Elisa, Federica, Rachele: storie olimpiche, storie di donne da medaglia d’oro


Due di loro hanno vinto l’argento, l’altra solo la medaglia “di legno”. Ma la caparbietà, la naturalezza e la bellezza dei loro gesti post gara sono da ricordare, nonostante le solite polemiche di “bassa lega”

Come sempre accade, le Olimpiadi non sono solo agonismo e lotta per le medaglia ma ci permettono di conoscere atleti spesso sconosciuti e ci raccontano storie affascinanti e di profonda umanità. Soprattutto, però, ci consentono di ricordarci che gli atleti sono persone come tutte le altre che spesso possono emozionare e colpire non solo per le proprie gesta sul campo di gara. In quest’ottica quelle di Rio sono Olimpiadi marcatamente al femminile, con tante belle storie da vivere e da raccontare con protagoniste le rappresentanti del cosiddetto “sesso debole”.

Storie di fair play e di profonda sensibilità, come quella della neozelandese Hamblin e della statunitense D’Agostino che, nel corso delle batterie dei 5000 metri (atletica leggera) mentre sono in gruppo di toccano e finiscono a terra. La Hamblin si rialza subito e potrebbe immediatamente ripartire ma si accorge che la statunitense ha qualche problema e fatica a rialzarsi. D’istinto decide di aiutarla e di aspettarla, pur conscia che in tal modo sarà costretta a dire addio ai sogni di qualificazione. Una bella favola con il lieto fine, visto che la giuria ha poi riammesso entrambe.

Tra i tanti personaggi “rosa” che hanno guadagnato la ribalta a Rio su tutti, indiscutibilmente, c’è la diciannovenne americana Simone Biles, stella della ginnastica artistica. Le sue straordinarie esibizioni sono il miglior spot possibile per l’unico sport che ha la parola “arte” nel nome. Tecnica, muscoli, forza, grazia ed eleganza, Simone ha incantato la platea di tutto il mondo anche grazie all’esercizio di corpo libero che porta il suo nome: “the Biles”. A rendere tutto più straordinariamente suggestivo la storia della sua infanzia difficile, con i suoi genitori che abusavano di alcol e droga e lei affidata a 3 anni, dai servizi sociali, ai nonni e agli zii (insieme ai suoi fratelli).

Un’altra affascinante favola olimpica l’ha scritta la 22enne tennista portoricana Monica Puig che, nel singolare femminile, ha regalato il primo storico oro al suo paese. Numero 33 al mondo, un solo torneo (per altro minore) fino ad ora vinto, sempre sconfitta (a parte un successo con la nostra Sara Errani) nelle sfide contro le prime 10 del ranking, la Puig ha vissuto la settimana perfetta proprio in occasione delle Olimpiadi superando una dopo l’altra la Kvitova (n. 14 al mondo), la Muguruza (n. 3), per poi trionfare in finale contro la tedesca Angelique Kerber, numero 2 al mondo.

Emozioni dentro e fuori la pedana le ha provocate anche la tunisina Ines Boubakri che, dopo aver vinto una storica medaglia di bronzo nel fioretto femminile (la prima dell’Africa in questa disciplina), ha voluto dedicarla alle donne arabe, in particolare a quelle giovani “perché credano che possono avere un ruolo nella società”.

Ma emozioni, spunti di riflessione e non solo medaglie hanno regalato anche diverse atlete azzurre che ci hanno entusiasmato con le loro imprese in gara ma anche emozionato e fatto riflettere con i loro gesti e le loro parole fuori dal campo. Peccato che, poi, puntualmente nel nostro paese al “bello” che viene dalle gesta sportive e non delle nostre campionesse, puntualmente faccia da contraltare il “peggio” delle solite stucchevoli polemiche e dichiarazioni di fuoco che ne consegue, frutto dei tipici peggiori vizi italici.

Sul piano strettamente agonistico sarà difficile dimenticare le emozioni che ci ha regalato Rosella Fiammingo che ha visto sfuggire il possibile oro nella spada negli ultimi secondi della finale, subendo un parziale che l’ha costretta ad accontentarsi dell’argento. Indimenticabile anche la gioia di Chiara Cainero per l’argento nello skeet femminile e, ovviamente, il sogno finalmente coronato da Tania Cagnotto che completa una straordinaria carriera, alla quale mancava solo la medaglia olimpica, con l’argento nel trampolino sincronizzato (insieme alla Dallapè) e il bronzo nel trampolino da tra metri. Difficile, poi, dimenticare le lacrime di Vanessa Ferrari, che sperava di chiudere la carriera con una medaglia ed invece si è dovuta accontentare del quarto posto nel corpo libero, e di Antonella Del Core che con la partita contro il Portorico ha detto addio alla maglia azzurra, indossata per oltre 15 anni.

Ma, risultati sportivi a parte, le atlete azzurre che più hanno fatto parlare, alimentando anche becere e imbarazzanti polemiche, sono state Federica Pellegrini, Rachele Bruni e Elisa Di Francisca.

La portabandiera azzurra non è riuscita a conquistare la medaglia nei 200 metri stile liberi (oro a Pechino 2008), finendo quarta per pochi centesimi. Sicuramente una delusione, ma è possibile considerare un fallimento il quarto posto ai giochi olimpici? E basta tutto ciò per far dimenticare una carriera sfolgorante, con un palmares unico (50 medaglie tra olimpiadi, mondiali ed europei) e ben 3 primati mondiali? Evidentemente si, purtroppo, perché subito dopo quel quarto posto si è scatenata sui social una vera e propria bufera sulla Pellegrini. Che ha raggiunto il culmine due giorni fa quando la portabandiera azzurra ha pubblicato sul web una foto con le amiche, poco prima di uscire per andare a divertirsi. Apriti cielo, un’autentica vergogna per il popolo del web, composto in larga parte da persone che non hanno neppure la più pallida idea di cosa significhi fare sport agonistico a certi livelli, campioni del mondo solo della permanenza in poltrona e pronte ad inveire, alla prima sconfitta, contro chi, finchè aveva vinto, era stata incensata ed esaltata con enfasi. “Pensa a vincere invece di fare festa”, “Ritirati”, “Sei l’unica atleta che pubblica foto del genere e non ha vinto un c…” alcuni dei commenti più feroci rivolti alla Pellegrini che, per fortuna, non è certo tipo arrendevole a facilmente condizionabile e, di certo, saprà rispondere per le rime.

Hanno vinto una medaglia (argento entrambe) ma sono ugualmente finite in un vortice di polemiche per i loro comportamenti post gara Rachele Bruni (10 km del nuoto di fondo) e la marchigiana Elisa Di Francisca (fioretto femminile). La Bruni, con estrema delicatezza e naturalezza, nel dopo gara, ha dedicato l’argento alla sua compagna Diletta. “Non ho mai fatto coming out ma non mi preoccupo neppure dei pregiudizi, vivo la mia vita con naturalezza” ha dichiarato con la pacatezza e la serenità che accompagnano ogni sua affermazione. In pratica la Bruni ha fatto quello che decine e decine di atleti e atlete hanno fatto prima di lei, cioè dedicare il successo al compagno o alla compagna della propria vita. Il fatto è, però, che in questo caso non si tratta di un “tradizionale” fidanzato ma di una compagna. E questo, nella “piccola” Italia dei pregiudizi e delle opposte fazioni sempre in lotta, diventa un problema.

Così, nonostante quello di Rachele fosse un gesto di una naturalezza sconcertante e senza l’intenzione di promuovere chissà quale battaglia o rivendicazione, ecco che le sue affermazioni sono diventate da un lato motivo per becere polemiche di “bassa lega” (se sei lesbica dovresti vergognarti e non sbandierarlo ai quattro venti…) dall’altro un opportunità per far diventare, assolutamente contro le sue intenzioni, una medaglia olimpica una paladina dei diritti delle coppie omosessuali. “Mi è venuto naturale pensare alla mia Diletta, so che ci sono persone che hanno ancora pregiudizi ma io vivo serena e tranquilla, vivo per me stessa, per la mia passione per il nuoto e per le persone che mi vogliono bene” ha concluso la Bruni nei confronti della quale è davvero difficile non provare profonda stima e simpatia.

Nessun diritto da rivendicare, invece, per Elisa Di Francisca che, ai piedi del podio, invece di quella italiana ha deciso di sventolare la bandiera  europea, dedicando poi la sua medaglia alle vittime del terrorismo in Francia e in Belgio. “Avevo questa idea in testa da moltissimo tempo – ha poi spiegato la campionessa marchigiana – non ne potevo più di tutti quegli attentati in giro per l’Europa, ogni volta era un colpo alla nostra civiltà. Con quel gesto ho dato voce al mio tormento. Ho sventolato la bandiera perché sono europea, siamo europei e dobbiamo rimanere uniti contro chi ci minaccia, contro le paure. Ogni volta che viaggio all’estero mi guardo attorno e vedo che tra europei non siamo diversi, che dobbiamo amarci, essere uniti. Noi non nasciamo kamikaze, noi teniamo alla vita. C’è gente che tutti i giorni si aggrappa alla vita con tutte le proprie forze. E’ la nostra civiltà”.

Un gesto per tradurre in fatti le tante parole che vengono ripetute continuamente dopo ogni attentato, un richiamo alla comune cultura e civiltà europea. Una dedica non certo per l’Unione Europea intesa come istituzione ma per l’Europa intesa come popoli. Ed è davvero paradossale che tra i tanti che hanno criticato un gesto così denso di significato (si perché l’Italietta gretta e provincialotta non ha perso l’occasione per criticare e dividersi), ci sia proprio chi da sempre, almeno a parole, dice di rivolgersi ai popoli europei, alle loro radici culturali comuni.

Festeggiare con la bandiera dell’Unione Sovietica Europea la medaglia alle Olimpiadi, simbolo di oppressione e povertà. Che tristezza” ha dichiarato Salvini che, evidentemente troppo impegnato a cambiare maschere per le sue “carnevalate” giornaliere, non è riuscito a comprendere il significato profondo del gesto della Di Francisca. Che, però, ai nostri occhi appare ancora più straordinario e degno di applausi dopo le critiche del leader della Lega…

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