidità può avere un senso, ma qui non c’è nemmeno quello. Siamo di fronte alla voglia di colpire senza motivo. Un disegno che l’unica cosa che smuove è il pensare di aver appena visto una stronzata. Non è stupidità ma voglia di essere stupidi per fare male

comments icon 0 comments
bookmark icon

Write a comment...

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.