“E’ stato morto un ragazzo”: 14 anni fa la tragica fine di Federico Aldrovandi


Il 25 settembre 2005 il 18enne Federico Aldrovandi veniva ucciso da 4 poliziotti, poi condannati a 3 anni e 6 mesi di reclusione per “eccesso colposo dell’uso legittimo delle armi”. Nel giorno del 14° anniversario lo struggente ricordo del padre del ragazzo

Non c’è più musica e non ci sono più colori nella vita, quando ti viene a mancare l’aria e il profumo del respiro di un figlio”. Sono disperatamente toccanti le parole di Lino Giulio Aldrovandi che, con un lungo e struggente post, questa mattina ha voluto ricordare la tragica scomparsa di suo figlio Federico in quella dannata alba del 25 settembre 2005. Sono passati 14 anni da allora ma per il padre di Federico è come se non fossero passati tutti questi anni, il tempo per lui si è fermato a quella dannata mattina. Federico, che aveva compiuto 18 anni da un paio di mesi (il 17 luglio 2005), era un ragazzo tranquillo, di certo non un soggetto in alcun modo pericoloso.

Chiunque lo conosceva lo descriveva esattamente così. Quella mattina del 25 settembre gli amici lo avevano lasciato a poche centinaia di metri da casa, dopo una serata trascorsa al Link di Bologna, sereno e tranquillo come sempre. Cosa accadde, come tutto sia iniziato è difficile da ricostruire. Quel che è certo è che il suo povero corpo è stato sfregiato da 54 lesioni ed echimosi, che due manganelli usati dai poliziotti tornarono in Questura semi distrutti per i colpi inferti sul corpo del ragazzo e che il povero Federico è morto per asfissia da posizione, probabilmente provocata da torace schiacciato sull’asfalto dalle ginocchia degli agenti.

Abbiamo più volte parlato del castello di menzogne ed omissioni costruito dai 4 agenti, con il supporto di alcuni colleghi, poi condannati in via definitiva a 3 anni e mezzo di reclusione per “eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi”. Sostennero di essere intervenuti per “fermare un ragazzo che si stava facendo male” (e per aiutarlo a non farsi male l’hanno ammazzato…), mentre ai genitori di Federico, avvisati solo 5 ore dopo l’accaduto (il tempo necessario per imbastire un ignobile montatura) dissero che il ragazzo era morto per un malore.

Il suo corpo, però, con tutte quelle echimosi e lesioni era una drammatica prova di quello che era accaduto. Ma c’è voluta tutta la forza e la disperata ostinazione della madre e degli amici di Federico per riuscire a fare chiarezza (almeno in parte), fino ad arrivare al processo e alle condanne (in un altro procedimento 3 poliziotti sono stati condannati per depistaggio). La tragica storia di Federico e la coraggiosa ricerca della verità da parte dei suoi genitori è stata racconta magistralmente da Filippo Vendemmiati nel film documentario “E’ stato morto un ragazzo”.

Oggi, 14 anni dopo, è importante ricordare questo tragico anniversario e quella sconcertante storia  perché nonostante tutto la memoria di Federico e l’immenso dolore dei genitori continuano ad essere insultati ed oltraggiati. Basterebbe pensare che tre dei quattro poliziotti condannati hanno regolarmente ripreso servizio (davvero inaccettabile). Non solo, chi in questi anni ha condotto una delirante e vergognosa campagna contro la famiglia Aldrovandi, l’ex presidente del sindacato di polizia Sap Gianni Tonelli (“le vere vittime del caso Aldrovandi sono i 4 poliziotti” è arrivato ad affermare…), nonostante una condanna per diffamazione nei confronti dei genitori di Stefano Cucchi, oggi addirittura grazie a Matteo Salvini (che l’ha candidato) siede in Parlamento.

Non solo, la memoria di Federico Aldrovandi viene gravemente e pesantemente oltraggiata ogni volta che le forze dell’ordine, senza alcuna concreta motivazione, impediscono ai tifosi della Spal (o quelli di altre squadre per solidarietà nei confronti dei tifosi ferraresi) di far entrare la bandiera con l’immagine di Federico dentro lo stadio. E’ davvero inaccettabile che nelle curve italiane si possa tranquillamente omaggiare e ricordare chi ha commesso reati e crimini di vario tipo, mentre si vieta il ricordo di un povero ragazzo, ucciso senza ragione da 4 poliziotti.

Si potrebbero aggiungere tante altre considerazioni e riflesisoni di carattere generale, ma ci sarà tempo e modo per farlo. Oggi è importante solamente ricordare la memoria di quel povero ragazzo, ucciso senza motivo a 18 anni. E per farlo il modo migliore possibile è, a nostro avviso, quello di riportare integralmente la lunga lettera pubblicata questa mattina sul proprio profilo facebook dal padre di Federico.

Federico il 17 luglio 2005 compiva 18 anni per sempre. Ciò a seguito della sua uccisione avvenuta alle ore 06,04 circa del 25 settembre 2005, da parte di: Monica Segatto, Enzo Pontani, Luca Pollastri e Paolo Forlani (Agenti della Polizia di Stato) Federico non c’è più. E’ la cruda realtà che rivedo attraverso un’immagine orribile che mai nessun genitore vorrebbe vedere. Quell’immagine terribile fummo costretti a renderla pubblica a quei tempi, dall’inerzia di tante cose. Ma poi una piccola strada verso una piccola giustizia si aprì.  Una cosa è certa, Federico non morì di malore, ma di ben altro. Fu ucciso senza una ragione. Anche se di ragioni per uccidere non potranno mai essercene.
E di ingiustizie in questa nostra Italia, sia ben chiaro, non esiste solo quella di Federico e tutte meriterebbero eguale attenzione.Non c’è più musica e non ci sono più colori nella vita, quando ti viene a mancare l’aria e il profumo del respiro di un figlio.

Sia chiaro per tutti che la vittima purtroppo rimarrà Federico dietro quel marmo, in quella tomba, senza mai aver mai fatto del male a nessuno e senza aver mai commesso alcun reato,né in quel momento, né mai. Bastonato di brutto per mezz’ora, di cui due manganelli ritornati in Questura risultarono rotti (atti processuali), con alla fine impresse sul suo corpo ben 54 ferite e non solo…, causate da un’azione improvvida e violenta che arrivò a spezzargli il cuore per una forte compressione o per un forte colpo… – (atti processuali), da persone definite in Cassazione dal procuratore generale durante la sua arringa: “schegge impazzite”.

Hanno già scontato la loro pena, così secondo la legge degli uomini, ma sono convinto, anche se è difficile crederlo dopo tutti questi anni di silenzi, che il giudice più severo rimarrà la loro coscienza di uomini e soprattutto di genitori, che in un’alba assurda di una domenica mattina di 14 anni fa, non riuscirono ad ascoltare quelle grida di “basta e aiuto” che un ragazzo di 18 anni, solo e disarmato, stava loro proferendo, nel tentativo disperato di farli desistere da quell’azione di morte.

Quelle grida le sentirono a centinaia di metri da quella via che definirei del silenzio, ma furono smentite da chi intervenne su di lui (4 agenti) adducendo in udienza, riferendosi a Federico: “non proferì parola”. Chissà perché. Il fatto è che quegli agenti pregiudicati, dal mio punto di vista di genitore e di cittadino, assurdamente ancora in divisa, soprattutto per le parole scritte dai Giudici nelle motivazioni di condanna in tutti i tre gradi di giudizio (dal 2007 al 2012), sferzanti di responsabilità senza se e senza ma, che vanno ben al di là della punizione lieve comminata, sono ancora in servizio.

Per me invece fino alla fine dei miei giorni sarà un ergastolo senza appello, con la sola speranza che ciò che è accaduto a Federico non accada mai più a nessun figlio.

Lino

Vi chiedo cortesemente di non proferire offese ad alcuno per rispetto di Federico e di questa pagina a lui dedicata, che nel caso provvederò a togliere, per non far sentire “vittima” chi non lo è, e non lo sarà mai. Bastano solo dei piccoli cuori che arrivino dal vostro, per chi li voglia lasciare. Nient’altro. E di questo, sicuro che esaudirete il mio desiderio, vi ringrazio tantissimo e vi abbraccio” .

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