La “buona sanità” esiste… anche all’ospedale di Ascoli


Dai reparti Rianimazione e Unità di terapia intensiva cardiologica gli esempi di una sanità a misura d’uomo

La buona sanità esiste e le favole dicono la verità perché insegnano che i draghi si possono affrontare e magari sconfiggere”. Così recita un cartello in una delle sale per la chemioterapia dell’ospedale di Torino. Certo, però, che parlare di “buona sanità”in un momento così  difficile e complesso per la sanità italiana appare a dir poco fuori moda. Giornali e tv quasi quotidianamente riportano clamorosi episodi di malasanità. A livello politico da mesi infuria la battaglia, con le opposizioni che denunciano i continui tagli e i sempre minori investimenti per la salute e la sanità pubblica, alimentando un sentimento negativo molto diffuso. Non certo migliore, anzi se possibile più incandescente, è la situazione a livello locale. Se da un lato la quasi totalità degli indicatori evidenzia la buona qualità complessiva della sanità marchigiana, da anni il sud della regione e, in particolare, la nostra provincia lamenta un evidente squilibrio con il nord delle Marche (Ancona e Pesaro) che, poi, si traduce in carenza di mezzi e  uomini negli ospedali e nelle strutture sanitarie picene.

Le cronache locali, poi, ci raccontano con imbarazzante continuità di reparti mal funzionanti e dei disagi che gli utenti devono sopportare in corsia. In particolare l’emblema della pessima salute di cui gode la sanità picena è da tempo il pronto soccorso. Che, ormai, nell’immaginario collettivo è diventato una sorta di girone dantesco, un luogo nel quale non solo bisogna sopportare lunghe e interminabili ore di attesa ma dove si subiscono anche angherie di ogni genere. In realtà la situazione è un più complessa e ci sarebbero da analizzare diversi aspetti ma, bando alle ipocrisie, è innegabile che le lunghe ore di attesa nel pronto soccorso dell’ospedale Mazzoni sono state in queste anni troppe volte spunto per ficcanti articoli di denuncia. Personalmente ricordo di averne realizzati almeno un paio, frutto entrambi di esperienze dirette. E per onestà non posso negare che ogni volta che, per qualche motivo, mi è capitato di frequentare il pronto soccorso o qualche altro reparto dell’ospedale piceno ho sempre pensato che potesse essere l’occasione per scrivere di qualche immancabile disservizio, quasi come se ormai ogni reparto, ogni ambulatorio, ogni operatore sanitario fosse una sorte di “nemico” dei cittadini di cui evidenziare senza remore le pecche e le carenze.

Poi all’improvviso, in una calda notte di agosto, ti trovi catapultato in quegli stessi corridoi ospedalieri ma questa volta con l’angoscia nel cuore per una situazione delicata. E in un simile contesto l’abituale predisposizione negativa verso quell’universo sanitario non può ovviamente trovare posto. Così, d’incanto, può accadere di scoprire un mondo completamente nuovo e assolutamente differente da quello che hai sempre raccontato e stigmatizzato. E non certo perché quello che avevi descritto fino ad allora fosse frutto della tua immaginazione o di un preconcetto di fondo. Ma semplicemente perché quegli aspetti così negativi in realtà rappresentano solo un lato di una medaglia che, dall’altro, a guardarla bene è costituita da una schiera di medici e operatori sanitari che svolgono il proprio lavoro con coscienza, professionalità, passione, dedizione ed altruismo, a prescindere dal livello di efficienza e di adeguatezza delle strutture in cui operano.

Di sicuro questo è quello che trova chiunque ha la sfortuna di dover frequentare reparti come Rianimazione e Cardiologia – Utic dell’ospedale di Ascoli. Passare per la prima volta la porta di un reparto come “Rianimazione” indubbiamente fa tremare il cuore. Eppure oltrepassata quella porta, compatibilmente con la situazione difficile che indubbiamente vive chi è in quel reparto, ci si trova in un ambiente confortevole, quasi familiare. Non si trovano “fiamme e forconi” ma umanità, sorrisi, comprensione e tanta serena professionalità. Medici e infermieri non sembrano logorati (o almeno non lo danno a vedere) da impegni e turni stressanti ma mostrano una disponibilità e una comprensione per certi versi inattese. Il tuo caso, il tuo problema diventa subito il loro caso, il loro problema. Pur in un contesto oggettivamente difficile, vista la situazione di fondo molto poco serena, con assoluta professionalità, ma senza far mancare quella necessaria umanità, ti assistono e ti spiegano nel dettaglio la situazione, sempre disponibili a fornire chiarimenti e delucidazioni. In alcuni momenti sembra che siano lì per te, che si ricordino alla perfezione la tua situazione e, soprattutto, che comprendano in pieno le emozioni e le paure che stai vivendo. E il fatto che le stesse identiche sensazioni le provino anche gli altri utenti del reparto è altamente significativo.

Lo stupore cresce, poi, nel momento in cui ci si rende conto che quella del reparto Rianimazione non è una pur bella eccezione. Stesso clima, atmosfera e, soprattutto, identica disponibilità e umanità la si riscontra in medici e infermieri dell’Unità di terapia intensiva cardiologica (Utic). E allora la prima riflessione che viene da fare è che la sanità italiana e locale sicuramente vivono una situazione difficile con problemi di vario tipo ma, forse, si tende un po’ troppo a generalizzare. Bisognerebbe, innanzitutto, iniziare a distinguere e non sparare nel mucchio. Infatti, rimanendo in ambito locale, se è vero che la sanità picena deve oggi fare i conti con carenze di organico, inadeguatezza di mezzi e strutture spesso troppo fatiscenti, è altrettanto innegabile che, pur in questo contesto indiscutibilmente difficile, ci sono tanti operatori (medici e personale infermieristico) che svolgono il proprio dovere con professionalità e passione. E che in qualche modo sono anche loro vittime di quei casi di “malasanità” che inevitabilmente alimentano il sentimento di sfiducia nei confronti di tutto il sistema sanitario locale e, di conseguenza, fanno passare in secondo piano, se non addirittura nel dimenticatoio, l’impegno, l’abnegazione e la professionalità della maggior parte degli operatori sanitari.

Educazione, attenzione e amore verso i pazienti sono i parametri chiave della buona sanità” ha affermato qualche mese fa papa Francesco. Parametri che si possono riscontrare anche nella nostra realtà, a dimostrazione che, come recita quel cartello nell’ospedale di Torino, la “buona sanità” a volte può esistere anche nel bistrattato ospedale cittadino. Anche se poi nella vita reale, a differenza di quanto accade nelle favole, non sempre è possibile affrontare e sconfiggere i draghi…

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