Aborto farmacologico e obiezione di coscienza, i due volti delle Marche sulla 194


Mentre a Senigallia parte la sperimentazione  attraverso la pillola RU486, negli ospedali di Fermo, Fano e Jesi il 100% di medici obiettori rende impossibile l’aborto. Che, all’ospedale di Ascoli, è garantito solo grazie ai medici dell’Aied

Avevo 23 anni quando mi sono accorta di essere rimasta incinta. Stavo insieme al mio compagno da 2 anni e lui mi ha subito fatto capire che non era pronto. Ho sempre pensato che le donne devono avere la libertà di scegliere se avere un figlio o meno ma è stato durissimo scegliere per me. Ho fatto tutto da sola, dalle visite all’intervento. Il mio medico mi ha detto di non essere d’accordo, mi ha fatto la carta per l’interruzione volontaria della gravidanza (Ivg) ma mi ha trattato con disprezzo. Quando mi sono recata in ospedale sono rimasta sconvolta dal fatto che il luogo adibito alle analisi e all’intervento era nello stesso reparto delle nascite, quindi non avevo intorno altro che donne incinte o donne che avevano appena partorito adoranti i nuovi nati. Mi sentivo malissimo anche perchè il mio corpo faceva di tutto per dirmi di tenerlo. Non so come spiegare perchè ma mi sentivo bene incinta, in un certo senso quasi felice di esserlo anche se sapevo che non potevo in alcun modo tenerlo.

Il tempo che è trascorso tra la decisione e l’intervento è stato molto duro per me, ho dovuto stare insieme alle mamme che avevano appena partorito, ho incontrato molti medici e infermieri obiettori e sono rimasta atterrita dal modo in cui cercavano di impormi a tutti i costi i loro principi morali, non rendendosi conto di quanto potessero farmi male psicologicamente. Ma ancora più duro è stato l’intervento e il post intervento, ho pianto tanto, mi hanno detto che ho pianto anche sotto anestesia. Piangevo disperatamente e mi sentivo svuotata, sono stata anche male con dolori molto forti che, secondo i medici, erano però di origine psicologica. E’ stata durissima, ancora oggi che sono passati 7 anni, quando ci penso,  provo dolore e mi viene da piangere. Sono sicura di aver fatto la scelta giusta ma se tornassi indietro, sapendo quello che ho passato, non so se avrei la forza di affrontare una simile esperienza dolorosa e traumatica”.

La toccante testimonianza da parte di chi ha vissuto la difficile esperienza di un aborto vale più di mille discussioni sul tema. Le parole di Giovanna, una 30enne marchigiana che 7 anni fa ha affrontato l’interruzione volontaria della gravidanza, ci ricordano che l’aborto, oltre ad essere un diritto sancito dalla legge italiana, è soprattutto una scelta dolorosa che spesso si trasforma in un vero e proprio dramma esistenziale e morale. Lo ha ribadito lo stesso papa Francesco in quella che da tutti è stata definita una clamorosa ed inattesa apertura nei confronti delle donne che hanno praticato Ivg.

Conosco bene i condizionamenti che spingono diverse donne verso questa decisione – ha affermato Bergoglio – so che molte, pur vivendo questo momento come una sconfitta, ritengono di non avere altra strada da percorrere. Ho incontrato tante donne che portavano nel loro cuore la cicatrice per questa scelta sofferta e dolorosa, so che spesso si trasforma in un dramma esistenziale e morale”. Proprio partendo da queste considerazioni il papa, con un atto per certi versi rivoluzionario, nei mesi scorsi ha deciso di concedere il perdono e l’assoluzione a chi ha abortito.

Molto più laicamente qui, partendo dagli stessi presupposti, ci preme fare alcune considerazioni su cosa significa oggi per una donna affrontare un Ivg nelle Marche. Una regione che, su questo delicato tema, in questi giorni sembra presentare due facce antitetiche. Se, infatti, da un lato ad inizio estate presso il Distretto di Senigallia è partita la sperimentazione di un modello assistenziale di Ivg farmacologica attraverso la pillola RU486, dall’altro proprio in questi giorni è tornato di attualità il problema dell’impossibilità, in alcune zone delle Marche, di effettuare l’Ivg.

A lanciare l’allarme è un comitato sorto nel Fermano che denuncia come nessuna donna residente in provincia possa abortire nel Fermano in quanto il 100% dei medici e paramedici è obiettore di coscienza. Un problema che interessa anche altre zone delle Marche. Situazione analoga si riscontra, infatti, anche a Jesi e Fano che, però, possono contare sulla vicinanza di ospedali come quello di Ancona e Pesaro. Una situazione per la verità non nuova, visto che già 2 anni fa era arrivato addirittura un richiamo alle Marche dall’Unione europea per il mancato rispetto della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. La Ue, tra l’altro, evidenziava come fossero troppi gli obiettori nelle strutture sanitarie marchigiane, ben il 68% dei medici ed il 73% dei paramedici,  e sottolineava già allora come  negli ospedali di Jesi, Fano e Fermo i medici fossero tutti obiettori .

Qualche mese dopo addirittura il caso Marche finì sulle pagine del “New York Times” che raccontò il calvario di una donna che, dopo aver scoperto che il bambino tanto desiderato aveva problemi genetici molto gravi, decise di ricorrere all’aborto. Al centro dell’attenzione del quotidiano americano finì l’ospedale Mazzone di Ascoli dove la presenza di ginecologi obiettori di coscienza raggiungeva il 100%. “Sulla carta l’Italia consente l’aborto ma pochi dottori lo praticano” scriveva il New York Times.

In realtà il caso dell’ospedale ascolano è differente rispetto a quelli di Fermo, Fano e Jesi visto che l’interruzione volontaria della gravidanza era ed è garantita dalla presenza di medici dell’Aied (Associazione italiana educazione demografica) con la quale l’Area Vasta 5 di Ascoli ha stipulato una convenzione. Non a caso gli stessi rappresentanti di quel comitato evidenziano come le donne fermane sono costrette ad andare fuori provincia, a San Severino e, appunto, ad Ascoli.

Per questo il comitato sta predisponendo una mozione sul caso, chiedendo che venga discussa in tutti i Consigli comunali del Fermano e, successivamente, anche in Consiglio regionale. Nell’atto si propongono possibili soluzioni come l’assunzione di ginecologi non obiettori o come il ricorso alla mobilità. Inoltre si chiede di  ridare peso e importanza ai consultori e di promuovere una maggiore informazione in merito alla pillola Ru 486 che fino al 2013 è stato impossibile usare nelle Marche e che ora si applica con ricovero di tre giorni, contro i day hospital delle regioni vicine.  A tal proposito, però, un primo importante passo avanti come abbiamo visto è stato già fatto, con la sperimentazione presso il Distretto di Senigallia con un modello organizzativo proposto che consente di utilizzare al meglio le strutture consultoriali e i presidi ospedalieri, evitando ricoveri non necessari, dal momento che l’Igv farmacologica permette una precoce interruzione della gestazione, senza l’invasività chirurgica.

E sarebbe davvero auspicabile che presto si possa passare dalla sperimentazione ad una successiva fase, coinvolgendo anche e soprattutto proprio quelle strutture che al momento vivono questa situazione controversa. Questo, naturalmente, non significa in alcun modo, come qualcuno cerca proditoriamente di far credere, promuovere o addirittura incentivare l’Ivg.

Anzi, è bene ribadire come sarebbe importante mettere in atto politiche di assistenza, psicologica ed economica, più incisive e concrete che aiutino quelle coppie e quelle donne che si trovano in situazione di difficoltà e che spesso non vedono altre soluzioni possibili all’infuori dell’Ivg. Però al tempo stesso bisogna fare in modo che, una volta che si è deciso di ricorrere all’Ivg, ogni donna in ogni luogo della nostra regione possa affrontare questa dura prova nelle migliori condizioni possibili. E questo senza togliere o discutere il diritto di un medico o di un paramedico di rifiutare di praticarlo, per motivi etici, culturali e di coscienza. Però deve essere interesse e compito primario della struttura sanitaria poter garantire entrambi i diritti, quello del medico di ricorrere all’obiezione di coscienza e quello della paziente di poter effettuare l’Ivg potendo contare sulla migliore assistenza possibile, prima, durante e dopo l’intervento.

Si perché il compito di una sanità efficiente e “a misura d’uomo” dovrebbe essere anche quello di mettere a disposizione della donna strutture e professionisti in grado di aiutarla e guidarla nel difficile post aborto. La stragrande maggioranza degli specialisti del settore, infatti, sono concordi nel ritenere che l’Ivg è un evento traumatico e produce pesanti conseguenze: disturbi di natura psichiatrica (psicosi post-aborto) che possono sfociare in gravi forme depressive, disturbi da marcato stress post-aborto, un insieme di disturbi comunemente chiamato “sindrome da trauma conseguente ad aborto” che può manifestarsi subito dopo l’Ivg ma anche dopo alcuni anni.

Allo  stesso modo gli esperti sono concordi nel ritenere che il lutto che viene elaborato dopo un Ivg è differente rispetto a qualsiasi tipo di lutto. Si rende, infatti, necessaria l’elaborazione sia della perdita del feto sia della perdita simultanea e concreta di una parte di se. Un’elaborazione lunga e difficoltosa che può portare a moti d’aggressività verso se stessa, sensi di colpa verso se stessa, verso il partner, visto come causa di ciò che le è accaduto, e verso la società perché non ha saputo aiutarla, prima, durante e dopo.

In tal senso bisogna, però, sottolineare che gli ultimi interventi del governo italiano in materia vanno, purtroppo, in tutt’altra direzione. Lo scorso 15 gennaio, ad esempio, è stato approvato un decreto che depenalizza (per la gestante) il reato di aborto clandestino ma che, al tempo stesso, innalza le sanzioni fino ad un massimo di 10.000 euro.

Un intervento che rischia davvero di essere controproducente perché, secondo diversi osservatori, potrebbe ulteriormente alimentare il “mercato” degli aborti clandestini che, dopo anni in costante diminuzione, guarda il caso negli ultimi tempi è tornato vertiginosamente a salire. E, fatto salvo il legittimo diritto di professare l’obiezione per motivi di coscienza, il sospetto che dietro questo boom di obiettori ci sia anche qualcos’altro è decisamente alto…

comments icon 1 comment
bookmark icon

One thought on “Aborto farmacologico e obiezione di coscienza, i due volti delle Marche sulla 194

    Write a comment...

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.